Ashby vs Hollywood - ovvero: “Come vinsi la guerra perdendo ogni fottutissima battaglia”.

Ashby vs Hollywood – ovvero: “Come vinsi la guerra perdendo ogni fottutissima battaglia”.

L’estate era calda e lunga nell’immediata periferia di Ogden, contea di Weber, Utah.

Il piccolo William, ma per gli amici più semplicemente Hal, la passa giocando con altri ragazzini del luogo, figli di allevatori e contadini della folta comunità di mormoni che popola la zona. Figlio di un imprenditore caseario e di una ex insegnante, la sua famiglia era tra le poche a non professare la fede mormonista in quella comunità.

Vivevano una vita apparentemente semplice e felice, in una atmosfera generale un po austera.

Le cose cambiarono drasticamente ben presto. L’azienda del padre andò in crisi. La situazione economica fu una delle cause della dolorosa separazione dei genitori.

Il divorzio provocò tumulti al giovane Hal, agitando precocemente, il suo animo già inquieto. Il padre, cadde in uno stato di profondissima depressione che lo portò al suicidio, proprio quando Hal cominciava ad affacciarsi all’adolescenza. Per lui cominciò una vita difficile. A diciannove anni era già fuori dal college e con una moglie a carico. Per tirare avanti faceva un infinità di lavori precari e mal pagati; si sentiva il peso di sostenere la sua famiglia, ma non reggeva la pressione psicologica.

Precoce fu il suo matrimonio e fulmineo il relativo divorzio. Decise, appena ventenne, di fare esperienza in giro per il paese, cominciando a girovagare in autostop.

Arrivò in California con l’idea di stabilirsi ad Hollywood per un po di tempo. Il cinema lo affascinava di certo e l’ambiente lo incuriosiva. Al cinema era solito andarci, sin da bambino, la Domenica pomeriggio. Aveva una vera passione per i film western e per le storie a lieto fine. Rispondendo ad una inserzione, trovò lavoro proprio in quel settore.

Ciclostilava e confezionava copioni, alla Republic Pictures, dopo aver lavorato come fattorino per gli Universal Studios. In quell’ambiente comincia a maturare l’idea di lavorare in una delle fasi produttive. Si iscrive a un corso per imparare le tecniche del montaggio.

Una lunga gavetta stava per cominciare.

Partecipa come assistente a moltissime produzioni, seguendo passo per passo, una vera e propria leggenda del montaggio di quel periodo: Robert  Swick

Il giovane Hal riuscì a guadagnarsi la fiducia del maestro, che gli affidò sempre più minuti di pellicola e molta più autonomia. L’incontro con Norman Jewison fu l’episodio chiave della sua carriera.

L’appuntamento fu organizzato dal produttore John Calley in un caffè della West Hollywood. I due si conoscevano da qualche tempo.

Ashby aveva partecipato al montaggio di alcune pellicole che però non erano andate tutte a buon fine.

In particolare la collaborazione con il regista Tony Richardson per il film The loved one (Il caro estinto)  fu molto conflittuale, tanto che si interruppe a montaggio quasi ultimato. Calley però, aveva notato in lui del talento. Era stato colpito dalla sua tecnica di montaggio, che gli appariva moderna e dinamica, rispetto a quel che si vedeva di solito nelle produzioni dell’epoca.

Pensò che fosse il caso di proporlo, come responsabile del montaggio, a Norman Jewison, che aveva in progetto un film con una storia importante. Il produttore aveva appena faticosamente acquisito, su suggerimento del regista, i diritti di un romanzo dello scrittore John Ball. Commissionò la stesura della sceneggiatura al regista, allo sceneggiatore Stirling Silliphant, e all’autore del romanzo stesso.

Nacque così uno dei maggiori successi di quegli anni: In the heat of the night  (la calda notte dell’ispettore Tibbs).

