aBeCeDanzA, P di "performance"

aBeCeDanzA, P di “performance”

a B e C e D a n z A

 

A B e… eccì! Abbecedario degli starnuti saltati, trattenuti o a esplosione, del pliè come potenziale snocciolìo delle ginocchia, dei fouettés en tournat quali evoluzione di rapine a mano armata. La rubrica aBeCeDanzA, snella e accattivante, è uno strumento pratico come un glossario per schiarirsi rapidamente le idee sulla terminologia e le tecniche del mondo della danza, ma vuol anche essere una finestra per curiosare sulla storia infinita di quest’arte performativa. È vero, nella vita forse non farà alcuna differenza conoscere cosa sia un cambrè, ma potrebbe tornare utile sapere che non è una città vicina a Tournai e che non fa rima con tournée… e così, magari, sarà possibile togliersi dall’imbarazzo di non godere mai della danza per paura d’ignoranza!

[P.S.: l’ordine alfabetico non rispecchio l’animo della danza, quindi toccheremo le lettere a nostro piacimento]

 

PERFORMANCE? Bho

Vado a questo evento, vieni? – Di cosa si tratta? – (…suspanse…)
Ehm sì, vado a vedere una performance! – Ah, ok. – Bene!

Parolina magica della tuttologia quando si ha a che fare in eventi/mostre&co. del contemporaneismo odierno con soggetti e punti di vista mobili o mobili ad alternanza. I casi in cui possiamo trovarci sono principalmente due, il primo quando a muoversi è solo il soggetto in scena che può o meno commuovere lo spettatore, il secondo in cui tutti possono essere elementi mobili sulla scena, dai performer agli spettatori partecipanti coinvolti, eliminando il confine di demarcazione tra palco e pubblico, dove sala e poltroncine di fatto non esistono più.
Andando ora nello specifico, cos’è in danza ciò che definiamo come performance? Credo sia una questione di M. Movimento, azione generata da una motivazione più o meno dichiarata o consapevole; di I. Intenzione, continua “tensione verso” qualcosa da raggiungere; di D. Desiderio ispirato e ispirante. Etimologicamente, però, il termine significa “prestazione”, ma lascia vedere solo l’obiettivo, focalizzando l’attenzione sul risultato, senza tenere conto del processo che ha portato alla sua realizzazione, aspetto che qui invece è fondamentale. Si tratta, infatti, di un avvenimento che avviene in un preciso spazio misurabile ma con due forme di durata diverse: una calcolabile, ossia il tempo inteso come “crònos”; l’altra imprevedibile, dominata dal “kàiros” che detta al corpo cosa eseguire in quel dato preciso istante che accade e che non è più ripetibile. L’insieme di questo “doppio tempo” coesiste nel corpo del danzatore, che si fa strumento in relazione profondissima anzitutto con se stesso, entrando poi in contatto col lo spettatore grazie alla cosiddetta simpatia cinetica o meta cinesi: un meccanismo di relazione tra danzatore e spettatore, che non condividono più solo un codice e i suoi segni, ma vivono anche di una precisa estetica della ricezione. Ciò significa semplicemente che la performance è un’azione, un compiere che coinvolge e che chiama a reagire, attivamente o passivamente, sia sul piano concettuale che fisico.
La performance, inoltre, si serve della mediazione della gestualità corporea per “esprimere in forma estetica i motori, i desideri e le reazioni dell’essere umano” (Louis Horst, 1884-1964), e la danza è il processo di costruzione di un linguaggio che incarna nel corpo questa possibilità di comunicazione, questo tentativo di arrivare all’altro. Come definito da Merlau-Ponty, il corpo è poroso e la danza è lo strumento espressivo che manifesta nella carne l’introspezione e l’esperienza personale, poiché ogni soggetto con la sua umanità e col peso della sua storia particolare, è anche il risultato della sedimentazione di una cultura e può, pertanto, trovare in sé elementi di universalità da tradurre in movimento. La danza è un tendere che attraverso la forma, si fa sintesi reale e viva dell’unità di mente e corpo. Se nella performance vi è un risultato artistico, esso è frutto della stretta relazione esistente tra movimento, aspetto corporeo (inteso come estetica e non come esteriorità), esperienza personale e temperamento. Ciò prevede che tra tutti gli interlocutori, performer e spettatori, vi sia un doppio scambio, dove qualcosa si lascia e qualcosa si porta a casa, nella logica dell’economia del baratto.

Consigli in pillole dall’antropologo inglese Victor Turner (1920-1983): riflettere sull’idea stessa di performance come pratica corporea necessaria ad una ridefinizione critica del reale e potenziale non-luogo di margine e di passaggio da situazioni sociali e culturali definite, a nuove aggregazioni sperimentali.

Erica Romano