Aperitivo e martirio. 1. Amor cortese. Il camerlengo d’Auxann

Aperitivo e martirio. 1. Amor cortese. Il camerlengo d’Auxann

Alambicco, liuto, argano e balestra, odore di ginestra: non iscriverti in palestra.
Arrivo dunque al dunque: se il camerlengo d’Auxann in servizio presso il Duca d’Auxass di giorno lancia bombarde oltre il rivo, verso nord, per inibire i visigoti dal visitare le gote delle dame di compagnia che si fanno compagnia giocando a dama e di notte presidia il talamo della Duchessa per far sì che gli avventori che siedono a cavalcioni su quel nobile imbuto che è il suo apparato riproduttivo, non caschino laddove non batte il sole ma sbatte un mare di gente.
Se questo camerlengo che si trovò dalla notte al giorno, e perciò all’alba, orfano del suo signore che indossata la sua deliziosa armaturina attillata, rosa e col collo a V è dovuto partire per le sante frociate per espiare il dato – forse figlio del suo tempo – che le donne altro non siano che un antesignano delle lavatrici con cui possono condividere la funzione, il nome e l’anticalcare, ma di certo non la garanzia biennale.
Se questo camerlengo che ha fatto carriera per la frustrazione di essere sempre in orario laddove gli orologi non esistevano e il ciclo mestruale, di colore blu scuro, della Duchessa dettava i tempi della semina e della raccolta, se proprio questo camerlengo il cui gaudio era fino all’oggi confinato in angusti alloggi e da domani in sterminati dadomani, in omaggio preventivo e lungimirante a Re Luigi, per la Francia, prima del concetto di stato-nazione, che non è altro che il passato prossimo di chi nel trapassato remoto fu stato bambino, poi, come detto, nazione e infine statua equestre a Versailles.
Esattamente quel camerlengo che fece della dedizione la sua virtù e si compromise a causa della sua dedizione, quel camerlengo che per distrazione o mancanza di equilibrio è inciampato, quel camerlengo che è inciampato nell’imbuto della Duchessa, quel camerlengo che non seppe dire “no” cadendo, ma che – credetemi – anche volendo non avrebbe potuto far altro che precipitare perché l’imbuto è imbuto, l’uomo è uomo, la Duchessa è Duchessa e dunque ciò che stato è stato e «porca puttana ho fatto una stronzata» è «porca puttana ho fatto una stronzata».
Ecco, se quel camerlengo stesse adesso, dopo una notte di passione e una mattinata di sconforto, scrivendo queste righe mentre mangia la trippa al sugo della Simmenthal direttamente del barattolo, ebbene quel camerlengo, il camerlengo d’Auxann in servizio presso il Duca d’Auxass, si troverebbe nella mia stessa identica situazione, che faccio il cameriere in una pizzeria a Trastevere e ieri notte sono stato a letto con la moglie del principale.

Ma tornerò a prenderti, mia adorata, con il cuore in mano tornerò a prenderti, il mio cuore a forma di supplì, che aspetta solo di portare questa bufalo e pachino al tavolo cinque per tornare a pensarti. E non ci dovremo più nascondere, come quando arrivano gli ispettori del lavoro. E ci eleveremo, te lo giuro, sopra tutti i coperti, le tovaglie di carta, le mance date in pezzi di bronzo, i vini della casa e le foto dei vip dietro la cassa. Non ci dovremo più nascondere e il nostro amore diverrà leggenda. I bengalesi in cucina ne saranno i cantori. Lo canteranno nella loro lingua inventata, un po’ d’oc un po’ d’oil, e la canteranno ai bengalesi che vendono ombrelli. Poi a quelli che vendono rose e in fine le nostre gesta scaleranno la piramide sociale arrivando ai bengalesi dei minimarket. Il nostro amore diverrà leggenda, te lo ripeto. Te lo assicuro. «Lo tems vai e ven e vire per jorns, per mes e per ans, et eu, las non sai que dire, c’ades es us mos talans» (Bernard de Ventadorn).

Giacomo Venezian

progetto grafico in copertina: Marta Gargano

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