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Vinse l’Oscar per il montaggio di quel film e cominciò a farsi un nome nell’ambiente.

Fu coinvolto anche come produttore associato e supervisore ai montaggi di altri due film di successo di Jewison.

The Thomas Crown Affair (Il caso Thomas Crown) con star del calibro di Steve McQuinn e Faye Dunoway e Gaily, Gaily (Chicago, Chicago), con Beau Bridges e Melina Mercouri.

Jewison  aveva molta stima di Hal. Vedeva in lui le doti necessarie per dirigere un film, anche dietro la macchina da presa. Riuscì a convincere quelli della United Artist e della Mirisch Production a puntare proprio su Ashby , per la realizzazione di un film che aveva ottenuto un budget di tutto rispetto. Garantì di persona e non sbagliò.

The Landlord (Il padrone di casa), tratto da un romanzo di successo della scrittrice Kristine Hunter, racconta la storia di Elgar, giovane rampollo dell’alta borghesia newyorkese. Con una ingente somma di denaro messa a disposizione dalla famiglia, decide di puntare sulla riqualificazione di un fatiscente edificio sito a Brooklyn nel quartiere multirazziale di Park Slope, per specularci e ricavarne un lussuoso appartamento per se.

L’umanità, la vitalità delle persone che incontrerà, le problematiche della gente comune, le difficoltà della convivenza, l’amore, daranno l’occasione di cambiare il suo ristretto angolo di visuale. Nella parte del protagonista volle fortissimamente Beau Bridges (figlio di Lloyd e fratello di Jeff), affiancato da una strepitosa Lee Grant e da un giovane Louis Gosset Jr.

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Il buon successo dell’esordio registico di Ashby, convince la dirigenza della Paramount , ad affidargli un soggetto originale, scritto e presentato originariamente come tesi di laurea, da Colin Higgins. Il giovane e promettente studente di cinema della UCLA, era finito a fare da giardiniere per un importante consigliere della casa cinematografica. Riuscì ha fare pervenire in qualche modo il soggetto, sulla scrivania del datore di lavoro. Lo scritto fu letto e subito segnalato agli editor del gigante hollywoodiano.

Prontamente la casa cinematografica sposò l’idea. Si gettarono così le basi per la realizzazione del film.

Ashby volle conoscere di persona l’autore dello scritto e lo coinvolse direttamente sia nella stesura della sceneggiatura che nella produzione.

Cominciano in autunno le riprese di Harold and Maude.

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Tutto sembrava funzionare a meraviglia. Fotografia, sceneggiatura e un ottimo cast di attori protagonisti e comprimari, crearono subito le condizioni per una buona riuscita del film.

Ruth Gordon e Bud Cort, portano in scena una delle più belle, surreali e sconfinate storie d’amore della storia del cinema.

Le musiche di Cat Stevens metteranno il suggello a un buon successo commerciale nelle sale, sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo.

Diventa in seguito un film di culto e tra addetti ai lavori dell’industria cinematografica si parla già di “tocco alla Ashby”.

In seguito a quella esperienza, Higgins trasformò la sceneggiatura in un romanzo e in una fortunata pièce teatrale. Continuò, da par suo, una brillante carriera, diventando un importante autore, sceneggiatore, regista, per la televisione, cinema e teatro.

Nel frattempo anche la vita privata procede bene. La lunga convivenza con l’attrice televisiva Joan Marshall si è già trasformata in un matrimonio. I due vivono in una casa molto spartana a Malibù, ma non frequentano la mondanità. Lui ha sposato la filosofia degli hippie, vivendo in maniera comunque agiata e pur essendo anagraficamente, della cosiddetta “silent generation” (come quasi tutti i maggiori esponenti della beat generation, del resto). Segue pratiche olistiche, è vegetariano e fuma spesso marijuana, abitudine che si porta dietro sin dai primi anni cinquanta.

