‘A livella – Napoli è

‘A livella – Napoli è

Ll’ammore è come fosse nu malanno
ca, all’intrasatta, schioppa dint’ ‘o core
senza n’avvertimento, senza affanno,
e te po’ ffa’ murì senza dulore.
(Ll’ammore)

Ormai per me il trapasso è ‘na pazziella;
è ‘nu passaggio dal sonoro al muto.
E quanno s’è stutata ‘a lampetella
significa ca ll’opera è fernuta
e ‘o primm’attore s’è ghiuto a cuccà.
(‘O schiattamuorto)

Ci passeggi dentro, cercando di sostenere la stessa andatura dei piedi veloci che ti sfrecciano accanto, lasciandoti invadere dalle risate violente e gli scoppi dialettali di qualche voce avvezza al richiamo. Ti fermi a rimirare le mille facce, i mille ‘movimenti’ – come li chiama chi, in quella città, ci è nato e cresciuto – delle strade che ti si presentano diverse ad ogni angolo. E lasci che siano loro ad incantarti, ora con l’innocenza di un panorama alto e placido come quello che si scorge affacciandosi dal ponte al centro di via Santa Teresa degli Scalzi, ora con l’ipnotica e fredda oscurità, velata solo in apparenza dai festosi panni stesi ad asciugare, che aleggia tra i vicoli stretti e ripidi visibili poco più in basso di quello stesso identico ponte, proteso verso un rione guappo, e oscuro. Il quartiere Sanità.
E non è solo nel groviglio di strettoie dove è nato Antonio Totò De Curtis che si respira tanto dinamismo emotivo. Perché è tutta Napoli, al di là di ogni superficiale sentimentalismo od esacerbato stereotipo, a vivificarsi sotto le spire di una dualità che rende la terra di De Curtis allo stesso tempo ammaliante e fragile, spavalda e profondamente sensibile. Un paradosso che lascia innamorati e perplessi, incantati e diffidenti.
Cos’è Napoli, e come può una sola città racchiudere per secoli senza implodere una capacità al limite della maledizione qual è quella di saper cavalcare con accorata ma astuta freschezza tutti i sentimenti umani, e saper chiacchierare a testa alta, con aria sorniona ma vigile, insieme all’amore, alla morte, alla miseria, prendendo sotto braccio tutti insieme questi non facili compagni di viaggio?
Totò, da buon napoletano, non ha dato una risposta a questo enigma. Semmai l’ha rinfocolato, dando nuovamente prova di questa straordinaria attitudine, e racchiudendola nel solo linguaggio veramente intelligibile: la poesia.
Nella poesia di Totò l’amore si fluidifica e diventa dolore, malinconia. La morte, forte di un’ingenua vezzosità infantile, diventa invece un gioco, un trastullo (‘na pazziella), una parte che si recita finché il sipario non cala. E’ forse in questo travalicare le apparenze, che sta la grandezza di Napoli. In questo continuo strappare alle emozioni la toga severa di un aggettivo rigido e stretto da indossare, per farlo vivere con spensieratezza, pur se si tratta della morte, o con rammarico e una punta di sofferenza, pur se si tratta di amore.
Una concessione che il popolo napoletano fa a se stesso, lasciando che i suoi componenti si prendano la libertà di provare quando e per quanto vogliono ogni infinita sfumatura di cui le emozioni sono fatte. Senza rimanere schiavi di una parte, senza sentirsi costretti a recitare a comando. Il napoletano, probabilmente, recita per scelta, non per imposizione. Un modo per salvaguardare l’autenticità dei propri sentimenti, non lasciandosene assoggettare, e ridendo in faccia a chi, per timore o per invidia, preferisce definirlo semplicisticamente un popolo tutto pizza e mandolino.
Non c’è niente di più serio, nel vivere con sfrontatezza i sentimenti. Niente di più coraggioso, al limite dell’epico, nel votarsi alla libertà del sentire, più che alla schiavitù del provare a comando un’emozione.
Ecco, forse, cos’è Napoli. Il cuore e la ragione, l’istinto adolescenziale e l’esperienza antica di tutti i sentimenti del mondo. Una città che, come una mano, cala divertita a schiaffeggiare chi napoletano non è. Un vecchio attore sorridente e navigato che non si sottomette al copione, pur sapendo perfettamente come la recita andrà a finire.

Simona Di Michele