Alphonse Mucha, tra Art Nouveau e pittura di storia

Alphonse Mucha, tra Art Nouveau e pittura di storia

Attraverso oltre tre duecento opere,  la personale dedicata ad Alphonse Mucha (Ivančice 1860 – Praga 1939) ripercorre la parabola stilistica dell’artista che, se dovette gran parte della sua fama al proprio estro  creativo di fine ed abile illustratore, conobbe nel tempo altre stagioni, in consonanza con la molteplicità dei propri interessi e delle tensioni ideali che agitavano il suo animo. Dalla nativa cittadina moldava Ivančice, in seguito a una prima fase di formazione tra Vienna e Monaco, Mucha approda ben presto nella Parigi di fine Ottocento, vera capitale artistica dell’epoca, contraddistinta da un grande fervore culturale e una vivace atmosfera cosmopolita. La prima sezione ne descrive gli esordi bohémien, mettendo in luce le relazioni con gli altri artisti dell’epoca che spesso confluivano nei locali di ritrovo, di cui gli artisti erano spesso assidui frequentatori. Come nel caso di Gauguin, allora tornato dal suo viaggio in Polinesia, immortalato con Mucha in uno stesso scatto. Il grande successo arriva grazie all’attività di illustratore: inizia elaborando le locandine degli spettacoli teatrali di Sara Bernardt, attrice allora molto in voga. Le grandi cromolitografie verticali, congeniali alle cosiddette colonne Morris (che costellano qui e là, ancora oggi, il tessuto urbano parigino) su cui venivano poi issate in giro per la città con evidente intento promozionale,  rappresentano grandi figure, prevalentemente femminili, dalle linee sinuose e arabescate, il cui elemento calligrafico e raffinato si unisce ad una resa molto minuziosa e quasi senza tempo che denota, oltre a una certa sensibilità estetica, anche una grande padronanza della tecnica. Sappiamo infatti che Mucha era solito seguire analiticamente tutte le fasi della stampa litografica, il che rivela anche la dedizione verso il suo lavoro di artista e artigiano. In linea con il movimento delle Arts and Crafts di William Morris, Mucha crede fermamente nell’importanza della bellezza come elemento capace di qualificare e investire in modo pervasivo gli oggetti d’uso comune, quotidiani. Sull’onda di questa radicata convinzione, l’artista si mette al lavoro per importanti brand pubblicitari dell’epoca, e così facendo, si mette a servizio del suo pubblico. Anche una scatola di biscotti, le ampolle di un profumo o l’etichetta di una birra possono e devono essere belle. Nascono così anche i suoi pannelli decorativi che costituiscono come dei modelli i cui motivi ornamentali erano riproponibili su paraventi, calendari, o anche adattabili a interni domestici.

A. Mucha_Le pietre preziose, 1900 (serie di quattro pannelli decorativi, litografie a colori)

A. Mucha_Le pietre preziose, 1900 (serie di quattro pannelli decorativi, litografie a colori)

 Lo stile risulta pienamente Art Noveau, come ben evidente nel ricorso a motivi fitomorfi e a linee morbide ma rifinite. Eppure questa definizione non piacque mai all’artista, secondo cui la vera arte non può mai essere definita nuova, perché costituisce il frutto di un instancabile e continuo lavoro di assimilazione e rielaborazione personale di ciò che già esiste e viene trasposto in forme altrettanto soggettive e capaci di veicolare, nel loro complesso, un loro messaggio.

Proprio in virtù del potenziale comunicativo e contenutistico intrinseco alla figurazione, Mucha approda a forme d’arte anche molto diverse rispetto a quelle dei suoi inizi, assumendo perfino sfumature misteriose  legate alle dissertazioni filosofiche con Strindberg che conobbe tramite Gauguin: in particolare rimase suggestionato dall’idea della di forze misteriose capaci di influire sul destino degli uomini: tipica di questa fase, la presenza di figure abbozzate che compaiono a contorno del soggetto principale.

Studio per una tela dell'Epopea slava

Studio per una tela dell’Epopea slava

C’è poi un altro filone interessante che fa leva sul sentimento patrio di Mucha, nato in una regione dell’attuale Repubblica Ceca, ma allora parte del vasto impero austro-ungarico: l’artista, orgoglioso delle sue origini slave, sarà ben felice di accettare l’incarico di decorare il padiglione della Bosnia-Erzegovina in occasione dell’Esposizione Universale di Parigi del 1900 (esposizioni che allora più che mai avevano il valore di vere e proprie vetrine internazionali). Eppure, paradossalmente, anche quel paese era stato assoggettato allo stesso impero della sua terra natia: avrà così l’idea di creare un’opera rappresentativa dei popoli slavi accomunati dal giogo dell’oppressione. Nasce così l’Epopea slava, progetto che prevedeva ben venti tele di cui rimangono alcuni bozzetti ma che sfortunatamente non venne ultimato, malgrado Mucha avesse trovato, in America, un abbiente finanziatore. Degno di nota infine anche il messaggio filosofico dell’artista che, negli anni bui dell’avvento del nazismo riesce ancora a elaborare opere come il trittico L’età della ragione, L’età della saggezza, L’età dell’amore, anch’esso rimasto allo stato di abbozzo, ma estremamente indicativo della volontà di propugnare ideali universali e umani perché, stando alle sue stesse parole: “[…] dobbiamo sperare che l’umanità si stringa a sé, perché sarà tutto più semplice quanto più saremo in grado di capirci”.

Alphonse Mucha – Complesso del Vittoriano , Ala Brasini

a cura di Tomoko Sato

Via di San Pietro in Carcere

Fino all’11 settembre 2016

Giulia Andioni