L’unico amico del giro hollywoodiano che frequentano un po’ più spesso è Warren Beatty, per un lungo periodo di tempo, vicino di casa dei due.

Con il progetto seguente Hal, mette un altro tassello importante nel variegato mosaico che compone la nuova ondata creativa della “New Hollywood” che in poco tempo aveva sconvolto l’intera industria cinematografica.

Con The last detail (L’ultima corvè) il regista ci porta in viaggio nell’America reale, tra sogni e disillusioni.

Due sottufficiali della marina viaggiano dalla base navale di Norfolk, Virginia al carcere militare di Portsmouth, Meine. La loro missione è di scortare un loro commilitone, condannato duramente dal tribunale militare, per il furto di pochi dollari, prelevati forzosamente da una cassetta delle offerte.

Nel lungo viaggio avranno l’occasione di fraternizzare, di dare una speranza, un po di umanità e di colore a quella giovane vita, destinata a stare per lungo tempo, dietro alle sbarre.

Sceneggiato da Robert Towne e tratta da una omonima novella di Darryl  Ponicsan. Il film fu debolmente promosso dalla Columbia, ma ottenne lo stesso degli ottimi responsi di critica e anche di pubblico senza però diventare un vero e proprio campione da box- office. Jack Nicholson conquistò la giuria del Festival di Cannes, che lo premiò per l’ interpretazione .

Lo stress dovuto alla travagliata produzione di quel film, spinse Ashby a un periodo di cure che comprendevano psicofarmaci, per far fronte ai continui sbalzi umorali e ai momenti di forte depressione.

Riceve una telefonata dall’amico Warren Beatty che gli espone una idea e gli propone un nuovo progetto.

L’attore, insieme a Robert Towne, sta lavorando a un soggetto, che ha già il benestare della Columbia.

Beatty ha pensato all’amico Hal, e al suo tocco speciale per quel tipo di commedia. Vuole a tutti i costi mettere in scena quella sua idea, più volte rimandata.

Nasce così Shampoo, una tragicommedia raffinata e pungente, con una velata, ma efficace satira politica.

La trama narra dell’ascesa e la successiva rovinosa caduta, di un parrucchiere per signora di successo, nel dorato e feroce mondo di Beverly Hills.

Il tutto ha inizio proprio il giorno dell’elezione di Richard Nixon a Presidente degli Stati Uniti.

Facile cogliere nella parabola discendente del povero George (Warren Beatty), tutte le possibili analogie con i fatti realmente accaduti nella vita pubblica americana.

Il cast era di prim’ordine e aveva star del calibro di Julie Christie, Goldie Hawn, Jack Warden, Lee Grant e Carrie Fisher al suo primo ruolo in assoluto.

Questa volta fu un successo strepitoso anche al botteghino.

Hal e Joan si separano. Lei, che ha una piccola parte nel film, ravvisa, in alcuni tratti della sceneggiatura e in molte sequenze del girato, stralci della loro vita di coppia. Alcune situazioni specificatamente drammatizzate, sembrano provenire direttamente dalla loro sfera intima. Decise di lasciare la casa per un lungo periodo.

La cosa non fece che peggiorare un già fragile equilibrio psichico. Comincia così a fare uso e abuso di cocaina.

Riesce faticosamente a rimettersi in piedi e trova lo stimolo di affrontare un nuovo progetto.

Da tempo voleva portare sullo schermo la bellissima autobiografia di una leggenda della musica folk americana: Woody Guthrie.

L’idea piace ai responsabili della United Artists, che mettono sul piatto una ingente somma per la realizzazione del progetto. Due troupe dotate anche dell’innovativa “Stedicam”, appena collaudata e usata ufficialmente per la prima volta per il grande schermo proprio per questo film.

La lavorazione di Bound for glory (Questa terra è la mia terra) è lunga e faticosa, ma anche piena di soddisfazioni.

