ANANKE (2015), RIPENSARE IL CINEMA COME CONSEGUENZA DI UN SENTIRE

ANANKE (2015), RIPENSARE IL CINEMA COME CONSEGUENZA DI UN SENTIRE

Cambiano i tempi, cambiano anche i luoghi di fruizione del cinema.

Dalla sala al salotto di casa, la rivoluzione del digitale ha cambiato molto le nostre abitudini. Nuove piattaforme di streaming nascono ogni giorno, tra queste alcune molto coraggiose come la Tao Films, che ha come obiettivo quello di portare alla nostra attenzione un cinema da contemplare più che da vedere.

Tra le sue interessanti proposte di questo periodo è disponibile fino alla fine di giugno il lungometraggio italiano “Ananke” (2015), diretto da Claudio Romano e da lui scritto con la compagna Elisabetta L’Innocente.

Il film, già presentato in giro per l’Italia nell’ambito di alcuni festival e rassegne, come la Mostra internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro del 2015, o il Concorso “Dove va il cinema italiano? Oltre la commedia, le nuove proposte”, sempre nel 2015, dove ha vinto il Premio Meccoli come Miglior film, merita attenzione sia per il suo essere un’opera che, lontana da ogni logica di mercato, non vuole mostrare ma suggerire e chiede a noi spettatori di fermarsi a riflettere, sia perché da questa traspare la capacità dei suoi autori di utilizzare il cinema come mezzo per esprimere la loro visione delle cose e del mondo, per difendere un’idea, cosa molto rara oggi.

Ho rivolto loro alcune domande sul film e su questa particolare concezione di cinema, alle quali ha risposto il regista Claudio Romano, con la complicità della co-sceneggiatrice Elisabetta L’Innocente.

[Elisabetta Orsi] Nel 2013 Donatello Fumarola e Alberto Momo hanno pubblicato un libro intitolato “Atlante sentimentale del cinema per il XXI secolo”, nel quale sono raccolte una serie di interviste, magici incontri, con alcuni dei registi più importanti dei nostri tempi. Nell’introduzione c’è una frase bellissima “Il cinema è ancora un paese sconosciuto”, pronto ad essere esplorato, assaporato, pensato. Il filo conduttore di queste conversazioni è il quesito che tormentava André Bazin “Che cosa è il cinema?”. Io adesso lo chiedo a te.

[Claudio Romano] Il cinema è una fessura, uno squarcio che mette in relazione spazi diversi. Può indagare, scoprire, dimostrare, intrattenere, liberare, suggerire, dichiarare, fallire, offendere, denunciare, evocare. Il cinema è tante cose, ma sicuramente è un’invenzione umana; è imperfetto e velleitario; è figlio della scienza e della tecnica e si sviluppa nel misticismo; è suscettibile di giudizio umano e muta le sue caratteristiche a seconda di chi lo crea e di chi lo fruisce. Nel bel libro che citi il cinema è ogni volta una cosa diversa, poiché diversa è la persona che lo concepisce. Mi piace pensare che il cinema possa essere qualsiasi cosa, uno strumento che è sfuggito di mano ai suoi creatori, che si affannano invano a definirlo e proprio non vogliono demordere. Ci sono cose che non possono essere incapsulate in un concetto, una definizione, ed è giusto così. Dovremmo provare ad accettarlo. Quando ragiono sul cinema penso al tetragramma biblico, “io mostrerò d’essere ciò che mostrerò d’essere”, o “io sono colui che sono”. Per me il cinema è il manifestarsi della coscienza, la mia, che va in conflitto con la mente e il ricordo. Ha spesso a che fare con incubi e psicosi, ossessioni e rivelazioni. Recentemente ho letto i Soliloqui di Sant’Agostino, nei quali egli trascrive i suoi dialoghi con la Ragione e, mediante la dialettica, dimostra l’immortalità dell’anima. A volte penso di avere lo stesso obiettivo: se alla dialettica e al ragionamento logico sostituisci la disposizione di immagini e la loro ambiguità, alla Ragione la Coscienza, quella che ottieni è un’indagine mossa dal desiderio di illuminazione volta a conoscere l’ignoto, ovvero ciò che si manifesta celato dai nostri limiti umani, in quella zona che non ci è di facile accesso e conoscenza. Qual è il nostro fine? Quel che sembra è quel che è? La cosa interessante è che questa pare essere la definizione di psichedelia – ψυχή (psykhé, anima) e δῆλος (dêlos, chiaro, evidente), nel senso di “allargamento della coscienza”. – Per me Cinema e Psichedelia hanno molto in comune, entrambi si poggiano su basi scientifiche molto precise e sconfinano nella mistica e nella spiritualità. Mediante essi si rivelano zone dentro di noi scarsamente illuminate, che sono in risonanza con il mondo circostante, hanno origine da esso e si sviluppano segretamente, nonostante noi. Per me dunque l’indagine cinematografica va in questa direzione. Illuminare se stessi vuol dire anche far luce sulle qualità che ci rendono esseri umani, senza le quali l’arte, il cinema, il bello, la politica, non servono a nulla, sono dei vezzi. Prima l’humanitas, dunque, poi tutto il resto. Appurato ciò, tuttavia, mi rendo conto di aver definito solamente il mio cinema. La domanda di Bazin “Cos’è il Cinema?”, in senso universale, rimane dunque senza risposta. E credo sia giusto così, per una questione di molteplicità. Forse, allora, il cinema è una ferita, una crepa, da cui filtra la luce.

