A cuore aperto. The Empathy Exams — Essays di Leslie Jamison

A cuore aperto. The Empathy Exams — Essays di Leslie Jamison

A quali misteriose leggi risponde l’empatia? È un’attitudine, un sentimento o una performance?

Leslie Jamison, classe 1983 e un impressionante curriculum accademico e creativo, cerca di rispondere a queste domande partendo dall’autobiografia più che dalla statistica. E preferisce seguire la strada dell’esperienza piuttosto che l’anatomia delle caratteristiche misurabili. Il suo saggio si snoda come un viaggio attraverso i luoghi oscuri di tutta una società — quella americana, quella occidentale in generale —  attraverso le ragioni e le regioni della com-passione, del sentire comune, delle relazioni umane. L’empatia è l’articolazione tra il privato e il sociale, legata solo perifericamente al rapporto personale diretto, all’affetto o alla simpatia. Anzi, piuttosto il contrario: l’empatia è immaginare l’inimmaginabile, o, come afferma Jamison

“Empathy isn’t just listening, it’s asking the questions whose answers need to be listened to. Empathy requires inquiry as just as imagination. Empathy requires knowing you know nothing. Empathy means acknowledging a horizon of context that extends perpetually beyond what you can see”
(L’empatia non significa solo ascoltare, significa fare quelle domande le cui risposte devono essere ascoltate. L’empatia richiede indagine, ma anche immaginazione. L’empatia richiede che si sappia di non sapere. Significa riconoscere un orizzonte di contesto che si estende continuamente oltre ciò che può essere osservato)

The Empathy Exams  è, come annunciato nel sottotitolo, una raccolta di saggi. Ogni saggio è ispirato da un’occasione diversa, le riflessioni crescono una per una sul terreno vivo di una storia, la storia di Leslie Jamison o quella di altri, che descrive con uno stile tra il documentario e l’intimista, calcando le orme di Joan Didion. Il materiale è variegato, gli spunti molteplici: in che modo dovremmo lasciarci toccare da esperienze traumatiche che appartengono a un vissuto e un quotidiano molto distante dai nostri? Più nello specifico: in che modo il racconto della violenta realtà di Tijuana, dominata dal narcotraffico, può spingerci a concepire una realtà di dolore che saremo poi in grado di condividere con chi la vive quotidianamente? Cosa si prova a essere un ex-tossicodipendente divenuto corridore professionista e ora costretto in carcere? Possiamo immedesimarci e partecipare alla sofferenza di malati immaginari, creando “empatia quando si crede alla sofferenza ma non alla sua fonte?”

The Empathy Exams — Essays di Leslie Jamison

L’autrice cerca di inquadrare queste situazioni ‘limite’ — il dolore non è forse sempre un’esperienza liminale, al limite e al margine della normalità? —, cercando di disegnare un orizzonte nuovo, quello in cui l’empatia svolge il suo ruolo non solo su scenari plausibili, ma ci insegna il confronto con un campionario di sofferenze che non siamo ancora in grado di ri-conoscere. Ogni empathy exam  lascia intravedere la possibilità e la bontà di un’empatia che va al di là della ricerca delle cause, prendendo forma indipendentemente dal giudizio di valore o della professione di realtà, così fondamentali nel nostro approccio alla vita di tutti i giorni. Jamison si sforza di superare prima di tutto un confine di natura sociale e interpretativa, quello che vede e malattia, e dolore come entità separate. Quello che crea un noi, felici e funzionanti, e un loro, malati e/o addolorati. Dentro un che è solo una delle due cose, così compatto, così scopertamente univoco nel farsi del bene, non c’è posto per gli antagonismi. Ma questo libro racconta una storia diversa: ilè ben più di questo, e di certo non è sempre un guardiano del benessere del corpo. È piuttosto una macchina complessa e stratificata, un’entità porosa e difficile da separare dall’ambiente circostante. Chi può dire quanti e quali sabotaggi metta in atto la nostra coscienza? Chi può dire cosa del è reale e cosa non lo è?

