Appunti dal 15° FLORENCE KOREA FILM FEST

Appunti dal 15° FLORENCE KOREA FILM FEST

Si è conclusa lo scorso 30 marzo l’ultima edizione del Florence Korea Film Fest. Giunta al suo quindicesimo anno, la manifestazione fiorentina rappresenta un’ottima occasione per vedere sul grande schermo film che difficilmente trovano un’adeguata distribuzione in Italia ma che in realtà contribuirebbero a dare un respiro più ampio a un settore, quale è quello nazionale, da tempo ripiegato su se stesso e troppo resistente al cambiamento.
Quest’anno il premio per il miglior film è andato a Goksung (The Wailing, 2016); già presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Cannes, il terzo lungometraggio del regista Na Hong-jin è un thriller atipico, che sorprende per la sua capacità di combinare suggestioni differenti con uno stile artisticamente strutturato.
In un piccolo villaggio sudcoreano chiamato appunto Goksung avvengono misteriosi decessi. Gli abitanti iniziano a manifestare i sintomi di una strana malattia che li rende aggressivi e li consuma fino alla morte; non sembra una coincidenza che proprio in quel momento faccia la sua comparsa un misterioso uomo giapponese. Il poliziotto Jong-goo indaga senza fortuna e nel frattempo anche sua figlia si ammala. La sua esasperazione lo spingerà a cercare un rimedio nel soprannaturale.
C’è molto nel film di Na Hong-jin, temi e generi differenti che il regista riesce a plasmare e far coesistere in maniera sorprendente; 156 minuti sono molti per un film ma in questo caso sono tutti funzionali a una lenta e graduale costruzione del senso di paura e tensione che il regista vuole destare nello spettatore.

thewailing

the wailing

Se l’inizio sembra seguire le dinamiche tipiche di un film di zombie, lo sviluppo tuttavia mette in scena questioni più profonde che hanno a che fare con il pregiudizio e la fede.
Il poliziotto protagonista è quanto di più lontano dalla figura eroica che un uomo di legge abitualmente suggerisce. La sua indolenza, il suo muoversi impacciato, lo scetticismo che guida le sue azioni, stridono con l’atmosfera cupa e grave dell’ambiente che lo circonda e al tempo stesso riescono a stemperare la tensione con momenti ironici quasi surreali. Man mano che la narrazione procede egli è costretto a prendere coscienza di ciò che gli sta intorno, pur nell’impossibilità di capire di cosa si tratti e a chi dare ascolto. Sconvolto nel vedere la propria figlia contagiata da un male al quale non sa che nome dare, egli non si rassegna; nella sua rivendicazione del ruolo di padre piuttosto che del ruolo di poliziotto, egli acquista forza e caparbietà. “Esiste un Dio?” E se esiste, egli è sempre buono?”, questo è l’assunto di partenza che ha spinto Na Hong-jin a girare il film. Come riusciamo oggi a spiegare le tragedie cui dobbiamo assistere continuamente? Spiegare le ragioni dell’esistenza umana vuol dire rivolgersi spesso al soprannaturale, cercare risposte volgendo lo sguardo oltre l’esperienza terrena, ma a questo punto il disperato bisogno di conoscenza ci rende incapaci di distinguere il bene dal male, sospettosi verso coloro che non conosciamo, spaventati dall’impossibilità di comunicare. Alla fine Na Hong-jin pone molte domande ma non offre risposte e in realtà chi può dire oggi di averle?

