57esima Biennale di Venezia: numeri da record, novità positive, social media, e qualche delusione

57esima Biennale di Venezia: numeri da record, novità positive, social media, e qualche delusione

Dopo sette mesi di eventi, performance, conferenze, ma anche live streaming, riti sciamanici e pranzi, ha chiuso ufficialmente, domenica 26 novembre, la 57esima Biennale di Venezia.
I risultati, come già si poteva evincere dai monitoraggi lungo tutta l’estate, confermati dai dati di chiusura, sono stati estremamente soddisfacenti. In particolar modo, un dato, che il presidente Paolo Baratta sottolinea con orgoglio: per ben 9 settimane ci sono stati più visitatori che nelle giornate del vernissage.
La mostra, quindi, è stata sempre frequentatissima, da maggio a novembre, e il pubblico (si parla di ben 615mila visitatori, il 23% in più rispetto all’edizione precedente) è stato molto eterogeneo: non soltanto critici, esperti e collezionisti, ma numerose famiglie e soprattutto tanti giovani.
I visitatori sotto i 26 anni hanno rappresentato il 31% delle presenze totali. In particolare, gli studenti che hanno visitato la Mostra in gruppo sono stati il 15% del totale.
Il presidente Baratta, insieme alla curatrice e Christine Macel, nella conferenza stampa di chiusura ha dichiarato: “Ci piace pensare che questa frequentazione sia frutto del desiderio di avere l’arte e gli artisti come compagni di viaggio. In secondo luogo mi pare possa rivelare una crescente volontà di scoprire personalmente e direttamente la vitalità dell’arte […] È il fenomeno del maggior desiderio di conoscenza che ci interessa”.

Christine Macel e Paolo Baratta, Photo by Andrea Avezzu, Courtesy of La Biennale di Venezia

Christine Macel e Paolo Baratta, Photo by Andrea Avezzu, Courtesy of La Biennale di Venezia

Conoscenza che, indubbiamente, è stata ben veicolata anche tramite gli strumenti mediatici, in particolar modo i social media.
Questa infatti è stata la Biennale delle performance, degli incontri live, dei pranzi con gli artisti, delle dirette streaming. E se inizialmente era stata criticata la scarsa attenzione all’inaccessibilità da parte di un vasto pubblico ai tanti eventi “live”, bisogna riconoscere che molto è stato fatto per rendere questi incontri accessibili al pubblico in ogni parte del globo, grazie a una capillare e ben organizzata diretta streaming e alla pubblicazione di video. Ci riferiamo, ad esempio, all’innovativa e felice idea di “Tavola Aperta”, i pranzi in compagnia dei grandi artisti, cui è stato possibile prenotarsi online, ogni venerdì e sabato.

Caratteristica di questa Biennale, novità che certamente l’ha contraddistinta, è stata l’essere presente su internet a vari livelli. Un aspetto certamente vincente: dal dietro le quinte dell’organizzazione stessa alla programmazione dei singoli Padiglioni, la Biennale ha avuto un secondo svolgimento anche sul web, grazie a uno strategico utilizzo di post, tweet, video, immagini, video in diretta. Primo tra tutti tra i Padiglioni, quello francese, con Xavier Veilhan che ha quotidianamente reso partecipe il suo pubblico delle registrazioni musicali di moltissimi artisti nel suo padiglione-studio, tramite Instagram e il sito ufficiale (www.studio-venezia.com)

Se i dati di questa “Biennale delle performance e dei social” luccicano sotto i riflettori dei record, altrettanto però non fanno le partecipazioni nazionali e la Mostra.
L’organizzazione impeccabile e innovativa pare sia stata a scapito di un contributo curatoriale da cui ci si aspettava molto, e che invece ha deluso, scivolando soprattutto nella Mostra all’Arsenale e ai Giardini, inciampando su facili didascalismi, proprio lì dove il tema dei “padiglioni, concepiti come i capitoli di un libro”, doveva essere un’idea originale e vincente.

IR, Arsenale, The 57th International Art Exhibition_La Biennale di Venezia

Forse proprio questo, tuttavia, ha permesso di far risaltare la scelta di alcuni validissimi artisti e i loro significativi interventi, particolarmente potenti e perfettamente inscritti nel linguaggio contemporaneo, come quello di Julian Charrière. Resteranno a lungo impresse nella memoria le sue enigmatiche torri a pianta esagonale, monumenti dell’Antropocene, costruite con mattoni di sale prelevati dal Salar de Uyuni in Bolivia. Future Fossil Spaces il titolo dell’opera, come un avvertimento: protagonisti di quell’installazione erano gli spazi vuoti che i prelievi avevano lasciato all’interno del Salar, vuoti rimasti a monito di un imminente futuro di sfruttamento minerario.

O ancora, le sfere di Alicia Kwade, fatte di minerali diversi e allineate in modo da creare un sistema solare sonoro, affacciato alla laguna. E il labirinto di specchi, ormai segno di distinzione della giovane artista tedesca, che gioca con le illusioni ottiche in modo sapiente.

Per i Padiglioni vale purtroppo lo stesso sentimento di delusione della Mostra. La maggior parte di essi pare non abbia voluto osare, ma forse l’impressione emerge per contrasto, considerata l’altissima qualità di alcuni (pochi) interventi.
Giorgio Andreotta Calò ci ha concesso di inorgoglirci grazie allo spettacolare intervento a specchio nel padiglione Italia. Cevdet Erek, nel Padiglione della Turchia, ci ha fatto scoprire le infinite spazialità che un utilizzo sapiente dei suoni e della tecnologia può creare.

JS Andreotta Calo

JS Giorgio Andreotta Calo

E infine, ha meritatamente trionfato fino all’ultimo giorno il Padiglione Germania, con i suoi giovani rinchiusi in gabbia, a rappresentare noi, società distopica, asetticamente divisa (proprio come nell’opera di Andreotta Calò), nel “mondo di sopra” e “mondo di sotto”, dove la metamorfosi lentissima e infinita è in vetrina, e prevede dolore e collaborazione, noia e ribellione.

Certamente di questa Biennale, più che i numeri, resteranno impresse queste immagini potenti.

Lucia Longhi

immagine di copertina> Julian-Charrière