13, via delle Praterie

13, via delle Praterie

FAVOLE DEL POVER’UOMO

13, via delle Praterie è il secondo di una serie di racconti intitolata Favole del pover’uomo, racconti legati fra loro dallo stesso sconfortato abbandono. In cui pochi personaggi muovono le proprie vite, o quel che ne resta, sfiorandoci appena, come sul fondo di una tela. Il soggetto principale verrà a comporsi a poco a poco, oppure mettetelo voi. Disegnatene il profilo, immaginatene le sfumature, concedetegli più o meno spessore attraverso l’uso del colore di cui siete capaci. È esattamente nello spazio vuoto per cui non siamo ancora capaci di metterci a repentaglio, prima che vi sventoli una bandiera. È in ogni angolo funestato della nostra tenerezza, o nella trama addolcita di una vita che riserva poco o niente a se stessa. È nella difesa e nell’attacco, in ogni sintomo vitale, nel trasloco discreto da una parte all’altra della vita.

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13, via delle Praterie

Il nonno se ne stette tranquillo davanti al caminetto per un po’, dopo di che decise di riservarmi lo sguardo univoco e duro della buonanotte.
Vi siete mai chiesti cosa sia accaduto nel passato della casa in cui abitate? Se fra quelle stesse mura in cui vivete la vostra vita, in cui passate i vostri giorni e le notti inconsapevoli, non sia successo un qualche efferato delitto, o perlomeno un dramma qualunque, spietato come ciascun dramma comune, e quante persone vi siano morte là dentro, e a quale parte di quella anonima parete abbiano riservato il loro ultimo sguardo su questa terra? O se davvero un giorno perduto oramai nella cronaca accantonata dell’esistenza, la violenza abbia soggiornato grassa e invadente presso quelle stanze? Io sapevo che la mia casa da tanti anni apparteneva alla mia famiglia soltanto, e conoscevo a memoria ciascuna morte, ciascuna piccola tragedia, e potevo affermare risolutamente a me stesso, la notte, tentando di combattere la mia insonnia guardinga, che lì dentro non ci fosse stata altro che la dipartita della nonna, circondata dai parenti, nel proprio letto, all’interno della stanza che il nonno non aveva mai avuto il coraggio di cambiare ma che aveva puntualmente la pazienza di pulire e mantenere in ordine.
Il bisnonno, da quel sapevo, era l’unico ad essersi destinato una morte fuori dalle righe. Durante una battuta di caccia, un suo vecchio e inseparabile compagno gli centrò in pieno il cuore scambiandolo per il cinghiale a cui stavano appresso da tre giorni. Il nonno ne parlava poco e niente affatto volentieri, nonostante io insistessi spesso sull’argomento attratto da una vena di morbosa curiosità che conservo tutt’ora. E dire che conoscevo bene il carattere riservato di mio nonno! Ciononostante, non potevo evitare di rinverdire la ferita di quella morte assurda che lo aveva lasciato solo ad appena diciassette anni.
Sua madre, ancora non sapevo esattamente come fosse morta.
Quel che è certo, è che la somma delle disgrazie nella vita di mio nonno fruttò un uomo assolutamente invincibile, coraggioso, pieno di dignità. Questa era l’idea che avevo da bambino e che non posso fare a meno di avere ancora, se possibile amplificata dall’aver condiviso nella mia vita di adulto diverse prove simili a quelle a cui egli fu sottoposto, senza condividerne la solidità, la grazia, la medesima, netta bellezza della sua disperazione.
Nessun delitto, dicevo, soltanto una morte serena, mai una violenza, nulla che potesse sollecitare la fantasia macabra di un bambino abituato a non dormire e a nutrirsi degli ululati dei lupi provenienti dalle montagne sprofondate nella notte. Solamente anni di lavoro e fatica, di serate attorno al caminetto, di freddi inverni nel vapore della cucina e il mosto umido della cantina.
Eppure, ogni notte ascoltavo voracemente degli spari e delle grida, che non sapevo proprio capire, provenire oltre la porta di casa, dai boschi.

