André Gunthert, “L’immagine condivisa. La fotografia digitale”. Una recensione

André Gunthert, “L’immagine condivisa. La fotografia digitale”. Una recensione

André Gunthert (1961) è ricercatore e dal 2001 docente presso l’EHESS (École des hautes études en sciences sociales) a Parigi, dove insegna cultura visiva. E’ autore di numerosi libri che hanno indagato con sapiente attenzione il passaggio culturale dal mondo fotografico analogico a quello digitale. E’ fondatore della rivista Etudes photographiques e ha diretto insieme a Michel Poivert L’Art de la photographie nel 2007.
La prefazione al volume, pubblicato in Italia dalla casa editrice Contrasto, è di Michele Smargiassi, già autore del blog FOTOCRAZIA per il quotidiano La Repubblica. E’ proprio Smargiassi a sottolineare come Gunthert abbia la capacità di farci conoscere una nuova strada della fotografia, un percorso tortuoso, a volte pieno di “trabocchetti” e difficoltà ma allo stesso tempo vivace e ricco; mai come adesso la fotografia si è fatta “agente” della necessità degli individui di condividere rapidamente con gli altri le proprie esperienze di vita quotidiana.

E’ quindi il mondo della fotografia vista nel più ampio senso del termine, attraverso un’analisi profonda sui cambiamenti che hanno investito il giornalismo e la diffusione delle notizie, che Gunthert intende raccontarci nel suo libro L’immagine condivisa, un volume che, già dal titolo, svela il centro nodale dei suoi interessi di ricerca: la condivisione rapida delle immagini, il giornalismo partecipativo, la concorrenza amatoriale, l’immagine conversazionale. Grazie ad una serie di esempi, l’autore propone una prima lettura dei nuovi usi dell’immagine nella cultura visuale, delle “immagini fluide” e del ruolo da esse assunto nella società contemporanea.

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Il volume si articola in 12 capitoli che, partendo dalle premesse teoriche sulle pratiche della fotografia nell’era digital, arriva fino a quello che Gunthert definisce come “la consacrazione del selfie”. L’autore parte da una domanda che investe il ruolo assunto dallo storico nella società: “può uno storico osservare il presente?”. Essendo la storia lo studio di un “cambiamento in atto” (non limitata allo studio del passato), lo storico assume una posizione fondamentale nel rilevamento dell’evoluzione delle pratiche visive. Così Gunthert inizia questo viaggio nel mondo magmatico dell’immagine digitale, volgendo lo sguardo al presente per indagarlo in ogni sua parte attraverso gli strumenti che gli sono più propri, l’osservazione attenta e acuta della rete.

Siamo certi che quella apportata dal digitale sia davvero una “rivoluzione”? Forse a tale domanda si potrà rispondere affermando che il digitale non è da intendersi come antitetico all’analogico, ma come un’evoluzione che porta con sé profonde mutazioni e nuove pratiche sociali, un cambiamento capace di connettere e diffondere l’utilizzo dell’immagine con i sistemi di comunicazione promuovendone l’autonomia di gestione. Sono quindi tutti fotografi? NO e non occorre demonizzare l’arrivo del digitale perché infatti, come scrive l’autore, “incoraggiando la diffusione delle pratiche visive, la fluidità digitale prende parte a un’educazione popolare all’immagine. Costituisce, quindi, un alleato nello sviluppo del gusto e dei mestieri legati all’immagine”.

Interessante nel discorso di Gunthert è osservare il modo in cui affronta l’argomento della postproduzione e l’evoluzione del ritocco sia nelle pratiche amatoriali che in quelle relative ai professionisti. Questo argomento rientra nella più ampia ricerca sull’evoluzione delle pratiche del giornalismo partecipativo e dei contributi provenienti dagli amatori all’attività svolta dai giornalisti. E’ infatti negli anni Novanta che il passaggio al digitale ha investito il campo dell’editoria e del giornalismo. Tutto sembrava proseguire senza sostanziali modifiche né per i professionisti né per i lettori; è infatti solo nel 2005 che ci si rende conto realmente della portata dei nuovi cambiamenti in atto; l’uscita del volume di Dan Gillmor WE THE MEDIA annuncia la nascita del “giornalismo partecipativo” e del modo in cui esso si è inserito nelle nuove pratiche della comunicazione web.

