Pina Bausch – Cafè Muller

 Mai come di fronte ad una pièce di Pina Bausch occorre ricordarsi che essere spettatori significa prima di tutto offrirsi inermi all’accadere di un’esperienza, e che non sempre questa si possa o si debba spiegare. Cosa si provi effettivamente nel trovarsi a pochi metri dai corpi di Pina e dei suoi danzatori, nel momento più alto della loro realizzazione personale, l’impalpabile stato di immersione nella danza, è cosa che solo alcuni fortunati potranno raccontare. Agli altri non resta che nutrirsi di quegli irripetibili squarci d’arte per vie alternative, perdendo sicuramente un po’ della loro potenza originaria ma imparando, senza mai stancarsi, a re-interrogarli. C’è almeno una cosa che, infatti, accumuna tutte quelle opere degne di rimanere impresse nella memoria collettiva della gente, ed è proprio la loro capacità di continuare a interrogare. Che cosa, oggi, sentiamo di dover ancora chiedere a Cafè Müller? Qual è la lingua che ci parla, a distanza di trentaquattro anni? Siamo ancora in grado di capirne la profondità?

Quelle sedie, il fracasso del loro precipitare confusamente a terra ancora raggiunge le
nostre orecchie con la medesima spietatezza. Fa freddo e ci si sente soli, nel Cafè Müller, in modo disperato e fatale, come vibra nelle note di sublime melanconia di Henry Purcell, alle quali si alternano i densi silenzi di senso del teatro-danza di Pina. Poi le sue lunghe braccia magre, che muovono spazi vivi quanto invisibili, apparentemente perse nel nulla eppure in grado di evocare infiniti immaginari. Una sofferenza ancestrale sembra guidare le enigmatiche (o forse paradigmatiche) figure che popolano Cafè Müller, sonnambule rappresentanti di ruoli e dinamiche umane che non riescono a compiersi fino in fondo. Stiamo forse guardando in faccia il teatro dei rapporti umani, che sono difficili e irrisolti, come quello tra uomo e donna, dove niente si riesce a costruire e tutto si ripete con ostinata passione. Più che in un luogo fisico sembra di essere in uno spazio surreale, quello in cui riaffiorano i ricordi dell’infanzia, quando gli adulti si guardano come si farebbe con strani insetti incomprensibili che impattano contro i muri della propria solitudine e non sanno dire la loro alienazione.

Chi si aspetta risposte potrebbe rimanere molto amareggiato, come chiunque pretenda verità o certezze nell’arte. Come i migliori capolavori, Cafè Müller è un’opera che rimane aperta e che, a tutt’oggi, sa parlare ancora la nostra lingua, conservando addirittura un’immediatezza e un’onestà che abbiamo perso. Svelare il mistero che sta dietro la creazione di un lavoro coreografico come questo può essere interessante da un punto di vista storico, ma meno considerando un livello di esperienza individuale, aspetto meno banale di quello che sembra. Quello che la Bausch continua a far vivere, ogni volta che vediamo un suo lavoro, è il senso di responsabilità dell’essere danzatore e, allo stesso modo, dell’essere spettatore, e la necessità di un dialogo sincero e aperto sulle fragilità e le debolezze degli uomini. Questa pièce, difficile negarlo, è attraversata da un profondo struggimento, un turbamento che è connaturato nell’uomo. Per questa comprensione tutta umana, quello che ci mostra Pina Bausch è sì crudo e angosciante, ma traccia una via ulteriore, quella stessa via che ognuno deve trovare da sé.

Lucia Sauro

Pina Bausch – Caffé Muller (full version)