La nostra vecchia casa compariva solitaria laddove la salita per Livata spiana a lungo dopo le gallerie e i tornanti da Jenne, interrompendo lo spunto dei faggi e degli stretti sentieri.
Ancora oggi, fatico ad immaginare qualcosa di più bello di quella valle su via della Prateria, dove confusi i miei ricordi di bambino fino a stordirmene e non guarirne più.
Vivevo assieme agli animali le mie giornate senza pensieri, giornate che rimpiango ogni istante che mi è dato ancora da vivere, al pari di un amore incontaminato o di un vizio lasciato stare
Mio nonno mi insegnava le parole del libro della terra. I nomi delle piante, i movimenti delle nuvole, irrobustiva il vocabolario della pioggia e del vento – cucivamo assieme il drappo della neve.
Io e lui, e miei genitori lontani, sfiancati dalla città, per qualche mese. È l’unica vita che io ricordi.

La buonanotte del nonno sapeva di ruggine e di fumo, aveva l’odore e i suoni di una vecchia ferrovia. La sua voce era profonda e compariva, sinuosa e metallica, fra l’azzurro del tabacco. Aveva conservato l’abitudine del soldato che protegge nel fiato più di un ricordo di distilleria. Non si sedeva sul letto, non mi rimboccava le coperte, non mi raccontava favole.
Mi salutava dall’uscio, poggiato allo stipite, e la sua sagoma scura e imponente era quella di un guardiano a cui non avrei rinunciato mai.
Poco dopo, poi, mi pareva di sentirlo prendere il fucile.
Mi pareva di distinguerne il secco scivolìo lungo la spalla.
La porta di casa chiudersi lentamente, come l’ingresso antichissimo e definitivo d’una cella.
Poi rimanevo io solo nella casa ad ascoltare.
Poteva essere davvero lui? O stavo attribuendo a mio nonno il peso del desiderio ottuso che da quelle parti ci fosse un mistero? Per quale motivo avrebbe dovuto sparare, così, nella notte, fra gli alberi appena attorno alla porta della nostra casa? Che un pericolo a me invisibile ci stesse minacciando?
I primi tempi, davvero non potevo uscire dal mio letto. Qualcosa mi costringeva nella stessa posizione, sotto alle coperte, mi impediva di alzarmi e di fare chiarezza. Che fosse la paura a soggiogarmi, o più probabilmente la volontà di perpetuare quel mistero, di percepire un’insicurezza capace di nutrire le mie fantasie, gli incubi, le immagini smosse e cupe attraverso cui indovinavo in me una traccia di vita?
Finalmente, una volta, riuscii ad alzarmi e ad avvicinarmi a piedi scalzi alla finestra, la grande finestra che dava sul bosco e dalla quale spesso mi pareva di veder passare i lupi.
Fui sicuro di scorgere questa volta una sagoma umana ricacciarsi fra gli alberi, dopo che ebbi sentito distintamente lo scoppio del fucile di mio nonno ed averne visto la scintilla come di lucciola esplosa nel buio.
Seguì qualche minuto di estenuante silenzio, e soltanto di buio.

Naturalmente, quella notte non riuscii a chiudere occhio. Ero stravolto da quel che avevo visto, e non facevo che elucubrare dentro di me le più svariate ipotesi, vedevo sfilare davanti agli occhi orde di nemici sconosciuti, di fantasmi, di creature ignote del sottobosco. Immaginavo mio nonno come l’atavico guardiano del mio mondo, costantemente all’erta per difendermi, ed ero scosso dal calore dell’amore crescente che provavo per lui. Mai avrei creduto di poter volergliene di più.

