Altri interrogativi per Chiara Mu

Altri interrogativi per Chiara Mu

Ormai concluso il 2 febbraio, l’intervento site-specific di Chiara Mu, Vendetta, nella Colata Room del museo CIAC di Genazzano, vive ancora nei riverberi che si propagano in rete.
L’artista ha realizzato una serie di scritti (pubblicati su UnDo.Net) in cui troviamo pensieri personali, rimandi letterari, interrogativi e difficoltà insorte durante la genesi del lavoro e la fase di realizzazione. Le questioni, insomma, che hanno contribuito a caratterizzare il particolare legame instaurato con il luogo ospitante e l’opera per questo concepita.
I testi redatti da Chiara Mu, molto corposi, sono stati da lei suddivisi in cinque parti – una ancora da pubblicare – e vanno a comporre una storia a puntate contrassegnata dal racconto di fallimenti e di vittorie che l’hanno sfiancata e insieme stimolata, in questa battaglia tra lei e lo spazio, ma essi sono anche colmi di interessanti osservazioni dedicate all’arte.
Descrivendo il procedimento con cui ha realizzato Vendetta, Chiara Mu si è esposta, parlando di sé e del suo modo di operare, calcando l’attenzione sulle problematicità che talvolta si incontrano nella pratica site-specific e sugli spunti di riflessione da questi innescati.

«Si può rifare la storia? La posizione dell’artista nello spazio: coesistenza o antagonismo? La visione dell’opera: quale lo spazio deputato del fruitore? Il tempo interviene sul lavoro: la documentazione è l’opera? Lasciare la presa o ri-attuare la visione?». Questi gli interrogativi che l’artista si è posta e pone, e che diventano i titoli delle sue considerazioni.

Eppure Chiara Mu, sebbene la sua preparazione teorica sia piuttosto solida, non è un critico d’arte, bensì un’artista. L’operazione di tramutare in narrativa il suo intervento è dunque da leggere come un’espansione dell’opera stessa, oppure come terreno di meditazione su argomenti che riguardano il lavoro “site/situation-specific”?

Alle domande che l’artista fa emergere, a favore dell’analisi di una pratica artistica per sua natura effimera, quali le installazioni site-specific o le performance, ne aggiungiamo qui delle altre, vòlte ad indagare il suo lavoro.

Vendetta2

Quando è perché hai sentito la necessità di scrivere dei testi, così articolati, sul lavoro realizzato per la project room del CIAC? Questa operazione è divenuta una sorta di “progetto nel progetto”?

La necessità è nata ad ogni passaggio “incongruo” che mi sono trovata a vivere durante questa esperienza. Ho preso appunti ogni sera mentre cercavo di mettere a fuoco i miei dubbi e le mie perplessità, richiamando vecchie letture, considerazioni e spunti per superare i miei scogli. Ne è rimasta una specie di eco nella testa, cresciuta man mano e che aveva bisogno di un suo spazio, di una sua narrazione indipendente dal percorso materico dell’installazione. Considero questo percorso di scrittura un meta-lavoro, ma anche il tentativo viscerale di mostrare un percorso creativo dall’interno, abdicando direi in modo totale alla necessità tipica dell’artista di voler offrire il proprio lato migliore a discapito del resto.

Sei infine giunta a una pacificazione tra te e l’opera Vendetta? In quale modo?

Non ero in conflitto con l’opera Vendetta, bensì con lo spazio che la ospita e che la origina…la Colata Room, uno spazio che ha “congiurato nell’ombra” e che ha progressivamente divorato il mio lavoro nel suo tempo di permanenza. Però sì, la pacificazione è infine giunta, accettando una coesistenza, permettendo che fossero visibili nel lavoro le tracce del mio agire su di lui e quelle del luogo, degli agenti esterni che sono intervenuti massicciamente almeno quanto me. Ma leggerai nella mia ultima puntata…

Parlando di spazio, utilizzi spesso l’espressione “farci casa dentro”. Cosa intendi?

Mi riferisco ad un senso di affezione che si prova – che io provo – nel fruire alcuni lavori, installazioni, attivandoli con la propria presenza fisica. Ricordo la quantità di tempo in-fi-ni-ta che ho speso dentro La Luna di Fabio Mauri, alla Gnam nel 1994. Ricordo di essere stata più volte chiamata ad uscire dal custode che all’inizio mi aveva perso all’interno, trovandomi seduta in un angolo, per ore, ad osservare ombre ed ombre sul mare di polistirolo dentro cui ero immersa fino allo stomaco. Farci casa nel senso di entrare in consonanza con l’opera, appropriandosi di quel tempo e di quello spazio poiché lo si vive con intensità.

