Tom Waits – Kiss me. Epifania di un pianista romantico

Tom Waits – Kiss me. Epifania di un pianista romantico

Una presentazione

 Il 45 giri, lo storico supporto, conteneva un singolo brano per ciascun lato. Ma quante storie, quante narrazioni può contenere un singolo brano? Certo, c’è la storia del musicista che l’ha concepito, scritto e composto, la storia del modo e del contesto in cui è stato composto, la storia dei musicisti che l’hanno suonato e così via. Certo, c’è anche la storia che il brano narra, non solo e non necessariamente con il testo, ma più in generale con una combinazione di suoni, ritmi e trame vocali. Ma siamo sicuri che finisca qui?
Probabilmente, come dice David Byrne, “la musica registrata diventa il proprio contesto”. Diventa un mondo, un mondo nuovo e sempre diverso a seconda delle condizioni di ascolto, dello stato soggettivo, della reazione fisica, del fervore dell’immaginazione. Diventa un coacervo di storie dagli sviluppi incontrollabili.
E non è affatto detto che questo nuovo mondo in cui un singolo brano può introdurci sia lo stesso mondo del musicista che è dietro al brano. C’è sempre una discreta percentuale che non sia così e questa percentuale dipende dalla nostra percezione, dall’interazione che si crea al momento dell’ascolto.
Di questa percentuale e in particolare delle storie che in essa si annidano e che la nostra percezione genera, modella, cambia, deforma, ci occuperemo in questa nuova sezione musicale, 45s’ Tales. Una sezione che scaverà tra i solchi dei 45 giri per trarne storie e racconti di singoli brani, non necessariamente le storie e i racconti che ci sono dietro quei brani, ma perlopiù racconti autenticamente apocrifi. In ogni caso, però, racconti per 45 giri.

Tom Waits – Kiss me
Epifania di un pianista romantico

Tom Waits - Mark Seliger

Anche gli ultimi avventori sono andati via incerti sulla propria altezza e ormai, nel locale, l’eco dei bicchieri tintinnanti non suggerisce più brindisi goliardici ma solo le stanche manovre dei camerieri che sparecchiano districandosi faticosamente tra le pozze di birra. Qualche sigaretta ancora brucia nei posaceneri e una nuvola di fumo avvolge i tavoli deserti.
Fuori è notte e fa freddo. Un sottile strato di condensa riga le vetrate che separano il locale dall’esterno rendendo opaco e indistinto quanto avviene in strada.
Alla cassa i gestori contano i miseri guadagni della serata, aspettando soltanto che i camerieri finiscano di sparecchiare e, soprattutto, che la faccia finita quel dannato pianista che se la spassa sguaiatamente con gli altri componenti del gruppo. È ubriaco fradicio, ma continua a ripetere che non è stato lui a bere, “il piano ha bevuto”. Ha passato tutta la serata lì a raccontare, con la sua voce cartavetrata, fermentata nell’acido muriatico, storie di diseredati, mescolando il sozzo e il sublime, improvvisandosi predicatore blasfemo e impudico peccatore; ha interpretato la parte del romantico e quella del lascivo, è stato sconveniente e toccante, tenero e furioso; ha fatto piangere e ballare, spesso nello stesso brano, e, come da copione, il risultato è stato una sbronza generale a cui nemmeno lui è, ovviamente, riuscito a sfuggire. Ed anche ora, quando ormai il suo pubblico si riduce agli altri componenti del gruppo, continua a raccontare storiacce di strada, canticchia poesie di Bukowski, rievoca aneddoti di Jarmusch e proprio non si decide ad andarsene a casa. Forse perché nemmeno lui sa esattamente dove sia casa sua; forse perché casa sua è lì, nel bel mezzo di queste situazioni ai margini del socialmente accettabile in cui adora sguazzare.
D’un tratto, però, interrompe la sua loquacità fracassona e quasi pare scendere il silenzio nel locale. Ha sentito qualcosa, una nota che gli sembra di ricordare. E’ stato il chitarrista, sì, è stato lui ad intonare una languida melodia alla chitarra. Nelle intenzioni del chitarrista quelle note avrebbero dovuto essere l’intro di Blue Valentine, il vecchio e intramontabile successo, l’amara narrazione della fine di una storia consumata nei biglietti d’amore perduti per le strade d’America. Ma anche il chitarrista è ubriaco e non riesce a ricordare con esattezza l’inizio di quello splendido brano. Così improvvisa qualcosa di vagamente simile, ma tanto basta a scatenare il turbine di ricordi del pianista.