the handmaiden

the handmaiden

Ospite d’onore di questa edizione, omaggiato con una retrospettiva completa dei suoi film, il regista Park Chan-wook ha incontrato il pubblico in una masterclass durante la quale ha parlato di sé e del suo modo di fare cinema. La sua idea è quella di essere disposto a percepire gli stimoli che provengono dalla realtà che lo circonda (visioni, letture, episodi di vita quotidiana), lasciarsi prendere dalle emozioni che nascono dalla propria esperienza, elaborarle e trasformarle in un film.
L’interrogativo posto da Na Hong-jin in Goksung sul nostro esistere nel mondo è anche un elemento che attraversa la filmografia di Park Chan-wook. Il mistero della vita è ciò che ha spinto Park a voler diventare un regista. “Tutte le persone si chiedono perché sono qui, perché adesso” ha dichiarato. Il protagonista del suo film più conosciuto Oldboy (2003) è il miglior esempio di questa condizione: imprigionato per quindici anni in un luogo sconosciuto, senza saperne il motivo, egli esprime perfettamente l’angoscia dell’essere umano chiamato a vivere in un determinato presente per un periodo di tempo indefinito.
In contrasto alla caducità della vita Park concentra l’attenzione sulla composizione formale delle sue opere; avere sin da subito un quadro preciso del risultato finale che si vuol ottenere gli permette di esprimersi con maggior efficacia; “lo stile è il modo in cui si esprime il contenuto del film” egli dice “non si può dividerlo da esso e lo spettatore è in grado di percepirlo inconsciamente”.
Il suo intento è quello di ottenere un coinvolgimento dello spettatore non solo a livello intellettuale ma anche fisico e passionale, analizzare l’emozione della rabbia, un sentimento insito in noi per natura, che cresce in maniera direttamente proporzionale al peggioramento delle condizioni di vita delle società moderne, nelle quali diventa sempre più difficile trovare strumenti convenzionali attraverso i quali poter sfogare questa rabbia senza conseguenze. L’odio che cresce dentro di noi genera il desiderio di vendetta per un’ingiustizia subita o una perdita estremamente dolorosa, ma, come fa notare Park, le persone mettono in atto la propria vendetta per qualcosa che è già successo e che non si può cambiare, perciò, esse investono in qualcosa che a conti fatti non porterà alcun beneficio. Secondo il regista mostrare allo spettatore questo processo lo spinge dapprima ad empatizzare con i personaggi, partecipare al loro dolore, ed alla fine lo stimola a porsi domande sulla natura umana e sulle questioni di moralità.
Un altro aspetto importante nella cinematografia di Park è l’attenzione che egli riserva ai ruoli femminili. Quando finì di girare Oldboy, Park si rese conto che nel film l’unico personaggio a rimanere escluso dalla verità era una donna; da allora ha deciso che avrebbe dovuto creare dei personaggi femminili forti, proprio come le protagoniste di Agassi (The Handmaiden, 2016), l’ultima sua pellicola presentata in anteprima al festival. Adattato dal romanzo della scrittrice britannica Sarah Waters, Fingersmith (2002), e ambientato nella Corea occupata dai giapponesi degli anni ’30, il film narra la storia della ladruncola Sook-hee, coinvolta in una truffa ai danni della ricca ereditiera di origini nipponiche Hideko, presso la cui residenza la prima viene assunta come cameriera. Il piano ordito dal complice di Sook-hee per impadronirsi del patrimonio di Hideko avrà sviluppi inaspettati nel corso del film. Qui Park rende di nuovo omaggio al cinema di Hitchcock, che tanto la ha ispirato, ma la suspense è solo uno degli ingredienti del film, che è anche una storia di riscatto e soprattutto di amore passionale che supera le differenze. Due donne, entrambe prigioniere delle circostanze, l’una costretta a darsi al crimine per sopravvivere, l’altra condannata a un’esistenza reclusa dal perfido zio, che unendo le proprie forze sono in grado di liberarsi.

the age of shadows

the age of shadows

La storia della Corea è anche e soprattutto la storia di un popolo sotto occupazione; tanta sua produzione cinematografica non poteva quindi che affrontare temi comuni quali i traumi della colonizzazione, la difficoltà di costruzione di un’identità nazionale, la paura verso lo straniero; quanto visto al festival quest’anno dimostra come questi argomenti siano ancora di strettissima attualità.
In Goksung colui che viene additato dagli abitanti del villaggio come il responsabile delle loro disgrazie è il misterioso uomo giapponese (rappresentato nella figura del pescatore, come il diavolo in cerca di anime); in Agassi è il desiderio di liberarsi da un’oppressione maschilista, plagiata dall’influenza dell’occupazione straniera, a guidare l’azione delle due protagoniste; in Miljung (The Age of Shadows, 2016), presentato anch’esso in anteprima al festival, il regista Kim Jee-woon mette in scena uno spy thriller ambientato negli anni ‘20, nel quale un poliziotto coreano è chiamato a scegliere da che parte stare, se rimanere fedele al regime coloniale giapponese o aiutare il gruppo dei connazionali combattenti per la resistenza. È ancora una volta una questione di scelte, del sentire individuale di fronte all’agire comune, della creazione di una propria identità nonostante le occorrenze, come si dice nel film “bisogna scegliere dove mettere il proprio nome”.

Elisabetta Orsi