[E.O.] “Ananke” è attualmente disponibile in streaming sulla piattaforma digitale “Tao Films”, un nuovo servizio di distribuzione che si propone di supportare registi di tutte le nazionalità con un obiettivo comune, educare alla contemplazione. È singolare vedere come in questa era digitalizzata, dove si moltiplicano forme di fruizione del film tese sempre più a ‘ottimizzare’ i tempi di questa fruizione per rimanere al passo con uno stile di vita in perpetuo movimento, c’è ancora qualcuno che rischia andando controcorrente. Anche tu ed Elisabetta avete deciso di rischiare? E soprattutto pensate di sentirvi più a vostro agio con un pubblico internazionale piuttosto che nei ristretti confini nazionali?

[C.R.] In realtà non ho alcun interesse nei confini, non credo negli Stati; piuttosto confido nelle nicchie e nelle tribù. Seguivo con interesse il lavoro di ricerca di Nadin Mai, i suoi studi sullo “slow cinema”. Il suo blog The art of slow cinema raccoglie testi estremamente interessanti e semplicemente, un giorno, le abbiamo mandato Ananke. Il film le piacque e mi parlò di questo suo progetto in fase embrionale. Tao Films, appunto. Nadin gestisce il progetto con grande passione e devozione, sta sviluppando una community di registi che hanno la possibilità di mostrare le loro opere a chi ha voglia di vederle e che si confrontano fra loro in un continuo scambio fatto di suggestioni e stimoli.

Dici bene, “andare controcorrente”. Disprezzo la velocità alla quale siamo obbligati, non capisco questa sfida costante al tempo, nel tentativo perenne di ottimizzarlo, di renderlo produttivo in termini prettamente materialistici. Tao Films in questo senso fa qualcosa di diverso, è una tribù formata da individui che rispettano il tempo, lo accettano, lo esplorano. Cos’è il tempo? Il tempo è come il cinema, è un’invenzione umana: sta a noi scegliere come impiegarla. Per alcuni il tempo è denaro (come il cinema), per altri è silenzio (come il cinema); spesso è lavoro (come il cinema) altre volte è otium (come il cinema). È interessante il termine che hai usato, “rischiare”. Di fatto, se di rischio si tratta, qual è questo rischio? Quello di andare controcorrente? Betty, per esempio, trova risposta leggendo il sonetto 272 di Petrarca (La vita fugge, et non s’arresta una hora, et la morte vien dietro a gran giornate…); lì l’errare attraverso il tempo dell’“uomo nuovo” è un manifesto, un memento costante.