All’alba, a colazione, stretti nel primo freddo di quella cucina ancora non riscaldata dal fuoco, mio nonno sembrava sempre lo stesso, per nulla turbato, solido e feroce nella quotidianità dei suoi gesti. Spezzava il pane come fosse un ramo spesso o il collo di un cappone, e lentamente ne faceva cadere i pezzi nella scodella di latte. Me la passava con un misto di decisione e tenerezza che trovavo virile. Per sé, beveva un caffè forte, fatto alla maniera dei turchi, come mi ricordava sempre, mentre rompeva due uova fresche nel tegame. Il suo primo incontro, prima che sorgesse del tutto il sole, era con le galline, per le quali pareva nutrire un affetto da pettegola.
Mentre le uova cuocevano, era solito riempirsi un gran bicchiere di vino. Sapevo che aveva bevuto il suo goccio di grappa, appena sveglio, come sempre faceva d’inverno e forse anche d’estate. Ma io in quel caso non potevo vederlo. In quel caso ero lontano da lui, nella città dove le persone crudelmente trascinano la carne appesa alle ossa divorate da ogni sorta di male e dove io soffrivo orrendamente del mio essere solo. Irrimediabilmente tranciato via.
Quando si fu seduto, prima che portasse alla bocca il primo boccone di pane e uova, gli dissi che lo avevo visto quella notte. Gli dissi degli spari, e gli chiesi chi fosse quell’uomo.
Mio nonno non parve avere reazioni particolari, se non così a fondo dentro di sé, dove io non potevo guardare. Dove credo che neppure lui fosse abituato a guardare più.
“Quando ero soltanto un ragazzo, a diciassette anni mi persi nel bosco, molto più in là di Campo dell’Osso. Era inverno, ma ancora stentava a cadere la neve. La terra era secca e dura e gli alberi parevano pietraie. In cielo non c’erano né nuvole né luce, una distesa di grigio azzurro soltanto, immobile, che sembrava star lì da sempre. Gli animali sembravano addormentati, non riconoscevo le piante attorno a me, non avevo punti di riferimento e inspiegabilmente non riuscivo ad orientarmi. Insomma, arrivai ad un punto in cui mi considerai perduto e mi sedetti immobile su di un masso.
“Credo di aver passato ore fermo immobile in quel punto, in un vortice di pensieri che non riuscivo ad afferrare, sospeso com’ero fra la disperazione e la rassegnazione di non tornare più alle cose che amavo.
“Fu in un attimo, senza preavviso, che vidi quel ragazzo, suppergiù della mia stessa età, e che mi somigliava enormemente. Questa fu l’impressione di qualche istante; perché non gli ci volle che un momento per scomparire fra gli alberi. Mi alzai di scatto e corsi nella sua stessa direzione ma i muscoli delle gambe, intorpiditi da tutto quel tempo in cui non avevo fatto che stare seduto in attesa di qualcosa, della morte o di una salvezza, non mi sostennero che per un paio di metri, e così mi ritrovai faccia a terra. Impossibile a quel punto raggiungere il mio misterioso sosia. Mi sedetti nuovamente, e non ti nascosi che questa volta piansi. Piansi tutte le lacrime che avevo, i nervi a pezzi, il corpo in tumulto per il freddo che scendeva sempre più denso. Ed assieme al freddo, la neve.
“Quando mi trovarono, un paio d’ore più tardi, così mi dissero, ero incosciente. Non mi ripresi che qualche ora dopo, nel caldo del mio letto, che adesso è il tuo. Vicino a me c’erano mio padre e Arturo, l’amico che poi lo uccise qualche settimana dopo durante quella maledetta caccia. Mi dissero che non sarebbero mai riusciti a trovarmi nel punto in cui ero finito, se non avessi chiamato con tanta forza e ostinazione.
Io ricordavo di non aver mai aperto bocca se non per bere le mie lacrime.
Domandai loro chi avessi chiamato.
‘Hai chiamato me’, rispose mio padre. ‘Mi hai chiamato tante di quelle volte, che mai avrei potuto non sentire’.”
“Perché gli spari, nonno?” gli chiesi senza bisogno di altre spiegazioni, essendo la mia mente predisposta a tal punto a quel genere di storie da poter saltare a piè pari diverse parti del tracciato logico di quella narrazione.
“Non è più qui per aiutarmi.”
Finì il bicchiere e se ne versò un altro. Ricominciò a mangiare in tutta calma, ma io sapevo che stava provando una grande agitazione.

