Apertis verbis. Alcuni uomini da evitare

Apertis verbis. Alcuni uomini da evitare

Ce ne stavamo sedute sul divano, con i calzini antiscivolo, i pantaloni del pigiama, la televisione accesa di sottofondo e il portacenere pieno. Entrambe con le gambe appoggiate sulla sedia davanti a noi a guardar fisso la libreria. Nessuna delle due parlava all’altra di scarpe, vestiti, ceretta o ciclo. I convenevoli, dicevamo, li riserveremo per quando non resterà altro di cui parlare. Ridevamo del masochismo che governa le nostre azioni giornaliere sotto tutti i punti di vista e di come, ahimè, ancora non ce ne siamo allontanate dirigendoci verso una vita pacata, fatta di tate, portici bianchi, cani, bambini e premi aziendali, magari qualche pensiero impuro verso il giardiniere. Non che ce ne sia la possibilità, ma dal canto nostro neanche la volontà. La vita, in fin dei conti, è un merda e per tale abbiamo iniziato a considerarla. Fu così che vaneggiando tra effluvi alcolici, immerse nel fumo, vestite per la notte, inconsapevoli della nostra probabile entrata trionfante dalla porta di principale dei cliché; dopo aver già parlato del futuro incerto e del passato ancora presente, ci siamo ritrovate ovviamente a parlare di uomini, più specificamente di uomini da evitare. Ora, accorpando a tutto ciò un enorme dose di fiero cinismo costruito in anni e anni di sofferenze si può facilmente comprendere la conclusione che non solo non c’è una sola categoria di uomini da evitare ma che ci sono varie categorie di sottocategorie di sottocategorie della cugina del marito del nonno del compagno della mia amichetta d’asilo. L’equazione di Drake applicata all’albero genealogico dei Kennedy – se fossero stati poligami. Il Titanic cappottato a porta Maggiore nell’ora di punta di un giorno prenatalizio. Il touch screen spiegato a nonna. Jurassic Park a Ponte Milvio di sabato sera a maggio. Strage, disperazione, il fumo nero di Lost che ammazza Mr. Eko. Io, che ancora osannavo Ivanhoe, militavo certa verso una componente selettiva che richiamava le mie passate esperienze dettate da una propensione caratteriale verso deludenti velleità o maldestri atteggiamenti. Lei, più scaltra, oserei dire illuminista, guidava le sue ragioni verso una selezione a cui io non avevo mai pensato. Il suo mantra era basico: dimmi cosa fai e ti dirò chi sei. Fu così che venni travolta da un’ondata di saggezza:

I 5 mestieri da evitare

1. Lo Psicologo: davanti a un birra. Primo appuntamento iniziato da circa 3 secondi.
Lui “Insomma come stai? Che hai fatto oggi?”
Tu “Mha niente di che, sono stata a pranzo da mia madre…”
Lui “Interessante che la prima cosa che mi dici è una cosa inerente a tua madre”
Tu “Perché?”
Lui “Bhe, fa di te una persona molto profonda, attaccata alle radici. Sai, non tutte le donne hanno buoni rapporti con la madre”
Tu sconcerto, il famosissimo eccolalà “Non ho detto che siano buoni”
Lui “Ah, sono cattivi?”
Tu “No ma neanche…”
Lui “Vedi, è da manuale, così tipico”
Tu “Cosa?”
Lui “L’incertezza del rapporto madre-figlia. Probabilmente sei stata allattata artificialmente”
Tu “Francamente non saprei…”
Lui “Vedi? Incertezza!”
Tu “Ma vaffanculo vha”. Ridendo
Lui “Aggressività latente. Ci avrei giurato”
Tu “Ma vaffanculo vha”. Non Ridi più.