Bisogna allora capire dove va la corrente, per capire se andando in direzione opposta si corra effettivamente una qualche forma di rischio. Io non sento di rischiare qualcosa, cos’ho da perdere d’altronde se non me stesso? Vivo costantemente controcorrente, la maniera in cui si sviluppa il mio cinema è solamente e semplicemente il risultato di come vivo. Ed è il frutto di scelte anche molto banali, se vuoi. Qualcuno parlerebbe di “cinema della resistenza”, di “cinema che resiste”, ma io non credo in queste cose. Il cinema non resiste, gli uomini lo fanno, semmai. E ognuno ha le sue resistenze. Ognuno di noi ha le proprie battaglie importanti. La mia volontà è quella di resistere al denaro, al futuro, alle ambizioni, al materialismo, al produrre, al giudizio, all’antropocentrismo, alla schiavitù del lavoro, alla corsa contro il tempo, alla spiegazione a tutti i costi, all’impatto umano. Queste credo siano tutte caratteristiche (una piccola parte) di quella che è la corrente. Il contrario di tutto questo è ciò in cui credo con fermezza. È quindi inevitabile andare controcorrente e l’unico rischio che corro, o meglio, l’unica certezza con la quale misurarmi, è non far parte della corrente, ovvero mettere a repentaglio la mia socialità. Ritrovarmi a guerreggiare da solo. A parte Betty, che costituisce per me una magnifica eccezione, spesso sono guardato con diffidenza e soggezione, mi è molto difficile incontrare dei complici. Pertanto, nel mio cammino sono per lo più “solo et pensoso”. E questo, naturalmente, vale anche per i miei film. Sobrietà ed austerità per me sono valori importanti, puntare all’essenziale è un dovere. Liberarsi dal superfluo è un modo di fare ordine e pulizia. È solo uno degli innumerevoli modi possibili di vivere e fare cinema, ma per me è l’unico ad essere sostenibile e prezioso.

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[E.O.] Sui rapporti tra Caso, Necessità e Destino Kieslowski ha costruito le basi della sua poetica e del suo cinema; lo si vede soprattutto nel “Decalogo”, dove i personaggi si affannano a cercare un modo per opporsi alla loro tragica sorte ma inutilmente perché non riescono ad andare oltre la superficie delle cose. In “Ananke” una malattia misteriosa sta uccidendo l’umanità, il contagio si diffonde attraverso il contatto tra le persone. Possiamo allora dire che è proprio questa incapacità dell’uomo ad andare oltre, la sua cecità, l’origine di questo terribile male?

