Marino Marini. Passioni visive

Quando:
27 gennaio 2018 – 1 maggio 2018 all-day
Dove:
Collezione Peggy Guggenheim, Venezia
Dorsoduro
701,30123 Venezia VE
Italia
Contatto:
Collezione Peggy Guggenheim di Venezia041 240 5411E-mailEvent website
Categorie:
Marino Marini. Passioni visive @ Collezione Peggy Guggenheim, Venezia | Venezia | Veneto | Italia

Dal 27 gennaio all’1 maggio 2018 la Collezione Peggy Guggenheim ospita la mostra Marino Marini. Passioni visive, a cura di Barbara Cinelli e Flavio Fergonzi, con la collaborazione di Chiara Fabi. Si tratta della prima retrospettiva mai realizzata dedicata a Marino Marini (1901 – 1980) che ambisce a situare organicamente l’artista pistoiese nella storia della scultura. Con oltre 70 opere, l’esposizione è allestita negli spazi delle mostre temporanee, nonché nelle Project Rooms del museo e nella veranda adiacente tali spazi. Marino Marini. Passioni visive è organizzata in collaborazione con la Fondazione Marino Marini e si avvale di un Comitato scientifico composto dai curatori e da Philip Rylands, Salvatore Settis, Carlo Sisi e Maria Teresa Tosi. L’intimità degli ambienti della Collezione Peggy Guggenheim, seconda tappa della mostra dopo Palazzo Fabroni a Pistoia, consente una inedita lettura, concentrata e ravvicinata, di più di cinquanta sculture di Marino Marini e di venti opere, dall’antichità al ‘900, con cui la scultura di Marino si è confrontata. In questo modo viene privilegiato un dialogo serrato tra le sue sculture e quelle della tradizione plastica cui l’artista ha fatto riferimento. Sono i grandi modelli della scultura del ‘900 con cui Marino entrò in dialogo, e, soprattutto, alcuni importanti esempi di scultura dei secoli passati, un’arte mai esposta prima nelle sale di Palazzo Venier dei Leoni: dall’antichità egizia a quella greco-arcaica ed etrusca, dalla scultura medievale a quella del Rinascimento e dell’Ottocento. Un simile dialogo offre un nuovo punto di vista, inaspettato e criticamente innovativo, intorno ai temi affrontati dallo scultore, travalicando le gabbie della cronologia, degli stili e delle periodizzazioni. In un percorso della produzione di Marino Marini esteso dagli anni ‘20 agli anni ’50, ogni sala mette in scena alcuni episodi di questo dialogo. Nelle prime due sale le teste e i busti degli esordi sono affiancati a canopi e teste etrusche, a una testa greco-arcaica proveniente da Selinunte e a un busto rinascimentale di Andrea Verrocchio; mentre il Popolo, la terracotta del 1929 che fu il passaggio determinante della sua svolta arcaista, è messo a stretto confronto con il coperchio figurato di un’importante sepoltura etrusca. Verso la metà degli anni ’30 Marino si concentra sul soggetto del nudo maschile e ne trae una serie di statue destinate a lasciare un segno nella scultura europea, come evidenzia, in una sala, il raffronto tra due grandi legni e due opere capitali sul medesimo tema di Arturo Martini e Giacomo Manzù. Negli stessi anni e in quelli successivi Marino Marini amplia l’arco dei suoi soggetti: in una sala successiva sono affrontati tre suoi capolavori eccezionalmente riuniti (un Icaro, un Cavaliere e un Miracolo) a riprova del sorprendente arco di linguaggi e di stili con cui l’artista, al culmine delle sue capacità espressive, intende mettersi alla prova. La mostra prosegue con una sala dedicata alle “Pomone” e ai nudi femminili che lo scultore realizza partendo da una originale e modernissima rielaborazione del classicismo post-rodiniano: Marino si misura con il difficile tentativo di trasformare il corpo femminile in una forma astratta e i suoi nudi sono affiancati in questa sala a quelli di Ernesto De Fiori e di Aristide Maillol. Alcuni fogli vengono a testimoniare le fasi dell’invenzione plastica del nudo femminile nel disegno, un medium che fu sempre particolarmente caro all’artista. Verso il 1940, mentre quasi tutti gli altri scultori italiani ed europei sembrano voler abbandonare la lezione di Auguste Rodin, Marino Marini la rivisita per dare inizio a una nuova stagione di ricerca che lo porterà a confrontarsi con la forma esistenzializzata di Germaine Richier. Due piccole sale mettono in scena questi confronti, particolarmente importanti negli anni del conflitto quando, durante il suo esilio in Svizzera, lo scultore sembra virare verso un drammatico espressionismo plastico. La ricerca postbellica riporta Marino a indagare, in forme più astratte, il tema del “Cavallo e Cavaliere”. In tre sale sono raccolti gli esiti maggiori di questo ciclo. Si tratta delle opere di maggior significato e successo nell’intero catalogo di Marino Marini: furono contese dal maggiore collezionismo internazionale e risultarono determinanti nello stabilire la posizione di primo piano dell’artista nel canone della scultura contemporanea di figura. Si inserisce qui il suo indimenticabile Angelo della città (1948), tra le opere-simbolo della Collezione Peggy Guggenheim, che la collezionista americana volle collocare davanti alla sua nuova dimora, tra i cancelli che si affacciano sul Canal Grande, dove oggi ancora si trova. Peggy Guggenheim acquistò il gesso dell’opera nel 1948, e l’anno successivo Marini lo trasforma in bronzo, in tempo perché venisse esposto nella Mostra di scultura contemporanea, curata e organizzata dalla stessa Peggy nel giardino di Palazzo Venier dei Leoni. La mostra continua con una compatta sala di ritratti. Marino Marini reinventa nel ‘900 il significato stesso del ritratto scultoreo, attingendo ai modelli del passato, specialmente all’arte egizia, da cui desume la lezione di una volumetria pura, intrinsecamente monumentale, attingendo e rivolgendo allo stesso tempo una acuta attenzione alla personalità del ritrattato. Un confronto tra un Ritratto di America Vitali con uno coevo, e della stessa ritrattata, realizzato da Giacomo Manzù mostra in questa sala due polarità estreme della ritrattistica scultorea in Italia prima della guerra. Nel dopoguerra Marino inventa una nuova lingua per la resa espressiva del volto umano: questa lingua, che guarda alla scomposizione cubista e, insieme, alla deformazione espressionista, farà di lui il più grande ritrattista-scultore del secolo. Dopo il 1950 il tema del “Cavaliere”, questa volta disarcionato, diventerà un motivo di pura ricerca spaziale, ormai quasi sganciato dalla riconoscibilità del soggetto, come si evidenzia nella sezione dell’ultima sala dedicata ai celebri “Miracoli”. La serie dei “Giocolieri” è posta accanto a bronzetti etruschi e a figure stanti di Henry Moore. Chiudono la mostra i piccoli e grandi “Guerrieri” e le “Figure coricate” degli anni ‘50 e ‘60: viene proposto, in questo snodo, l’inatteso confronto con l’antica tradizione toscana di Giovanni Pisano e, insieme, con le soluzioni più sperimentali di Pablo Picasso.