2. Il Barman. Nel lontano 2009 stilai la teoria secondo la quale chiunque abbia una certa propensione alcolica nutra verso il barman un sentimento contraddittorio molto simile alla rinomata sindrome di Stoccolma. La Sindrome di “ sto-colma”. Colui che ti rende felice, colui di cui ti stai innamorando in realtà ti sta danneggiando, eppure lo difendi sempre. I barman lo sanno, sanno di possedere l’anello del potere, sanno di poter gestire il tuo vizio e questo gli dà una fortissima consapevolezza di essere altamente importanti. Vero anche che il 99% dei barman al di là del bancone perdono fascino. Un po’ come un medico senza camice o Bruce Wayne senza soldi. Ma se si va ad analizzare il mestiere, questi ultimi sono pagati per stare al centro dell’attenzione e compiacere il cliente, ovvero te. Sguardini, occhiate, sorrisi, domande, shot gratis. Il concetto non è diverso dalla spogliarellista o dal cubista. Guardare e non toccare. Sembra che ci stia e invece no; è solo molto bravo. E tu o sei scema o sei ubriaca.

 3. L’attore. Chiunque abbia conosciuto un attore lo sa. “Io sono Amleto. Io sono Iago. Io sono Fraccazzo da Velletri. Scusa ho un’intervista, no, niente foto. Devo fare i gargarismi. La mia agente dice che. Jodorowsky è la simmetria. Devo interpretare un personaggio complesso”. Crema antirughe. Lacca per capelli. Cene con la compagnia, la voce di Carmelo Bene : “Avresti una di quelle cose lunghe che bruciano?”. “Vuoi una sigaretta?”. “Sarebbe sublime”.

4. L’artista. L’artista, che sia fotografo scultore pittore o origamista, per antonomasia è un lavoro in cui la prima regola è sapersi vendere. Un’altra puttana a piede libero che crede di avere un profumo diverso. Esattamente quello di cui avevamo bisogno. In un epoca in cui gli artisti devono reinventarsi, in cui ogni cosa è stata vista ed è veramente raro trovare qualcosa di Bello si sente sempre più parlare di progetti, di collettivi di unioni di menti creative. Essere artista oggi significa principalmente essere un maestro nell’arte dell’imbastire, il che va benissimo, i paraculi ci sono sempre piaciuti, ma vi prego levatevi l’aria maledetta ed inquieta, non ci casca più nessuno. La mossa dell’occhialetto sul naso è datata.

5. Il musicista. Sempre, in ogni gruppo misto, è presente qualcuno che ti ha fatto odiare la canzone del sole. Tu te ne stai lì durante un falò o post coito o nel bel mezzo di una cena in terrazzo e inizi a sentire quei 4 accordi. Dapprima vi è del fomento, canti e ti diverti, poi la fascinazione infine il fastidio e il disprezzo. Il ticchettio sul tavolo, la forchetta usata come bacchetta, la gamba che si agita a suon di una musica che non senti. L’imbarazzo di farti sentire come una mamma che chiede al figlio di stare composto e non lanciare il cibo. Improvvisamente la rompicoglioni sei tu che gli chiedi “scusa potresti evitare di far ballare tutto il tavolo?”. Voler fare l’attore o il musicista a livello professionale altro non è che il desiderio di una platea che applaude. La standing ovation. Voler far conoscere a tutti il proprio talento è un desiderio anche nobile, ma a livello personale portatore di ego maniacale e a lungo andare scocciante. Tutti i musicisti o gli attori parlano male del proprio mestiere, o di quelli che quel mestiere lo hanno fatto per una vita, dichiarandosi “diversi”. Ahimè. Non è così.

P.S.: questo discorso che mi fece la mia amica mi gettò nello sconforto, poiché non solo sono una barman che aveva il desiderio di diventare una concertista ma che poi si è buttata sulla fotografia per sfogare le sue velleità artistiche ma ho anche la malsana propensione e presunzione di cercare di capire una persona dalla prima cosa che dice, professandomi psicologa spicciola. Oltretutto, per diletto, mi ritrovo spesso in camera da sola a recitare Shakespeare ad una finta platea con tanto di finto inchino finale. Quando la resi partecipe dei miei dubbi lei senza battere ciglio mi disse “infatti sei una donna da evitare”.
P.P.S.: tutte le persone di cui mi sono innamorata o invaghita fanno uno di questi mestieri. E tutt’ora, sebbene illuminata da questa teoria, 9 volte su 10 ho desideri lascivi verso barman.

Giovanna Santirocco. LocoGrafia