I giorni passarono e non facemmo più parola di quelle visite notturne. Sentii ancora degli spari, la notte, ma una forma di profondo rispetto per mio nonno, assieme al nutrimento di quella sorta di sogno ad occhi aperti, mi impedirono di sbirciare ancora dalla mia finestra. Mi accorsi tuttavia di un cambiamento nel suo modo di fare; alla calma austera che era solita accompagnarlo si sostituì una certa felicità silente, quasi rintronata. Solitamente attentissimo e pratico, il nonno pareva perdersi in mille pensieri che gli procuravano un piacere ebete, in grado di lasciarlo per ore in quello stato. A ripensarci, mi ritrovo a pensare che avesse raggiunto qualcosa, una tale posizione, o una visione, di qualunque cosa si trattasse, che in un qualche modo avesse mandato in corto circuito il tradizionale svolgimento dei suoi sensi e dei percorsi mentali, donandogli una gioia bambinesca. Parlava sempre meno, e si tratteneva molto più a lungo del solito nei boschi.
Arrivò intanto il giorno della mia partenza. I miei genitori sembrarono non accorgersi di nulla, quando vennero a riprendermi e lasciarono il nonno alla solitudine della propria vita incorrotta.
Nel salutarlo, nonostante non ci fosse in quel momento nulla di particolare in lui, se non lo sguardo estatico a cui avevo fatto l’abitudine in quegli ultimi giorni, provai un misto di paura e raccapriccio, come se la cara immagine del nonno potesse farmi ormai solamente del male, un tipo di male che ancora non avevo contemplato nella mia vita.

Sono tornato nella casa di via della Prateria, al numero 13, solamente diversi anni dopo. Tante cose erano cambiate in me, eppure il ricordo di quei giorni felici era stato la ragione per cui tanto spesso mi ero fatto forza ed ero andato avanti, nonostante il nonno non ci fosse più ormai. Le circostanze non erano state del tutto chiarite e, nonostante i miei genitori avessero fatto il possibile per trovare perlomeno quel che restava di lui, le ricerche vennero sospese dopo un mese.
Un solo testimone – che da quelle parti era già una molteplicità –, un cacciatore della zona che lo conosceva bene, disse di averlo visto uscire di casa all’alba con un altro uomo, tranquillamente. Lo salutò avvicinandosi, com’era solito fare, sperando che ci scappasse un goccio di grappa dalla fiaschetta che mio nonno teneva sempre nella tasca del cappotto, ma non ottenne risposta da nessuno dei due. Entrambi continuarono a guardare diritti davanti a sé, verso i boschi e le montagne.
Non ci fu neppure un funerale, perché non c’era nessun corpo, e non si aveva neppure la certezza che fosse morto per davvero. Tutto portava a crederlo, il freddo spietato di quel periodo, la neve che era caduta copiosa in quei giorni coprendo impenetrabilmente ogni centimetro di terra, ma senza neppure un mazzetto di ossa, come si poteva interrompere in me la speranza, del tutto irrazionale, che un giorno potesse comparire sull’uscio della mia stanza e farmi sentire ancora protetto e al sicuro, nel darmi quella scarna buonanotte?
Nella casa abitavano adesso poi alcuni cugini del nonno. Tutto era cambiato, al posto dell’arredamento rude e contadino faceva bella mostra di sé una casa moderna, da villeggiatura invernale, ed era stata costruita persino una piccola piscina laddove sorgeva l’orto di mio nonno. Gli animali erano stati ceduti ad un allevamento della zona, ed erano finiti da un pezzo maciullati. Non c’era più nemmeno traccia di quelle galline che provvedevano inconsapevolmente al sostentamento mattutino di mio nonno.
Mi trattenni solo qualche minuto con quei parenti di cui sapevo ben poco, e che ero andato a trovare per semplice educazione. Sedevamo nella cucina in cui avevo passato tanti momenti assieme a lui, momenti di malinconica serenità e solitudine. Stavo scambiando le solite due chiacchiere con un vecchio zio, quando d’un tratto notai sulla parete una foto dei miei bisnonni e di mio nonno ancora bambino, una foto che fece sorgere in me, in modo piuttosto tardivo, devo dire, la curiosità di sapere di come fosse morta la mia bisnonna.
“Eh, poveretta” mi rispose lo zio “diede alla vita due gemelli, di cui uno morì pochi istanti dopo aver aperto gli occhi. Lei lo raggiunse appena qualche giorno più tardi. Tuo nonno ne sapeva qualcosa, ma piuttosto vagamente, perché suo padre preferì accennargli di un semplice incidente. Non era bello per un bambino sapere di essere sopravvissuto a quella strage, e fra la gente di campagna non si fanno tante domande. Per quello che so, neppure i tuoi genitori sanno esattamente quel che successe.”

Da quel momento invece io, senza più alcun dubbio, piansi per davvero la morte di mio nonno.

Fabrizio Sabatini

Prima favola del Pover’uomo, Palmira