Il cambiamento si può rilevare, secondo Gunthert, negli attentati di Londra del 2005, momento in cui, un ruolo fondamentale è stato giocato dai telefoni cellulari dei comuni cittadini. Sono state le immagini della gente a raccogliere commenti e attenzioni da parte del grande pubblico, tanto che molte importanti testate giornalistiche quali il New York Times e il Washington Post hanno presentato una pagina appositamente creata per ospitare le fotografie dell’evento realizzate dai “giornalisti partecipativi”.

In questo contesto, non è tanto la produzione delle immagini ad interessare Gunthert, quanto le modalità di trasmissione delle stesse in funzione della pubblicazione: le informazioni che provengono dagli amatori sono infatti materiali grezzi, non sottoposti ai processi di comunicazione giornalistica e quindi recepiti dal grande pubblico come informazioni di prima mano. Questo fenomeno ha suscitato grandi preoccupazioni nel mondo dei professionisti, anche in conseguenza ad un esponenziale aumento della richiesta di apparecchi fotografici sul mercato. Il web ha così aperto l’accesso a numerose fonti, ma “solo le circostanze possono trasformare queste immagini in supporto d’informazione”.

Internet ha quindi modificato l’economia delle immagini. E’ stato Bill Gates il primo a capire che questo tipo di mercato sarebbe stato uno dei settori portanti della nuova economia digitale. Gunthert prosegue quindi analizzando l’avvento delle piattaforme visive quali ad esempio Flickr e You Tube che si basano sull’autoproduzione e la cui grande fortuna dipende dal nuovo sistema partecipativo, dalla “collettivizzazione dei contenuti” nonché dal grande potenziale di condivisibilità delle immagini.

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Gunthert passa poi ad analizzare i processi che riguardano “l’estetica della appropriazione” e afferma che “la fluidità digitale ha favorito lo sviluppo di una cultura dell’anonimato, della citazione e della condivisione, intesi come manifestazioni di una proprietà collettiva, basata sulla libera circolazione delle informazioni, simile all’arte medievale o a forme di cultura autoctona”. La nuova cultura della condivisione non ha interesse per il contenuto delle informazioni, bensì si rivolge alla loro “appropriabilità”; il valore degli oggetti aumenta solo se si presentano come sufficientemente appropriabili. Ma ciò che l’autore individua come caratteristiche peculiari della società contemporanea sono le “immagini fluide” e le “immagini connesse”; il digitale ha modificato la loro consistenza e la loro mobilità. La fotografia si è infatti adattata ai nuovi dispositivi connettendosi alla rete e diventando sempre disponibile. La fotografia integrata ai dispositivi mobili rende ognuno di noi un “turista del quotidiano” sempre pronto ad arricchire la propria collezione di immagini con scatti nuovi. Questo modo di concepire e organizzare le fotografie si riflette nei social network dove siamo portati continuamente a condividere foto, gif, video delle nostre vite; per questo, dal punto di vista amatoriale, le fotografie restano sociali, “perché documentano la vita, prendono parte al gioco dell’autorappresentazione e servono a fini referenziali”. In questo enorme magma costituito dalla sempre più ampia presenza di immagini, la fotografia si è saputa rendere autonoma facendo proprie alcune caratteristiche come ad esempio l’appropriabilità e la democratizzazione della produzione visiva.

E’ a questo punto che l’autore affronta il tema della “conversazione” che oggi è costruita sulle immagini più che sulle parole perché la fotografia riesce ancora a “trasmettere più rapidamente di un messaggio scritto” costituendo un vero e proprio linguaggio. Spesso questo linguaggio è caratterizzato dal nuovo uso che si fa del ritratto. Il ritratto o l’autoritratto incarnano nuovi status, rappresentano una condizione provata, una sensazione, un contesto della nostra vita che vogliamo condividere con gli altri. L’inclusione di se stessi e la rappresentazione che se ne dà al mondo deriva dal desiderio di partecipazione da parte dell’operatore. “La messa in scena della vita quotidiana”, l’autobiografia diventano strategie di “self – branding”, una costruzione di sé che è tanto personale quanto collettiva perché è proprio il pubblico a ridefinire i rapporti degli individui con loro stessi e con il resto della società, così come le relazioni tra grande pubblico e celebrità.

Si auspica, per tanto, lo sviluppo continuo di forme di conoscenza delle immagini e la formazione di una cultura della fotografia che prosegua l’indagine su queste forme ibride e magmatiche di comunicazione, in continua e costante evoluzione.

Martina Massarente

Titolo: L’immagine condivisa. La fotografia digitale
Autore: André Gunthert
Editore: Contrasto
Anno: 2016
pagine: 175
Collana: Logos
Lingua: Italiano
Traduttore: G. Boni

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