I suoi occhi si fanno seri, viene preso da un fremito, si sistema il borsalino sulla testa, allargando così il campo visivo, e cerca freneticamente con lo sguardo. Si riposiziona al piano e fa segno al chitarrista di continuare, qualunque cosa lui stia intonando.
Il romanticismo di quella fumosa ballata jazz, composta tanti anni prima, lo ispira. Ma allora era giovane e l’amore era la fugacità di promesse non mantenute, il mistero della scoperta, l’infinito moltiplicarsi delle possibilità di incontri decisivi destinanti a non stabilizzarsi mai. Allora l’amore era scarabocchiare frasi sconclusionate su biglietti che si perdevano nella polvere della strada per Filadelfia o Los Angeles.
Adesso l’amore è la continuità di una relazione esplorata in tutti i suoi vani e recessi, l’amara constatazione di un misterioso amuleto ridotto a chincaglieria arrugginita. E l’unico vero mistero, ormai, è scoprire come far rivivere la magia, come riaccendere il fuoco.

Il fuoco, già. È questa la prima parola che il pianista pronuncia con la sua voce obliqua e non si sa se gli sia stata suggerita dalla metafora dell’amore che si consuma o piuttosto dalle luci del locale che, tra i fumi dell’alcol, appaiono come fiammelle tremanti. Fatto sta che quel fuoco, qualunque esso sia, si sta spegnendo e non ci sono più tizzoni da ardere. Ma non si sa se a bruciare di più sia l’inevitabilità di quello che è stato o l’impotenza di evitarlo.

Qualcuno in strada si nasconde nell’ombra. E’ la solita coppia di amanti che si riscaldano reciprocamente le labbra nel freddo della notte, rinnovando promesse destinate ad evaporare come la condensa che appanna i vetri.
Eppure qualcosa appare nella luce dell’insegna, un volto noto sembra emergere tra le goccioline che rigano le vetrate. È un’epifania: il pianista si blocca e riconosce quel volto che sfuma nell’umidità e, d’improvviso, gli sembra di essere lui uno dei due amanti nascosti nell’ombra. Gli sembra di poter rivivere, ancora una volta, quell’attimo, quando ancora non c’era un passato da rievocare né un futuro da scampare.
Il volto tratteggiato nella condensa dei vetri è il volto della donna che da anni lo accompagna. Si guardano e lui ha le idee chiare, vuole una cosa sola e non esita a dirglielo: “There’s only one thing
I want you to do
”.
Tutti trattengono il fiato nel locale e anche i gestori intenti a contare i soldi si fermano, sentendo la tensione del momento.
- Kiss me.

Tutto qui. E il contrabbasso sottolinea l’intensità del desiderio. Sì, lui le chiede di baciarla, ma di farlo in un modo particolare. “Voglio che mi baci ancora una volta come uno straniero”. Non come l’uomo che vedi andare al cesso la mattina, non come l’uomo di cui senti il cattivo odore la notte, non come il “mulo addomesticato” che sono diventato, ma come lo straniero impenetrabile che ero. Baciami come uno straniero e tutto potrà tornare ad essere come allora, anche se solo per un momento. Baciami come uno straniero e potrò tornare a credere che il nostro amore sia un “peccato”, che abbia il fascino dell’illecito e non la prevedibilità dell’abitudine, che il nostro amore sia un “mistero”, quel mistero che da tempo sembra essere disvelato.

Il pianista annusa l’aria e riconosce lo stesso profumo che lei portava quando si incontrarono. Lo sapeva, era certo che lo avrebbe messo ancora. In fondo c’è qualcosa di magico anche in questo eterno ripetersi, c’è “qualcosa di confortante nel sapere cosa aspettarsi”. E questo conforto è il conforto dell’intimità, del ritualistico ritorno dell’uguale che evita gli errori e permette di migliorarsi, che mette a proprio agio, al riparo da imprevisti imbarazzanti.
Eppure lui ricorda la prima volta che sentì quel profumo, la prima volta che lei gli si “spolverò” contro, quando ancora non conosceva il suo nome. E’ inutile: c’era qualcosa di diverso allora. Sì, il profumo era lo stesso, la donna che lo portava era la stessa. Ma allora tutto era sensazionale, “tutto metteva i brividi, perché nulla era lo stesso”, nulla era uguale.
- I want you to kiss me like a stranger once again.

Tom Waits Anton Corbijn

È tutto quello che il pianista chiede, a prescindere da tutto. Baciami. Baciami ancora una volta come uno straniero e tornerà il mistero. Il nostro amore sarà di nuovo eccitante come un peccato consumato all’ombra delle strade principali. Baciami ancora come quella volta che nemmeno conoscevi il mio nome e, anche se solo per un attimo, tornerà l’imprevedibilità nella nostra storia. E allora potremo ripartire e tornare ad essere quello che siamo sempre stati.
Fingiamo di essere estranei e l’immutabilità delle cose si perderà nell’irripetibilità di quest’attimo, evaporerà nei fumi delle cicche ancora ardenti, si scioglierà nell’estasi di questa canzone ai confini della notte. Perché l’amore è come una ballata jazz: si può improvvisare all’infinito sugli accordi di uno stesso pezzo.

Piervito Bonifacio