AFW #3. Senza cuore. Francesca Matteoni

AFW #3. Senza cuore. Francesca Matteoni

Prato. Termidoro 2015. “A few words” (mensile di letteratura e altro).

Per gentile concessione dell’autore e della rivista, Artnoise ha nuovamente l’onore di ospitare un racconto dell’ultima fatica dei masnadieri di Prato.

Dentro una betulla viveva una ragazza. L’albero era forte e alto verso il cielo. Il fiume amava la ragazza: le parlava in rivoli su per le radici, le bagnava i capelli scendendo tra le foglie dalle nuvole. La ragazza viveva attraverso le stagioni, le piogge e il sole acceso l’abitavano entrambi, la malinconia si stemperava nel suo animo con lo stupore, proprio come i rami nudi dell’inverno nel verde dell’estate. Nell’albero c’erano tutti i rumori del mondo. La sua solitudine era buona e armoniosa.
Un giorno venne a ripararsi sotto la betulla un Uomo. Sembrava molto triste. Dopo poco iniziò a cantare e la sua voce era profonda, sapeva di terra e dolore. La ragazza non aveva mai sentito qualcosa di simile, non era il canto frenetico dei passeri e dei merli al mattino, nemmeno l’urlo della civetta che taglia il buio, non assomigliava al fragore dell’acqua e nemmeno al vento lamentoso o alla sua danza sulle cose. Si tese dentro il tronco per ascoltare con il respiro accelerato che le agitava il sangue. Allora l’Uomo si voltò, pensò che l’albero fosse bello. Allungò una mano verso la corteccia bianca e proprio dove le sue dita si posarono, toccò il cuore della ragazza e lei uscì dall’albero.
“La mia vita era semplice, ma ora mi sento vuota, mi sembra che solo il tuo canto possa riempirmi. Ti prego canta ancora”, gli disse e lui cantò e la ragazza sentì che il suo corpo non era più tale, non sapeva più il confine tra la sua pelle e il canto dell’Uomo. Alla fine lei mise la testa sul suo petto.
“Che strano!”, esclamò la ragazza. “Non ti batte il cuore”.
“Il cuore non può battermi. Non ce l’ho!”, rispose l’Uomo.
“Come fai a vivere senza cuore?”
“Vivo perché è da qualche parte, ma lontano da me e non riesco a trovarlo”.
“Ti darei il mio”.
“Lo distruggerei. Lo sbranerei come fanno le belve. Consumerei tutta la sua forza cercando qualcosa che sia me. Non si può vivere con il cuore di un altro e tu saresti morta”.
“E la tua voce, allora, da dove viene?”, gli chiese.
“Una sera, non ero più un bambino. Sono venuti i Giganti. Hanno sconvolto la mia casa facendone una tomba. Poi mi hanno rotto, tagliato in pezzi, diviso la mia pelle dalla carne, fracassato lo sterno. Solo gli occhi mi erano rimasti vivi, vedevo, senza poter far nulla. Mi hanno rimesso insieme con flauti al posto delle ossa, corde di violino e chitarra dove c’erano i nervi e i tendini. Un usignolo ha fatto il nido nella mia gola. Ma il cuore non me lo hanno restituito. Lo hanno schiacciato e compresso, fatto seccare su una pietra. Poi lo hanno chiuso in una conchiglia, hanno messo la conchiglia in un sacco e il sacco in una scatola d’acciaio e tutto questo li faceva molto ridere. ‘Lo getteremo sul fondo dell’oceano!’, dissero. Se ne sono andati prima che io riuscissi di nuovo a muovermi. Così, forse, il mio cuore è straziato e sepolto nel mare”.
“E non lo hai mai cercato?”
“Sì… ma a che servirebbe ormai? Sono così stanco. Tu puoi restare qui con me, non ti manderò via, mi racconterai dell’albero e dei suoi cicli, dell’alternarsi dei colori nelle sue fronde; per me è sempre tutto uguale, anche la mia voce non può darmi sollievo”.
“E poi tu mi ameresti?”
“Non potrei, ma avrei sete della tua presenza”.
“Sarebbe terribile, come inciampare sempre nell’ombra. Starei dentro un desiderio che non può realizzarsi”, disse la ragazza.
“… e tuttavia resterai?”, le chiese l’Uomo quasi con speranza.
La ragazza non rispose. Trascorsero la notte insieme. L’Uomo non poteva dormire, perché il sonno viene dal ritmo del cuore e il suo era assente. Il suo corpo era sconvolto dalle ferite che affioravano nell’oscurità, la sua voce divenne un urlo ininterrotto. La ragazza ne ebbe paura, ma non poteva sciogliersi dal suo abbraccio. Il mattino seguente prese la sua decisione:
“Partirò io, alla ricerca del tuo cuore”.
“Non lo troverai, non abbandonarmi”, chiese l’Uomo e c’erano in lui furia e terrore, ma la ragazza sentiva di doversi allontanare, intraprendere un viaggio senza meta sicura, senza certezza di soluzione.
Tornò dalla betulla per un ultimo saluto, il fiume era arrabbiato:
“Perché vuoi andartene? Non sei grata di quello che hai? La mia cura, il mio amore, la bellezza di questo mondo?”
“L’Uomo non ha più il cuore e da quando l’ho incontrato, è come se non avessi più il mio. Non posso berti o ascoltarti, fiume, con la gioia che avevo! Albero, non posso tenermi a te e nemmeno con te sognare di raggiungere il cielo! Non sono più la stessa e me stessa è nell’Uomo che non può amarmi e mi fa spavento”.
