«Andiam, andiam, andiamo a lavorar, tra la la la, tra la la la, la la, la la»

«Andiam, andiam, andiamo a lavorar, tra la la la, tra la la la, la la, la la»

«Fondate le repubbliche democratiche sul lavoro e poi vi stupite se la gente si rompe il cazzo. Ma io dico, fondate le repubbliche democratiche su un qualcosa di più significativo e vedrete come tutto si aggiusterà». Inavvertitamente uscito dalla mia bocca, l’accorato appello rimbalzò su tutte e quattro le pareti della doccia in cui stavo e compresi in un attimo di trovarmi in un vero e proprio momento costituente. L’epifania consistette nel dichiarami una repubblica democratica fondata sulla depressione post-coito. Poi, mentre mi lavavo i denti, mi resi conto di non sapere bene cosa potesse significare questa depressione post-coito, e certo avrei dovuto informarmi meglio prima di fondarci una repubblica democratica sopra, ma fattostà, quello che è fatto è fatto, il momento costituente era terminato. Con soli dieci minuti di ritardo sul piano, mi avviai mesto a lavoro.

«Andiam, andiam, andiamo a lavorar, tra la la la, tra la la la, la la, la la».

È un po’ di tempo che quando arrivo a lavoro penso ai sette nani. Sarà la canzoncina che canticchio arrivandoci. All’inizio credevo fosse solo una tecnica inconscia per mettermi di buon umore, poi ho capito. Prendete una manciata di emarginati sociali, prendeteli con evidenti malformazioni che ne giustificano l’emarginazione, prendeteli e sbatteteli in un bosco a centinaia di chilometri dalla prima forma di aggregazione sociale, metteteli a dormire in una camerata che sembra un campo di concentramento e poi «arbeit macht frei» indicategli un piccone, indicategli una lanterna, indicategli la miniera: ecco i sette nani. Abbracciata questa prospettiva, provavo un intimo senso di tristezza per questi nani, superato solo dalla rabbia che mi faceva il loro essere allegrotti: ma allora lo vedete che è colpa vostra? Spenta così ogni forma di empatia iniziai a considerare la grande ingiustizia che stavo subendo: non sono deforme, non sono emarginato, eppure mi tocca lavorare pure a me. E non riuscivo proprio a essere allegrotto, e il motivo è chiaro: io, al contrario dei nani, ho sempre saputo che il mondo fuori dalla miniera può regalare soddisfazioni inimmaginabili, occorre solo avere il tempo di saperle interpretare e costruire; e ogni ora di lavoro è un ora in meno di interpretazione e costruzione, una perdita di chance d’avere soddisfazioni inimmaginabili.

Il rapporto con i colleghi va invece a gonfie vele. Mi fanno così schifo che non riesco nemmeno a parlarci, ma questo deve essere stato interpretato come una naturale predisposizione all’ascolto, solo così riesco a spiegarmi la loro ostinazione nel raccontarmi i mille mila cazzi insignificanti che riempiono la loro giornata extra lavorativa. Il mio preferito è un mitomane ritardato il cui obbiettivo di vita è raccontare peripezie sessuali corredate da prove documentali, un profilo Facebook («guarda quanto è fica!»), una foto sconcia («guarda che culo!»), un messaggio sessualmente esplicito («questa è una vera porca!»). È  un mio superiore gerarchico, molto apprezzato nell’ambiente, è più grande di me di qualche anno, e credo che queste siano state le premesse che lo hanno condotto a donarmi la sua più grande scoperta scientifica: per avere una serata che vale la pena raccontare bisogna trovare il giusto equilibrio quantitativo tra cocaina e viagra. Solo una volta, tra mille cautele, ho cercato di accennargli il fatto che forse a lui non piaceva proprio scopare, e avrei continuato dicendo che il suo era un perverso dovere etico sociale che probabilmente lo stressava più di quanto già non facesse quel perverso dovere etico sociale che è il lavoro. Se non avesse avuto nessuno a cui raccontarlo – avrei continuato ad argomentare – probabilmente avrebbe dismesso questo fare libertino per il quale francamente non mi sembrava tagliato. Fui però subito interrotto da una fragorosa risata «ahhhahaha, stai a rosica’, dai non fare così, una di queste sere ti porto con me in un locale qui dietro e ti presento…». Meglio così, in effetti ero animato solo da cattiveria, il mio obbiettivo non era salvargli la vita, ma rovinagliela. Se solo fossi riuscito a fargli intuire che gli assiomi di partenza del suo eroico life style erano da compatire, l’avrei di certo annientato. Non è carino andare da un nano che lavora in miniera e dirgli: sei un nano che lavora in miniera, smetti di cantare e mettiti a piangere. Se solo ci fossi riuscito lui sarebbe morto, e io mi sarei definitivamente inimicato un superiore gerarchico.

Era comunque la persona giusta per condividere il dubbio della mia mattina: «Ma te sai cos’è la depressione post-coito?». Si blocca, guarda me, guarda le sue scarpe, guarda me di nuovo e poi serio come mai l’avevo visto prima: «No, e depressione e coito non possono stare nella stessa frase».

Giacomo Venezian

elaborazione grafica in copertina: Marta Gargano

altri aperitivi:

#1   Amor Cortese. Il camerlengo di Auxann
#2   Innamorarsi di una busta è un gesto eroico e altre considerazioni sui limiti intrinseci di una rivoluzione anticapitalistica
#3   I postumi al tempo del postmoderno e la contro-rivoluzione copernicana
#4   Ricordanze di un rivoluzionario pisocosomatico, laddove sarebbe onesto morire prima di scrivere un’autobiografia
#5   Piccola ode dedicata allo spazzolino
#6   L’inutilità è libertà: contributo per un welfare state che conosca il significato della parola “mohjito”
#7   La carica dei centouno Mario- Parte prima: gli spermatozoi e l’etica del successo
#8   Melone in quarta base
#9   Economie imperfette e la mia Prima guerra mondiale
#10 Sturm und Drang dei valori d’uso
#11 Cronache dal giorno prima
#12 Tua madre è una start up
#13 Le simpatiche avventure di Spazzolino e Spazzolone