3. I postumi al tempo del postmoderno e la contro-rivoluzione copernicana

3. I postumi al tempo del postmoderno e la contro-rivoluzione copernicana

Quando gli scienziati furono tutti concordi nel ritenere che l’individuo è, nella sua essenza, “uno nato per godersela”, fummo tutti soddisfatti nello scoprire che i nostri sforzi, coordinati all’unisono, tendevano a niente di più che a un rappacificamento, tendevano a cavalcare lo spirito del nostro tempo.

Un tasso di disoccupazione giovanile del 130% contribuiva al raggiungimento dei nostri scopi e i veri ribelli, da lì in poi, sarebbero stati i pigri e gli annoiati e chi si lasciava morire di fame o di sete avrebbe ricevuto incredula ammirazione al funerale. Poi tutti a bere e a dire stronzate, perché signori – sarete concordi – tra un funerale ed un aperitivo io ho sempre scelto l’aperitivo. Tra una guerra e l’aperitivo, io, ho sempre scelto l’aperitivo. Tra una malattia e l’aperitivo: sempre l’aperitivo. Tra un amore lontano e un amore vicino: io ho sempre scelto l’aperitivo. D’altronde è stato scritto che «le angosce della scelta sono la nostra chance di essere beati» e io ho sempre scelto l’aperitivo.

Stavo cavalcando lo spirito del mio tempo, cinque di mattina, ubriaco fradicio, via Prenestina, ogni due passi vomitavo qualcosa, lo schema era A) A) B) A) A) B) A) A) B), dove la A) è il passo e B) la vomitata. Il ritmo era chiaramente un valzer e il fatto che vomitassi a forma di stella rendeva il tutto così poetico da farmi pensare che veramente vivevamo nel migliore dei mondi possibili. Unendo i puntini delle stelle che mi uscivano dalla bocca poteva intravedersi una costellazione, la chiamai la costellazione dell’Amore e la cosa finì li.

Se mai dovessi spiegare a mio figlio il perché è doveroso ridursi una straccio al sabato sera, gli parlerei della domenica pomeriggio.

Il prologo è solo un coacervo d’incoerenza. Non sopporto la musica alta, ma in discoteca ci vado. Non ho particolare interesse per i miei simili, ma mi piace stare ammassato in un carnaio. Odio sudare, ma ballo come un teppista. Se al mercato mi vendono una zucchina a 50 centesimi penso sia un furto, un vodka tonic ad 8 euro può considerarsi un affare. Una cartaccia per strada mi infastidisce, il lago che si forma nei cessi delle discoteche ha un che di tepore domestico. Donna per te farei di tutto, tranne che starti vicino. Ho fatto di tutto per arrivare fin qui, l’unica cosa che voglio è il mio letto. Sono divertito e vorrei morire. Sono divertente e vorrei ammazzarvi.

Poi il valzer suddetto per tornare a casa e infine gli uccellini che mi rimboccano le coperte. Sono sereno perché so che domani starò una vera merda.

Ed eccoci alla domenica pomeriggio, ontologicamente un’assurdità, come è assurdo pensare che un Dio perfetto ed immutabile abbia sentito a un certo punto il bisogno di riposarsi. Ora sì che non ho bisogno di niente. Vivo l’emergenza fino in fondo, non voglio perdermi niente di questo stadio ascetico dove ho sete, ma ciò che bevo vomito, vorrei fare due passi, ma se mi alzo dal letto mi fa male la testa, se resto a letto, però, non posso far altro che pensare a quanto mi fa male la testa e soprattutto, non so perché, sono iper sensibile e se mi slaccia una scarpa piango. Ed è bellissimo.

Solo lo stato emergenziale dei postumi dell’alcol mi dà un ottimo motivo per stare a casa; per un momento il sospetto che esiste un “altrove” sicuramente migliore non m’attanaglia e mi fa stare in pace; e tutto sembra dirmi «bentornato al centro del tuo universo» e la metafora esplicativa è che non è vero che mi sta“girando la testa”, la testa è ferma dov’è: è tutto il resto a girarmi attorno. La rivoluzione è copernicana, ma al contrario. Finalmente una contro-rivoluzione copernicana.

«È paradossale che solo quando stai una merda stai sereno». No amico, sarebbe paradossale non capire come la bellezza di un terremoto è che nel tempo in cui la terra trema non avvengono incidenti col motorino.

Il punto è capire se, a parità di conseguenze, preferiamo un terremoto o un incidente in motorino.

Colgo l’occasione per dire che sono terrorizzato dagli incidenti col motorino solo perché il loro costo sociale è un costo implicitamente accettato e questa è la prova – che non può non far paura – che l’incolumità fisica vale meno della capacita produttiva che risparmiamo non movendoci a piedi. Il terremoto, invece, funziona diversamente e non resta che ringraziare il cielo dell’esistenza di rischi che esulano dalla logica produttiva ricordandoci così che noi siamo qualcosa indipendentemente da ciò che facciamo. «Non capisco dove vuoi andare a parare» mi dico rileggendo da sobrio quest’ultima parte, d’altronde non è detto che la “veritas” che sta “in vino” sia compatibile con il funzionalismo del “famo a capisse”, e allora è bene chiudere con ragionamento di sintesi.

Signori, che che ne dicano gli scienziati il buon umore è una scienza esatta e la felicità è un’operazione a somma zero. Il tutto sta a capire cosa è il meno e cosa il più, ma questo forse, nel migliore dei mondi possibili, è solo questione di gusti. In tal caso: buon natale, guidate con prudenza, siate gentili con i vostri genitori, non credete al fatto che il miglior modo per combattere i postumi è bersi una birra e se su via Prenestina vi capiterà di intravedere la costellazione dell’Amore, sappiate che l’universo è composto da una miriade di costellazioni e i gabbiani mangiastelle di via Prenestina aspettano solo la vostra.

Giacomo Venezian

progetto grafico in copertina: Marta Gargano

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