Il fiume corse via trascinando erba e sassi in un lungo pianto e così facendo la spogliò del suo abito verde-azzurro come l’acqua. La betulla ebbe compassione della ragazza e la rivestì di foglie e ramoscelli intrecciati. Le mise una protezione attorno ai piedi nudi perché non si ferissero sul cammino, ma non poté fare nulla per il suo sguardo che era distante, spento in un orizzonte invisibile. La ragazza si incamminò. Dopo molti giorni e notti giunse in una foresta di abeti, l’aria era fresca e ombrosa, un singhiozzo proveniva dalle rovine di una casa antica. Si avvicinò e guardò dentro: seduto su un masso muschioso, lo spettro incurvato di una donna cercava di cucire insieme i pezzi della sua pelle a brandelli, da cui sgorgava continuamente sangue che evaporava prima di giungere a terra.
“Chi sei?”, le chiese la ragazza.
“Chi ero, piuttosto. Vivevo in questa casa, tanto tempo fa. Fuori dalla mia porta sentii il canto di un Uomo, la sua voce mi rapì: non potevo sapere dove mi avrebbe condotta. Aprii la porta e lo lasciai entrare. Era un Uomo senza sonno e senza il cuore: temeva più di tutto che lo abbandonassi, così lo feci restare. Passarono cinque anni e di giorno io lo ascoltavo e lo amavo, ma di notte l’Uomo strappava un pezzo di me, tentava così di riavere il cuore. Alla fine si prese il mio e scoprì che non poteva usarlo e io comunque ero morta di pena. L’Uomo se n’è andato, ma nemmeno come spettro sono libera e questa dove mi aggiro non è più la mia casa”.
La ragazza iniziò a tremare: era del suo Uomo che lo spettro parlava, era lui che l’aveva uccisa. Come era possibile tanto orrore in quella voce meravigliosa? Non si arrese, tuttavia, non poteva tornare indietro. Proseguì sola con il peso del suo amore infelice nel petto e le parole della donna spettro. Una mattina finalmente arrivò sulla scogliera, che si gettava a precipizio nella spuma bianca delle onde. Si sporse verso gli uccelli come faceva quando viveva nell’albero, allora conosceva le loro lingue, ma ora non riusciva più a tradurle, rispondere. Iniziò a piangere forte. Una procellaria scese sullo scoglio, le si avvicinò incuriosita, le fece un cenno con le ali affinché la seguisse. L’uccello avanzò goffo e lento fino all’entrata di una piccola grotta. Dalla grotta usciva il suono rauco della tempesta, ma non soffiava nessun vento. Più la ragazza si addentrava nella grotta più il suono assomigliava ad una voce umana, una voce spezzata che si alzava e abbassava in grida e risa folli. La procellaria si fermò davanti ad una donna o a ciò che ne restava. Le mancavano gli occhi, cavati via dalle orbite; il corpo era livido e incrostato di sale e alghe. I capelli neri crescevano e si spargevano a terra, erano il suo unico abito.
“Chi sei o chi eri?”, le chiese la ragazza.
“Danzavo su queste scogliere. Ero amica degli uccelli marini. Non ci fu mai donna più selvaggia e ridente di me, lo crederesti? Poi in questa grotta sentii un canto, un canto simile a nessun altro, mi avvolse l’anima. La procellaria cercava di trattenermi, afferrandomi la veste con il becco, ma io entrai: ero stregata. Il canto apparteneva ad un Uomo che non aveva sonno né cuore. Era venuto fin qui per cercarlo, ma, disse, era troppo stanco per proseguire. Mi chiese di restare con lui. Restammo insieme un anno e la mia risata perse il suo tinnire, disimparai a danzare. Gli uccelli smisero di venire da me. L’Uomo rubava tutto quello che era mio nella notte. Un giorno gli dissi che avrei cercato io il suo cuore, non avevo paura. Ma ero stremata, vedi? Ancora la procellaria tentò di fermarmi, di riportarmi là in alto dove il vento è assordante e potente. Mi gettai nel mare, nuotai a lungo in un’acqua che mi tirava giù come fango. Uccelli che non conoscevo si avventarono contro i miei occhi. Annegai. Le procellarie sollevarono il mio corpo restituito dalle onde, lo trasportarono quassù; l’Uomo se n’era andato e questa non è più la mia casa”.
La ragazza era impietrita. Che tipo di creatura era quella a cui stava donando il suo amore? Come poteva procedere? E come recuperare la strada già fatta, rivivere nell’albero, essere protetta dal fiume? Un senso amaro di colpa e sconfitta la prese. Si sdraiò sulla pietra dove si addormentò, voleva dormire fino a dimenticare tutto.
All’alba del giorno seguente, la donna annegata la stava accarezzando:
“Lo hai incontrato anche tu, non è così? E ora sei in trappola, la sua vita è la tua”.
“Si”, disse la ragazza aprendo gli occhi.
“Io non posso aiutarti a non amarlo. Ma posso avvertirti sul percorso che hai ancora da fare…”

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