4. Ricordanze di un rivoluzionario psicosomatico, laddove sarebbe onesto morire prima di scrivere un’autobiografia

4. Ricordanze di un rivoluzionario psicosomatico, laddove sarebbe onesto morire prima di scrivere un’autobiografia

1) Infanzia. Proprio nel giorno in cui il cane di De Andrè – che era da un po’ che si chiamava Libero – fu ritrovato spiaccicato sulla A4, la sinistra entrò nella cosiddetta “crisi d’identità”, Rifondazione uscì dal primo governo Prodi, mia madre si staggò dalla folla del funerale di Berlinguer ed io, nel piccolo, abbattei il muro che separava camera mia da Berlino ovest, dove c’era camera di mio fratello che non fu per niente contento eppure i miei Playmobil, tutti sostanzialmente uguali – perché il socialismo reale porta all’uguaglianza sostanziale –, corsero per abbracciare i suoi J-Joe, tutti sostanzialmente armati – perché il turbo capitalismo porta ad aggressività imperialista.

I’iper-realismo dei miei giochi d’infanzia mi impediva di far interagire tra loro figure antropomorfe costruite su scale diverse, così come mi impediva di far volare le macchine e far parlare gli animali e, pertanto, dopo gli abbracci iniziali i J.Joe non entrarono mai più in contatto con i Playmobil, la cui vita, è bene dirlo, era noiosa ai limiti dell’insostenibile e non era dunque tagliata per lo stile di vita avventuroso dei J.Joe. Il 70 % dei miei Plymobil era impiegato pubblico perché mia madre era impiegata nel pubblico ed io tendevo a riprodurre le cose che vedevo e pertanto sistemavo i miei Playmobil in piccole stanza dalle pareti improvvisate, ognuno con la sua scrivania, ognuno sulla sua sedia. Il rimanente 30% faceva lo spazzino o lavorava a una pompa di benzina, perché un natale finalmente ricevetti il camion dell’immondizia e la pompa di benzina dei Playmobil e già il fatto che fossero in commercio tali professioni cristallizzate in intrattenimento per bambini dà il polso di un gigantesco sistema di plagio mentale per piccoli analfabeti, che come me, si trovarono a sognare che un bel giorno avrebbero potuto veramente potuto guidare un camion della mondezza.

Il camion caricava il secchio, lo svuotava al suo interno e poi lo ripoggiava. Poi andava a fare benzina. Poi tornava a caricare il secchio, lo svuotava al suo interno e poi lo ripoggiava. Poi andava a fare benzina. Poi tornava a caricare il secchio, poi … e il tutto mentre un metro più in là zelanti e impassibili impiegati mandavano avanti il complesso ed essenziale apparato burocratico statale.

Quanto può durare un gioco così prima che ci si rompa il cazzo? Dieci minuti? Venti? No, credo proprio di non aver fatto altro dai sei ai nove anni. Poi mi devo essere rotto il cazzo.

2) Adolescenza. Esiste un delicato equilibrio tra il nascondersi e il farsi notare; l’inconsapevolezza di tale equilibrio è proprio ciò che rende l’adolescente quello che è sempre stato: un errore che tutti – tranne il diretto interessato – sanno che sta per finire.

Aggiungiamo che il periodo storico era quello che era. Della crisi di identità della sinistra abbiamo già detto, questa combinata con l’azione della procura di Milano incarnata dai modi spicci ma efficaci del Gabibbo costruì le premesse per lo strabiliante affermarsi del provincialismo cosmico degli 883, lo specchietto per le allodole di quella che prima o poi gli storici definiranno: “dittatura del buon umore”.

I denti più bianchi si affermarono come l’ideologia più influente del secolo, Mastro Lindo bilanciava la sua calvizie con un bicipite scolpito che faceva impazzire le massaie e chi viveva in un mulino bianco fingeva che vivere a ridosso di un fiume non comportasse gravi problemi d’umidità ed estenuanti guerre chimiche con le zanzare. Tutto questo in qualche modo deve aver influito sulla stima che gli economisti fecero dell’ottimismo, quantificato in ben otto punti del prodotto interno lordo.