[C.R.] Forse è un problema di memoria, che perdiamo continuamente, ogni giorno. Abbiamo dimenticato da dove veniamo e siamo tutti orfani. Abbiamo cestinato tutto ciò che ci tiene in vita e viviamo in sistemi e schemi comportamentali che ci uccidono in quanto esseri umani. Perché abbiamo velocizzato le nostre vite? E perché, non contenti di questo, abbiamo introdotto la cultura del multitasking, della comunicazione ultra-sintetica, il fast-food, il fast-thinking, il brainstorming, gli alberghi a ore, i treni ultra-veloci? Nessuno ha tempo, tutti corrono chissà dove, tutto muore presto, tutto è immondizia. Nella Natura il concetto di ‘rifiuto’ non esiste. Il consumo di cose insignificanti ci ha reso schiavi ed è normale che quando si è schiavi non si ha tempo per vedere oltre, per soffermarsi, contemplare. Quand’è stata l’ultima volta che abbiamo seminato, curato e raccolto personalmente il nostro cibo, che è un bene e non una merce, lo abbiamo cucinato e mangiato con le mani, in silenzio, ad occhi chiusi, annusandolo e contando le volte che lo mastichiamo, assaporandolo e pensando ad esso? Pensiamo all’horror vacui legato al tempo, poi. Se siamo fortunati abbiamo un po’ di tempo libero, che tentiamo di riempire con le più svariate attività. Ma più che libero quel tempo è avanzato, ovvero sfuggito alla schiavitù alla quale siamo costretti per sopravvivere. E a quel tempo applichiamo gli stessi princìpi che condizionano il nostro tempo lavorativo: non deve mai essere vuoto. La noia e il vuoto ci terrorizzano. E quando proviamo a starcene seduti, al buio e da soli, in silenzio, senza fare nulla, non ci riusciamo. Questo è molto interessante, a mio parere. Se proviamo a fare questo, semplicemente in compagnia di noi stessi, in ascolto dei nostri pensieri, in ascolto di noi stessi, non ci riusciamo. Perdiamo la pazienza, ci distraiamo. Al massimo resistiamo cinque minuti. Ho osservato su di me una cosa molto interessante (e ovvia). Quando mi capita di passare molto tempo nella natura, abbassando i ritmi ed evitando di pensare alle ansietà della mia vita quotidiana, tutto il mio corpo e la mia mente rallentano, si placano. E allora mi è più facile ascoltare me stesso, non fare assolutamente nulla, in silenzio. Osservare i miei pensieri, la logorrea incessante della mia mente, diviene molto più semplice. Sono capace di dialogare con me stesso per un tempo molto maggiore e questo si traduce in una miglior conoscenza del mio intimo, delle mie segrete stanze. È importante non sottovalutare il potenziale di questa pratica; se impari ad ascoltare i tuoi pensieri, sei anche in grado di riconoscere la loro natura e l’origine delle tue emozioni. Anche quelle più deteriori. Forse è un azzardo pensarlo, ma per fare un esempio concreto, secondo me non è un caso che nazionalismo, totalitarismo, dogmi morali, etici, di costume e intolleranze varie si stiano espandendo a macchia d’olio proprio in tempi odierni. 

[E.O.] Il rimedio sembra essere il ritorno alla natura, alle origini del tutto, del quale in fondo siamo anche noi parte. I luoghi chiusi che vediamo, abbandonati dagli uomini e dal tempo, contrastano con il panorama circostante, scorci di una bellezza naturale che continua a scorrere e fiorire nonostante tutto. E noi piccoli uomini dove ci poniamo in tutto questo?

[C.R.] Siamo abituati a pretendere sviluppo, benessere, facilità di consumo. E questo sempre a discapito della Natura, mai in sinergia. Credo sia importante ripristinare una relazione con essa, ricucire quel filo che nei secoli si è spezzato. I nostri figli vivono nell’ansia a quindici anni e la loro soglia di attenzione è bassissima, la depressione è il male più diffuso sulla faccia della Terra, siamo allergici a qualsiasi cosa e per qualunque motivo ci ammaliamo continuamente. Siamo vittime delle più svariate fobie, abbiamo creato uno stile di vita dal quale pare impossibile liberarci. Lo sappiamo e non facciamo nulla. Ogni decennio un pezzo di mondo grande quanto il Regno Unito viene ricoperto dal cemento, viviamo in un immenso centro commerciale dove tutto è in vendita. La Natura semplicemente prosegue la sua vita, obbligata ad adattarsi e mutare dinanzi alla nostra opprimente presenza. Per questi motivi il cinema può configurarsi come una pausa, un interludio, può davvero aiutarci a respirare e ricondurci “alle origini del tutto”. Ma il cinema, come ogni altra forma d’arte, deve iniziare ad essere percepita in maniera diversa. Molte persone passano da un film all’altro senza che nulla in loro cambi. Non si danno il tempo necessario. Non sperimentano le sensazioni che questo o quel film possono suggerire. Il cinema in loro non sortisce alcun effetto, viene fagocitato, digerito malamente e velocemente e poi diventa immondizia. Rimane solo nei ricordi, ma non incide nelle vite. Mi chiedo sinceramente: come può la visione di un film come La tortue rouge non generare profondi (o anche minimi e superficiali) cambiamenti nello stile di vita di chi lo ha visto? A cosa serve guardare quel film se poi non si produce alcun cambiamento, non si dà il via a nessuna riflessione, non si fa autocritica? Il cinema è davvero solo uno dei tanti modi per riempire quel tempo libero o avanzato di cui parlavamo prima?