La mostra Marino Marini. Passioni visive è accompagnata da un’esaustiva pubblicazione, edita da Silvana Editoriale, con saggi dei curatori Flavio Fergonzi, Barbara Cinelli, contributi di Chiara Fabi, Gianmarco Russo, Francesco Guzzetti e un ampio apparato iconografico.

La mostra è realizzata grazie al sostegno di Lavazza in qualità di Global Partner della Fondazione Solomon R. Guggenheim. Tale collaborazione, nata quattro anni fa, evidenzia come l’avanguardia sia un valore innato e fonte d’ispirazione per Lavazza fin dalla sua fondazione a Torino nel 1895.

Il programma espositivo della Collezione Peggy Guggenheim è sostenuto dagli Institutional Patrons – EFG e Lavazza, da Guggenheim Intrapresæ e dal Comitato Consultivo del museo. I progetti educativi correlati all’esposizione sono realizzati grazie alla Fondazione Araldi Guinetti, Vaduz.

Tutti i giorni alle 15.30 vengono offerte visite guidate gratuite alla mostra, previo acquisto del biglietto d’ingresso al museo.

Marino Marini. Passioni visive
Collezione Peggy Guggenheim, Venezia
27 gennaio – 1 maggio 2018

info: http://www.guggenheim-venice.it/default.html

didascalia immagine: Marino Marini, Cavaliere, 1947, Bronzo, 100,05 x 67 x 49 cm – Bayerische Staatsgemäldesammlungen, München. Pinakothek der Moderne © Marino Marini, by SIAE 2018

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