Di ottimismo, in genere, un adolescente ne ha poco. A meno che tu non sia stato il capitano della squadra di football o la mejo cheerleader – categorie sociali che comunque se incontrate a trent’anni ti fanno pensare a quanto il tempo, per alcuni, sia impietoso – l’adolescenza è il momento in cui si è vittime del più grande crimine contro l’umanità, un’atrocità che una società che ambisce all’aggettivo “civile” non può tollerare, ossia la presa di coscienza della distanza tra il desiderio e l’effettiva possibilità di realizzarlo, la distanza tra mondo immaginato e mondo reale, distanza che per tutti prese le sembianze di una ragazza/o carina/o che proprio non ci considerava perché preferiva gente migliore di noi, gente più brillante.
Ed io brillante non lo ero di certo. Per dirvi, al ballo di fine anno arrivai in ritardo, a mezzanotte precisa, su una zucca e vestito di stracci: non mi ero capito con la fatina. Per evitare il malinteso avrei dovuto ascoltarla con più attenzione, ma quel pomeriggio, mentre i topolini mi cucivano l’abito, ero troppo occupato a inventare gli amari slogan che sarebbero dovuti poi suonare come un duro j’accuse e che non ebbi il tempo di urlare: giù le mani dai nerd, levate l’alcol dal ponch e prego Iddio affinché sciolga la mia confraternita di stronzi.

3) Età matura. Che dire. Sono orgoglioso di avere una macchia psicosomatica in faccia ed un tubetto di cortisone sul lavandino utile a far sparire la macchia nel giro di quattro ore, perché per quanto io possa essere orgoglioso non mi piace vantarmi in pubblico dei miei successi. E mi fa anche piacere che la sinistra, e con lei mia madre, abbia ritrovato la sua identità grazie ad un boyscout antiabortista. Altra caratteristica rilevante è che mi cade il cellulare molto spesso.

Le premesse mi portano ad essere uno dei massimi esponenti di quello che prima o poi qualcuno chiamerà “dissenso psicosomatico” o “gloriosa rivolta inconscia” a seconda dei risultati che porterà, ossia un vero e proprio moto rivoluzionario che, per una serie di ragioni che qui non indagheremo, non è mai riuscito a superare la linea della consapevolezza. Ma una rivolta inconsapevole è pur sempre rivolta, anzi è una signor rivolta poiché quello che assume le sembianze di un subconscio incomunicabile è in realtà la caratteristica aggregante attorno alla quale può costruirsi l’embrione di una piattaforma rivoluzionaria.

Prima o poi qualcuno capirà che il farsi cadere il cellulare è un atto di luddismo estremo. Prima o poi qualcuno capirà che gli attacchi di panico non sono altro che Gaetano Bresci. Fino a quel giorno potremo sentirci coglioni, oltre quel giorno dovremo sentirci eroi. Il dato caratterizzante della rivolta inconscia è quello di essere una rivolta veramente beneducata, non rompe le palle al prossimo e non ambisce a conquistare i favori dell’opinione pubblica: gandhismo underground. L’unica vittima civile della rivolta è lo stesso rivoltoso e pertanto i più sempliciotti sarebbero pronti a giurare che una rivolta incentrata sull’autolesionismo è una rivolta condannata all’insuccesso e potrebbero anche avere ragione se non fosse che ho sotto mano le statistiche che testimoniano l’inarrestabile ascesa del fenomeno. Tra l’anno 2004 e l’anno 2014 si è registrato – in un campione rappresentativo della popolazione nazionale composto da me medesimo – un aumento del 78% di eczemi c.d. da stress, gli attacchi di panico si assestano su uno strabiliante incremento del 456%, il cellulare mi è caduto, nel 2014, ben 378 volte (circa una volta al giorno, prevalentemente sfilandomi i pantaloni) nel 2004 invece il telefono mi cadde solo due volte. La gastrite l’ho debellata ma, come il cane di Pavlov, se vedo una scatola di Maalox mi aumenta la salivazione. Inoltre esco poco il martedì sera e mentre dormo digrigno i denti così forte che gli ultimi tre byte me li sono ingoiati. Per l’anno in corso ho intenzione di diventare celiaco e iperteso. L’azione di guerriglia più complessa che sto pianificando ha come obbiettivo l’accertamento medico della prima frattura scomposta di natura psicosomatica. Ci sto lavorando. Non è facile. Ma anche voi potete fare la vostra parte, sempre che non lo stiate già facendo. Ricordate: l’importante è restare uniti, inconsapevolmente uniti e non perdersi d’animo: «If you’re down to fight the power here’s the power to fight», non so cosa significhi ma almeno è dei Public Enemy e non degli Intillimani.

Giacomo Venezian

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