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[E.O.] Ho notato che i due protagonisti sembrano avere atteggiamenti differenti, inoltre vengono spesso ripresi separati l’uno dall’altra. La donna ha timore di uscire dalla casa in cui hanno trovato rifugio, cerca disperatamente un contatto umano attraverso una radio che invece emette solo suoni senza senso, l’uomo al contrario vaga per la foresta, ascolta i suoni della natura, la ammira, anche quando è dentro le mura dell’abitazione, attraverso la finestra i suoi occhi sono attratti dal grande albero che si staglia di fronte a lui, ne è come ipnotizzato. È solo una mia impressione o è un modo per suggerire due differenti approcci al vivere?

[C.R.] Qui torna la meravigliosa immagine richiamata da Petrarca, l’uomo “solo et pensoso” col quale inevitabilmente mi sento in comunione. Per me la protagonista del film è la donna, è la sua inadeguatezza, la sua paura. È lei il soggetto della mia indagine. Lui è, come me in veste di regista, un osservatore, a volte quasi un novello Caronte. Il carattere dei personaggi è studiato molto poco a tavolino, poiché dipendeva dal vissuto degli attori e da come io avrei vissuto l’esperienza delle riprese. Nella mia testa c’erano questi due personaggi ciechi e inconsapevoli, attaccati alla vita che avevano lasciato (“Mi mancano molto le mie cose. Mi manchi tu, mammina.”) e intimoriti dalla vita aspra, selvaggia e incontrollabile del bosco. Individui schiavi dei loro bisogni e del loro egoismo. Ma poi il film ha preso una direzione diversa, più enigmatica e sfumata. Abbiamo fatto i conti con la realtà delle cose. È molto importante dire che per me c’è una parte essenziale in ogni film, che è parte del film stesso, che lo spettatore non vede, non può avervi accesso. È la parte delle riprese. Un film è un’esperienza e lo è in tutte le sue fasi. Per me quindi un film influisce innanzitutto su chi il film lo fa, o è testimone del suo farsi. Successivamente si tenta di restituire agli altri il più possibile, ma nel film ci sono cose che attengono all’intimo. È innanzitutto un’odissea privata. E in questa odissea, nella quale ero solo et pensoso, mi sono identificato con colui che guarda quell’albero, proprio perché quell’albero nel film non era previsto. Prima hai citato l’Atlante sentimentale, che voglio richiamare di nuovo in questa conversazione, per aiutarmi a rispondere. Una delle interviste più significative del libro per me è quella a Hou Hsiao-hsien, che, a proposito del modo di rapportarsi alla realtà dice: “Per esempio, in un luogo reale tu hai di fronte un oggetto che vuoi riprendere, non importa che siano gli attori o il luogo in sé, ma poi scopri che mentre giri altri elementi entrano nell’inquadratura, e allora devi porre attenzione a quanto oltrepassa quello che ti sei prefisso. Ho sempre notato che, quando si gira in esterni, si registra naturalmente anche il ritmo della vita del luogo, a ogni istante ci sono persone che passano, un movimento, un ritmo di qualche tipo. [...] Allora, da sempre, il mio uso di luoghi reali, il mio uso degli attori, mi porta a un’unità finale che deriva da questa combinazione, dai luoghi che ho trovato, dagli attori che ho scelto… Non seguo mai una sceneggiatura per dire «Prima devo trovare il luogo, poi gli attori e poi posso girare.» No, non è così. Di solito si ha di fronte un oggetto e poi si vede cosa succede.” Ho semplicemente condiviso con Marco Casolino un sentire, lui ci ha messo il suo bagaglio di vita, io ci ho messo il mio, Solidea Ruggiero ci ha messo il suo. Ed Ananke è quel che è. Personalmente girare Ananke mi ha cambiato, è stato l’inizio di un cambiamento profondo della mia vita quotidiana. Ho applicato le cose che dicevamo prima, ho avuto il privilegio di contemplare ed imparare, osservarmi e mettermi in discussione. Principalmente come essere umano e solo dopo come regista.