L’indagine di Jamison nasce proprio dall’evoluzione intima di un quesito pragmatico, a sua volta scaturito da un’esperienza particolare: durante gli anni dell’università ha lavorato come “medical actor”, paziente ‘immaginaria’ il cui compito è quello di simulare meticolosamente i sintomi di una malattia per testare le capacità di medici in erba. Questo compito include spesso qualcosa di più del recitare una malattia in quanto congerie di sintomi fisici e ben riconoscibili. Ai medical actors capita spesso di dover esprimere un panorama psicologico, il fenomeno carsico della coscienza a monte del disturbo fisico. Finita di recitare la sua parte, il paziente risponde a un questionario riguardo alla sua esperienza. Nella valutazione non tutte le voci riguardano la medicina. Come dare un punteggio a: Voiced concern for my situation/problem? Ecco, i medici devono superare un esame d’empatia. Il medico che l’ha visitata è stato in grado di interagire con il/la paziente oltre il protocollo dell’osservazione scientifica? È stato capace di seguire il fil rouge del disturbo fino alle radici della patologia, ponendo quelle domande che, come dice Jamison, implicano l’immaginare l’inimmaginabile? Ma soprattutto, queste domande sono riuscite a fare sentire il paziente sicuro, importante per il medico? Sullo sfondo la domanda delle domande: sono questi i criteri che dovremmo essere in grado di applicare, giorno per giorno, ai nostri rapporti con l’ambiente e col prossimo? Leslie Jamison testa sé stessa e compila una scheda immaginaria riguardo alla paziente reale — reale per quanto possa esserlo la protagonista di un’autobiografia — alle prese con una gravidanza indesiderata e un’operazione a cuore aperto a breve distanza l’una dall’altra. Ci racconta il bisogno di empatia, comprensione, appoggio incondizionato. Da parte del suo compagno, da parte del suo medico e di chiunque sia entrato in contatto con la sua situazione/problema. E ci racconta come la mancanza di empatia abbia in alcuni casi reso le ferite più profonde, gli eventi più traumatici.

Ma è proprio l’empatia del lettore che Jamison rischia di perdere. Il tono della sua indagine a volte sembra più spietato che puntuale, la sua perizia nell’analizzare sfocia quasi in un gioco macabro fatto di mea culpa e auto-inflizioni, in cui il sentire individuale si fa misura di tutte le cose. Il continuo riferimento alle proprie esperienze di dolore — il suo passato da autolesionista, i disordini alimentari, il naso rotto durante un’aggressione e rimesso a posto con un costoso intervento di chirurgia plastica —è difficile resistere alla tentazione di vederci un proclama, un attestato di esperienza che in qualche modo qualifica l’autrice come osservatrice privilegiata del dolore altrui.  I sentimenti, buoni o cattivi che siano, scivolano sul suo stile colloquiale e arguto con un pizzico di auto-compiacimento, tanto da far pensare che la sua storia non sia l’inizio di un viaggio, ma la totalità di un universo di pensiero che comincia e finisce nell’introspezione.

Il libro resta comunque un’impresa coraggiosa, latore di un messaggio che merita di essere raccolto: l’empatia richiede tempo e fatica, “non è semplicemente qualcosa che ci accade, una pioggia sinaptica di meteore che brucia attraversando il nostro cervello — è una scelta che facciamo: di prestare attenzione, di estendere noi stessi”. Il problema non è solo etico, è sociale. La modalità di comunicazione corrente punta all’esclusione attraverso l’esclusività, articola l’individuo intorno al paradigma del solipsismo: il mio IO è speciale, è inizio e fine del mio mondo, i MIEI problemi sono fondamentali, diversi da quelli di tutti gli altri. Come recitava un famoso slogan pubblicitario: “bevi fuori dal coro”. Ma cantare costantemente controtempo non rischia di diventare un’ostinata affermazione del contro tutti? I problemi degli altri sono poi così distanti dai nostri? L’autrice gioca sul confronto, elicitando ciò che è comune alla sofferenza, che lo rende un’esperienza umana ma anche umanistica, comunicabile. L’empatia non è solo terapeutica, ma auto-terapeutica. Ci insegna a ridimensionare la nostre piccole tragedie, a farci sentire meno soli nel nostro dolore. Inscrivendo la propria scrittura nel perimetro etico di David Foster Wallace, il reportage di Leslie Jamison sembra dirci: staccatevi dalla narrativa ossessiva che va avanti ininterrotta nel vostro cervello, abbandonate quella costante venerazione del sé che guida ogni vostro atto quotidiano. Il mondo è proprio lì fuori, uguale e diverso da voi. Guardatevi intorno, prestate attenzione. Prendetevene cura.

Flavia Fratini