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L’epopea di un periodo storico complesso viene raccontata con passione e senza moralismi. La dura lotta per l’emancipazione e per acquisire diritti e uguaglianza in un contesto problematico, viene rappresentata in forma di ballata. Guthrie è il vero menestrello. L’unico cantore degli sconfitti, degli “hobo”, dei senza terra, che strenuamente lottavano ogni giorno, contro i poteri politici ed economici che avevano portato tutti quanti, nell’inferno della “ grande depressione”.

David Corradine è un Woody Guthrie perfetto, credibile, appassionato. L’Academy premiò il film con due statuette, una per la bellissima fotografia di Haskel Wexler, con cui aveva già collaborato nei film di Norman Jewison, e una per la migliore colonna sonora. Il film ottenne come al solito i favori della critica. L’accoglienza nelle sale fu alquanto tiepida.

Il grande successo di pubblico stava comunque per arrivare.

Coming home (Tornando a casa) è un melodramma che si svolge sulle rovine della guerra del Vietnam.

Tratto da un racconto della scrittrice Nancy Dowd e sceneggiato da Waldo Salt e Robert. C. Jones.

John Voight, Jane Fonda e Bruce Dern, mettono in scena un triangolo emotivo efficace. Il film gioca sull’equilibrio tra dramma e commedia condotta dolcemente. Una commedia  di atmosfera cupa, ma anche di speranza e di pronta rinascita.

Questa volta le statuette vanno ai due protagonisti principali e agli sceneggiatori.

Cominciano a serpeggiare nell’ambiente cinematografico, nonostante gli indubbi successi, dicerie che vogliono Ashby protagonista di stravaganze e di comportamenti giudicati inaffidabili. Lui, che a fatica riemerge da momenti difficili, dovuti forse, a una mai davvero diagnosticata crisi depressiva; ritrova solo nel lavoro motivazioni nuove e la forza di andare avanti.

Un’altra idea che teneva nel cassetto stava per riemergere. Cercava solo il volto giusto per un personaggio particolare.

Peter Sellers era il perfetto “Chance the gardener” (divenuto per un equivoco Chauncey Gardiner).

Being there (Oltre il giardino) aveva nel ricco cast anche Shirley McLaine, Melvyn Douglas e Jack Warden.

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Tratto da una novella dello scrittore polacco naturalizzato statunitense Jerzy Kosinski, sceneggiato dall’autore stesso e da un non accreditato Robert C. Jones. Il soggetto narra di un uomo ormai anziano, una mente semplice, semi analfabeta teledipendente, che si ritrova per una serie fortuita di avvenimenti a diventare molto popolare. I media di tutto il paese, creano un personaggio pubblico. Finirà per fare inconsapevolmente da consigliere a persone molto influenti, riuscendo persino a entrare nelle grazie del primo inquilino della Casa Bianca. Il tutto solo dispensando buon senso e i saperi custoditi dal suo antico mestiere di giardiniere.

Fu un ottimo successo di critica e al box office, dando a Peter Sellers, che sarebbe prematuramente mancato da li a poco, l’occasione di rinverdire la sua popolarità. Vinse per quel ruolo, un Golden Globe e molti altri riconoscimenti in tutto il mondo.

Melvin Douglas vinse il suo secondo Oscar da attore non protagonista.

Comincia un lungo e doloroso momento di crisi creativa. L’abuso di droghe e di psicofarmaci fanno terra bruciata e lo rendono scostante e scontroso. Si allontanano amici e collaboratori; ormai ha pochissimi contatti con il mondo esterno. Vive un suo inferno personale.

Riesce a rimettersi comunque in piedi e trova un ingaggio grazie ad alcune conoscenze che ancora aveva alla Paramount. La consociata Lorimar, gli affida il progetto di una commedia, che ha tra i protagonisti Robert Blake e Barbara Harris, ritrovando alla direzione della fotografia, una sua vecchia conoscenza: Haskel Wexler.