[E.O.] Nel film non abbiamo indizi per stabilire in quale epoca storica ci troviamo, è un tempo sospeso, in attesa di ripartire come le lancette dell’orologio o di tornare indietro per recuperare la felicità perduta. Quando la donna scrive alla madre, parlandole di Ananke, le dice che la capretta le ricorda quella con cui giocava quando era bambina, si avverte una dolorosa nostalgia per il passato, un malessere che spinge a desiderare di poter rivivere quelle emozioni ancora una volta. Qual è il tuo rapporto con il tempo?

[C.R.] In Ananke il tempo non esiste, forse. Esistono i ricordi, con la loro fallacità, modellati dalle proprie percezioni, le proprie aspirazioni. È curioso il metodo che abbiamo assunto per sviluppare Ananke. Ci siamo fatti degli schemi molto rigidi per orientarci nella diegesi del film, dei modelli, dei sistemi per orientarci all’interno di quel loop senza fine che è il film. Poi però non ci interessava che rientrassero nel film, Ananke doveva essere qualcos’altro. Ma ci abbiamo molto fantasticato su, scartando poi tutto al momento della creazione delle immagini. Personalmente ricordo che all’inizio, nel 2011, il germoglio del film nacque nella mia testa da una foto di Nan Goldin, Nan and Brian in Bed. Fantasticavo come al solito ed eliminando ciò che sapevo su quell’immagine è nata l’idea di fare un film sul terrore che può provare una donna sapendo di essere incinta oggi, nell’Europa del 2017 (2011, ai tempi) e di doverlo comunicare al suo compagno. Mi ossessionavano le due contraddizioni che gradualmente si sono impossessate del film: l’uomo è un essere tribale e nasce per vivere in condivisione; poi però scoppia una malattia a causa della quale la socialità diviene mortale. Deve quindi imparare a vivere da solo, con il rischio di non essere in grado di farlo ed esporsi ugualmente alla depressione. Dinanzi a questo problema esistenziale si pone la seconda contraddizione: siamo animali, dunque è naturale e ovvio tendere alla prosecuzione della specie. È altrettanto ovvio farlo in un mondo oramai finito, dove solitudine e socialità sono entrambe situazioni per noi pericolose? Fino a dove si spinge la nostra attitudine naturale e dove inizia il libero arbitrio? Nella mia testa vedevo questa donna essere madre e figlia. Per me la bimba, la donna protagonista e la madre a cui lei scrive e che non c’è sono la stessa persona. Alla fine a chi si rivolgono quegli occhi, nella penultima inquadratura? E cosa provano? Ci sono tante cose in Ananke, davvero, anche se rimangono custodite nella mia testa e il film dà solo pochi indizi. Ananke per me (e forse tutto il cinema in parte lo è, per riprendere la tua prima domanda) è l’inseguimento di un ricordo.

Ho iniziato la mia risposta da molto lontano, per dire che sì, la nostalgia per il passato e il desiderio di poter rivivere le emozioni sono un sentimento vivissimo, che mi coglie di sorpresa ogni giorno e che sicuramente vive anche nel film. E all’interno del loop di Ananke è solo l’ennesimo fallace sentimento umano. Perché in un loop tutto si ripete, anche le emozioni. Basterebbe saperle riconoscere, cogliere, (ri)vivere. Ma l’uomo non lo sa, non vive il presente e desidera solamente il passato o il futuro. Si affanna, invano. È una questione di consapevolezza mancata.

