It (2017) di Andy Muschietti

It (2017) di Andy Muschietti

Ci sono due momenti piuttosto scioccanti nel film di Muschietti. Il primo è il modo in cui mette in scena l’ormai celeberrimo incipit del romanzo, quello in cui Georgie, fratello minore di uno dei protagonisti, rincorre una barchetta di carta fino allo scarico delle fogne dove è annidato Pennywise. Una scena d’apertura talmente scioccante e d’impatto che viene ripresa sia dalla miniserie televisiva del 1993, sia da questo nuovo adattamento cinematografico senza grosse differenze rispetto alla fonte letteraria (a parte una, nella versione di Muschietti il corpo di Georgie non viene ritrovato, così da rendere più difficile l’accettazione del lutto da parte di Billy e di conseguenza più forte da un punto di vista drammatico). Ma, mentre la miniserie lasciava immaginare allo spettatore quale fosse stata la terribile sorte di Georgie, nel film in sala in questi giorni assistiamo a qualcosa che non capita spesso di vedere in un blockbuster così ben distribuito (King tuttavia non si faceva troppi problemi a scendere nei particolari in un best seller già nel 1986). È un momento che sembra subito voler mettere le cose in chiaro sul tono dell’intera operazione, forse anche per prendere immediatamente le distanze dalla serie televisiva, prodotto di culto a cui di certo non mancavano i problemi.

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L’altro momento riguarda lo stesso personaggio e arriva quasi alla fine del film, è una scena se possibile ancora più forte (anche se c’è il trucco ed è facile capirlo) ma non lo è l’impatto, come se, ad un certo punto tra l’inizio e la fine del film l’incanto si fosse rotto, è un po’ come se a chi guarda fosse capitata la stessa cosa successa ai giovani protagonisti: hanno capito il trucco, non hanno più paura di Pennywise che ha quindi perso tutta la sua forza.
Se c’è qualcosa che funziona bene è proprio il gruppo di giovani protagonisti (soprattutto la Berverly di Sophia Lillis, che sia per il talento dell’attrice, sia per la cura e lo spazio dedicato al personaggio, rischia sempre di rubare la scena a tutti gli altri). Insieme sono uno spasso da vedere e da ascoltare, come una vera banda di vecchi amici che si conoscono ormai alla perfezione, ognuno sempre pronto ad anticipare la battuta, la frecciatina perfida o l’insulto colorito dell’altro. Presi da soli invece sono quasi inconsistenti, anche perché, con l’eccezione di Beverly, Billy e Ben, a cui viene dedicata qualche scena significativa ma non troppo, gli altri esistono esclusivamente come elementi del gruppo (penso soprattutto al trattamento frettoloso riservato a un personaggio interessante come Eddy, o peggio ancora a quello di Mike, che nell’arco di due scene attraversa un’evoluzione repentina a cui non assistiamo mai) o come vittime di It. Sembra quasi che non ci sia mai il tempo di andare oltre le gare di insulti e i siparietti divertenti, riusciti quanto si vuole ma un po’ fini a se stessi se i personaggi non hanno altro spazio per esprimersi.
E se non c’è il tempo è forse perché il film si ricorda ogni volta di dover essere anche e soprattutto un horror, il palcoscenico per il chiacchieratissimo Pennywise; così il racconto di formazione, pietra angolare di It come di tanti altre opere di King, risulta continuamente diluito, se non bruscamente interrotto, in favore dello spavento puro e semplice. Spavento, non paura. In It infatti quello che spesso paradossalmente manca è proprio il terrore. Ogni volta ritroviamo uno dei protagonisti solo ed indifeso e ogni volta, con un ritmo che si fa via via sempre più facile da anticipare, l’azione viene interrotta da un’apparizione di Pennywise. E anche qui l’effetto si fa sempre meno efficace, perché la dinamica è ogni volta rigorosamente la stessa: il pagliaccio o una delle sue incarnazioni spunta da da qualche parte e subito dopo si lancia in una corsa folle verso la vittima designata, scuotendo la testa e strabuzzando gli occhi. Nessuna sottigliezza, soltanto un faccione mostruoso sparato in primo piano in faccia allo spettatore (a volte viene quasi il dubbio che il film sia stato pensato per il 3D), sempre più chiassoso, sempre più in grande (letteralmente), fino a quando il trucco smette di funzionare.
Persino Derry, una cittadina maledetta in cui le persone muoiono o scompaiono con una frequenza impressionante, non riesce proprio a prendere vita, non diventa neanche per un attimo il luogo terrificante e senza speranza che descrivono i protagonisti, rimane sempre e soltanto un fondale del tutto interscambiabile alle loro spalle. Un po’ come per gli adulti che la abitano, i grandi assenti del film di Muschietti che però ogni tanto compaiono (invece sarebbe stata interessante una rilettura in cui vengono completamente eliminati dall’equazione), soltanto per rimanere vittime a loro volta della mancanza di tempo, come la mamma di Eddie, maschera inquietante e grottesca che non ha nemmeno modo di manifestare la propria morbosa mostruosità.

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È un film profondamente diviso It (a partire dalle traversie produttive e i rimaneggiamenti che ha attraversato), vorrebbe riuscire nell’impresa tutt’altro che facile di adattare il racconto fluviale di King, vorrebbe portare sullo schermo It ma senza l’elemento più squisitamente fantastico (la  tartaruga per adesso sembra messa lì per tenere buoni i lettori del romanzo), vorrebbe raccontare la storia nella sua interezza ma senza l’intreccio di flashback/flashforward (la metà della storia con i protagonisti adulti verrà raccontata in un altro film). Vorrebbe essere allo stesso tempo racconto di formazione e horror puro, ma al contrario del romanzo non riesce a fondere le due anime della storia, non si prende mai il tempo di scavare in profondità alle radici dell’orrore (che a volte si cela dentro o dietro la rassicurante normalità) o di quella grande amicizia che permette ai Losers di sopravvivere.