Second- hand Hearts (Cuori di seconda mano) è una commedia dolce amara sul tema della difficoltà di tenere in piedi una famiglia in un momento di crisi generale e personale. Un soggetto interessante con ottimi attori e che necessita sicuramente del famigerato “tocco”alla Ashby.

La lavorazione fu però disastrosa, a causa dei continui dissidi tra il regista, lo sceneggiatore e autore Charles Eastman e la produttrice esecutiva Amy Holden Jones.

Il film uscì con un ritardo di un anno e mezzo. Ai botteghini fu un fiasco clamoroso, e uscì presto dai circuiti delle sale. Riemergerà nelle programmazioni della televisione via cavo e nei canali di distribuzione home video.

Il declino ormai è inesorabile.

La Columbia Pictures che in un primo momento gli affidò la direzione del film Tootsie, torna su i suoi passi licenziandolo in tronco. Con un freddo telegramma e senza addurre motivazioni specifiche, una settimana prima dell’inizio delle riprese, gli diedero il benservito. Affideranno in seguito l’intero progetto a Sydney Pollack.

Risulta ancora sotto contratto con la casa Lorimar e ha l’opportunità di girare un altro film. John Voight lo coinvolge nella stesura di un soggetto scritto da lui stesso e da Al Schwartz, storico collaboratore di Bob Hope e autore di sceneggiature radiofoniche di enorme successo.

Anche Lookin’ to get out (cercando di uscire) sarà un mezzo fiasco. La bravura degli interpreti, lo stesso Voight, Ann Margret e Burt Young non bastano. La storia non decolla. Ashby cerca d’ imprimere il suo stile, ma è troppo affaticato e annebbiato per incidere. Il film segna l’esordio cinematografico della figlia di Voight, Angelina Jolie, nella parte della piccola Tosh.

cercando-di-uscire

Si prende una pausa dalle grandi storie. Decide di seguire con una piccola troupe i suoi miti di sempre: The Rolling Stones.

Filmerà tre concerti del North American tour di quell’anno che andranno a formare il materiale di :

Time is on our side : The Rolling Stones ( Let’s spends the night together)

L’estenuante cura del montaggio fece perdere ad Asbhy il momento giusto per farlo uscire nelle sale. I continui ritardi della consegna del girato, fecero indispettire, produzione e distribuzione. Anche quel film vide la luce dopo molto tempo,e solo nei circuiti televisivi ed home video.

Nella musica, la dolce musica,c’era la via d’uscita, come recitava Jimi Hendrix in Manic depression, in una delle sue canzoni preferite; canzone tanto amata da presenziare nelle colonne sonore di ben due tra i suoi più grandi successi commerciali.

Un anno più tardi dell’esperienza avuta con gli Stones, tornerà a filmare la testimonianza di un altro importante tour quello del Neil Young’s Solo Trans.

Un film concerto, girato nella Hara Arena di Dayton, Ohio. Anche questo materiale girerà prevalentemente nei circuiti secondari.

Prova a risollevarsi un’altra volta. Questa volta c’è di nuovo Joan al suo fianco, che da gli stimoli giusti per rimettersi a lavorare.

Quanto di buono fatto in passato, non viene dimenticato.

Neil Simon in persona lo richiede alla produzione per dirigere la sua nuova commedia da portare sul grande schermo.

Anche quel lavoro partì con il piede sbagliato. Il primo materiale montato di The Slugger’ wife (La moglie del campione) non soddisfa per niente il grande commediografo. Il primo montaggio gli appare troppo cupo, intimistico, non in sintonia con il taglio che voleva dare alla storia. Comincia un lungo e travagliato percorso per portare a termine il film.

L’esito è anche questa volta disastroso. La penna del maestro non incide e gli attori Michael O’ Keefe e Rebecca de Mornay sembrano poco partecipi. Il tocco Asbhy si vede qua e là, ma non basta a salvare il risultato.