Al tempo è legata anche la Storia, che si ripete sempre. Ecco perché è anche il film più politico che potessimo mai fare. Ananke è l’Europa di oggi e la cosa ci rattrista molto. L’Europa nei suoi disegni utopici sarebbe un luogo meraviglioso di interscambi e di libertà dove gli umani si ritrovano in spazi ideali, in disegni da compiere.  Gli esseri umani però sono anche gli ingegneri delle guerre e delle tribolazioni e dunque, spesso, la storia delle genti è un cerchio piatto dove al suo interno ci sono fermenti vividi e momenti fulgidi di cambiamenti significativi, seppur momenti.

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[E.O.] Un aspetto abbastanza evidente di quest’opera è la quasi totale assenza di parole, i dialoghi si riducono allo stretto necessario, si preferisce lasciar parlare le immagini, indurre lo spettatore a vedere ciò che non può essere espresso con le parole. Penso all’inconcepibile universo di cui parla Borges nel suo Aleph, una cosa che è altre infinite cose se vista da prospettive diverse. Tu ed Elisabetta credete di essere riusciti a raggiungere questo risultato?

[C.R.] Ananke all’inizio era molto dialogato, poi abbiamo sottratto il più possibile. Mi piace molto lavorare così e togliere quasi tutto alla fine, fino a lasciare il minimo indispensabile. Con Betty scriviamo un film e poi ne giriamo un altro, che del primo conserva pochissime cose. La parola non è un elemento che apprezzo particolarmente, nel cinema. È una scorciatoia che impigrisce molto chi dovrebbe ragionare e sentire per immagini e deja-vu. Scrivere bei dialoghi è una sfida affascinante, difficile e stimolante, ma semplicemente non fa per me. Anche Betty indaga le ragioni del silenzio, per lei hanno suoni, quasi esso fosse un noumeno. Il silenzio non va svelato ma va introiettato; è un mistero antico, celato dentro di noi prima di venire al mondo. Il silenzio è come la pazienza, quasi una virtù teologale. Anche la capra rimane in silenzio, si ribella ad esso e poi compie una scelta d’istinto. Faccio spesso un esercizio, quando guardo dei film: ascolto quello che gli attori si dicono e mi chiedo se il silenzio, cesellato da immagini in sostituzione delle parole, sarebbe stato altrettanto efficace. E la risposta è quasi sempre sì. Se non erro ci sono state otto differenti versioni della sceneggiatura, ognuna delle quali più asciutta delle precedenti. Alla fine sono sopravvissute circa cinque o sei scene con dei dialoghi, ma in montaggio le abbiamo cassate quasi tutte. Spero tanto di aver reso Ananke un film ambiguo, aperto e misterioso, in caso contrario sarei molto deluso. È un film molto trattenuto e controllato, spesso me lo fanno notare quasi fosse un difetto. Per me non lo è: è invece una dichiarazione, una scelta innanzitutto etica. Quando ho fatto Ananke era vitale per me porre dei freni alle cose, soffocarle sul nascere. Quella fissità laterale, quei pensieri trattenuti e non espressi, gli sguardi ambigui rivolti altrove sono il tentativo da parte mia di mettere a fuoco le cose, di attraversarle con lo sguardo. Il film doveva liberarsi nell’intimità di chi lo fruiva, non nell’estetica di chi lo creava. E questo proprio perché non distinguo affatto fra il vissuto e la creazione. Ananke è la conseguenza di un sentire, sarebbe stato ridicolo e ipocrita agire diversamente. Il regista è una persona fallace che si pone domande cruciali e lascia alle immagini la responsabilità di un’indagine. È l’anti-intellettuale per eccellenza, è la persona che ha meno risposte fra tutti gli umani. Come dicevamo prima, tocca al pubblico sperimentare le risposte, in seguito.

 

                                                      Intervista a cura di Elisabetta Orsi