In quel periodo sembra un’ altra persona. Frequenta le feste e gli eventi mondani, cercando di rimanere nel giro in attesa dell’occasione giusta per un nuovo lavoro. Ha ridotto l’uso di droghe e farmaci; la rinata relazione con Joan, giova molto al suo fragile equilibrio, donandogli un po’ più di fiducia e di speranza.

8 milions ways to die (8 milioni di modi per morire), sembra l’occasione giusta.

Tratto da un romanzo del prolifico autore di polizieschi Lawrence Block, sceneggiato da Oliver Stone e Robert Towne,  e interpretato da Jeff Bridges, Rosanna Arquette e Andy Garcia.

Il film è un intreccio di torbide storie malavitose e di redenzione. Ottimamente recitato e con belle scene d’azione. La resa dei conti finale è degna del miglior cinema di genere.

Il film vive momenti ad alta tensione, sicuramente destinato al grande pubblico, ma con una cura dei dettagli, nei i risvolti psicologici di tutti i personaggi, che sono tipiche del cinema autoriale. Apparentemente c’erano tutti gli ingredienti per ottenere un buon responso, che però non ci fu, almeno nei termini sperati.

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Durante la lavorazione del film, comincia ad avere seri disturbi fisici. Soffre di flebiti e di forti dolori addominali. Su consiglio dell’amico Warren Beatty si fa una serie di analisi.

Il verdetto è devastante. Hal, ha sviluppato un tumore maligno al pancreas che si sta diffondendo anche ad altri organi. Si rifiuta di curarsi con i metodi della medicina convenzionale, affidandosi esclusivamente alle cure e alle terapie alternative.

Torna lo stesso al lavoro. Firma uno dei tre episodi pilota di una  serie televisiva.

Beverly Hills Buntz, era lo spin off della ben più famosa serie Hill Street Blues (Hill Street notte e giorno). La serie, comunque, non andò mai oltre il nono episodio

In seguito da quella serie verranno gli spunti narrativi per la fortunata trilogia di Beverly Hills Cop.

L’ultimo lavoro fu un altro episodio pilota prodotto per il canale televisivo Abc: Jake’s Journey.

Un progetto che forse anticipava troppo i tempi. La storia era divertente, piena di salti temporali, maghi, cavalieri e mostri. Sempre in bilico tra l’ odierno e un epoca medievale di area anglosassone, ma con un taglio forse troppo dissacratorio e scanzonato. Non convinse i responsabili della produzione. Forse la causa la si può trovare nei dei dialoghi infarciti di umorismo tipicamente inglese, che rischiava di fare poca breccia, nel sicuramente meno esigente, pubblico televisivo americano. Il progetto non vide mai la luce, nonostante gli attori principali fossero volti già noti.

Chris Young (Jake), era uno dei protagonisti della serie tv di successo Max Headroom e Graham Chapman, una delle menti creative dei Monty Pyton, in una delle sue ultime apparizioni.

Il fato volle che anche il suo ultimo lavoro si rivelasse l’ennesimo fallimento.

La sua lunga carriera era stata costellata da successi e riconoscimenti, ma il finale gli aveva riservato solo cocenti delusioni e amarezze.

Ashby verrà sconfitto dal male.

Stessa tragica sorte toccò a Colin Higgins, stroncato dalle alcune complicanze dovute al virus HIV, appena un mese e mezzo prima.

Hal questa volta non è riuscito a rialzarsi. Troppi colpi ricevuti, troppo fragile la corazza. La sua parabola terrena l’ha impressa però nel nostro immaginario, nei suoi personaggi, ognuno tratteggiato e contornato con il suo stile asciutto, solare e poetico.

Lui è stato un po Elgar, un po Harold, senz’altro Matt, George, Billy e Larry, Luke e Bob, Chauncey e Woody.

Lui è stato tutti e nessuno.

                                                                                                            Lirio Immordino