In concomitanza col tuo intervento nella Colata Room, ad abitare gli spazi espositivi del museo CIAC c’era anche la mostra Antonello Bulgini: Notizie lievi#2, che raccoglieva opere dell’artista scomparso nel 2011. Per questa occasione hai realizzato la performance Cane che parla, all’opening e closing della mostra medesima. In cosa consisteva la performance?

La performance prende il nome dal titolo del quadro di Antonello per cui ho prodotto questo intervento: l’opera raffigura in alto a destra un uomo che, seduto ad angolo retto, tiene un braccio sulla schiena di un cane. Il cane ha la testa bassa e vomita fili. Ho letto questa scena come una visione simbolica della terapia psicoanalitica; in analisi freudiana infatti gli animali rappresentano l’inconscio. Ho voluto cosi dare corpo a questa mia lettura, creando uno spazio in cui si potesse davvero vomitare l’inconscio. Ho posto il quadro su un camino, ho predisposto per tre ore una performer in piedi all’interno, bendata con una mascherina per il sonno ed in posa statica, con una mano protesa al di fuori per accogliere chi volesse entrare con lei. Il suo compito era quello di accogliere una persona alla volta, risalire con le mani fino al suo orecchio e mormorare versi alternati che riguardavano un certo ripiegamento interiore, tratti da mie traduzioni di alcuni testi musicali inglesi. Durante l’ultima visita guidata invece, prima della fine della mostra, ho attuato io la performance per due ore e mezzo, utilizzando in questo caso testi molto personali scritti da me per l’occasione.

Cane che parla

Come ti sei avvicinata alla performance art e agli interventi site-specific? Che tipo di evoluzione senti di aver vissuto nel corso degli anni?

Provengo da studi teatrali, ovvero sono diplomata in scenografia e ho avuto modo di esperire diversi tipi di training fisico attoriale, acquisendo come facile l’utilizzo del mio corpo nel contesto dei miei interventi artistici. Ha una sua rilevanza aggiungere poi che il corpo è gratis…non avendo avuto a disposizione budget per produrre i miei lavori, soprattutto agli inizi, credo di averli spesso istintivamente risolti in chiave performativa poiché “mi avevo sempre a disposizione” senza altri dispendi. Ogni tipo di intervento prodotto è sempre stato originato da una fascinazione per un luogo od un contesto specifico. La mia tensione continua è quella di intervenire sulla fruizione dello spazio, modificandone la percezione e definendo una lettura altra dello stesso. L’evoluzione che intravedo, se osservo i miei lavori nel tempo, non mi sembra affatto di tipo lineare. Credo di allontanarmi ed avvicinarmi periodicamente ad esigenze ben diverse tra loro; dal voler sparire radicalmente come corpo (dunque smettere la dimensione performativa) per concentrarmi maggiormente sulla componente scultorea dello spazio, esplorando il confronto con gli oggetti e la materia stessa, al voler ritornare dialogante con l’altro da me, aprendo a tipologie di lavoro più relazionali e dinamiche. Credo di abitare tutte queste modalità di lavoro con eguale intensità e presenza, non abdicando però al pormi (infinite) domande sulle contraddizioni che questa molteplicità di approcci genera.

Hai studiato e lavorato anche a Londra: quali differenze individui tra la ricezione del pubblico italiano e di quello internazionale pensando alla performance art?

Nell’esperienza del mio lavoro performativo in Inghilterra ho percepito in alcuni casi difficoltà ad entrare in dinamiche empatiche con i viewers, gli spettatori; ho riscontrato una diffidenza sottesa verso tutto quello che comprende una certa comunicazione intima. Al contrario se la performance è mediata da una funzionalità relazionale e/o politica il livello di comprensione e partecipazione aumenta esponenzialmente. In Italia credo che la fisicità sia maggiormente sentita ed accettata, anche se la comprensione teorica e concettuale di specifici atti performativi è meno diffusa e spesso deformata da letture stereotipe e manieriste di cosa questo medium davvero sia.

Vendetta

Il “fare esperienza” e il fruitore dell’opera rivestono per te fondamentale importanza…

Sostanziale, sì. Il mio lavoro è del tutto effimero, definito da un tempo e da uno spazio che decadono inesorabilmente. Ciò che posso offrire al mio fruitore è solo un’esperienza dello stesso, non oggetti né souvenirs… né considero che l’immagine documentativa del lavoro abbia la stessa intensità e lo stesso valore dell’esperire l’opera. Istintivamente desidero una fruizione del mio lavoro sul modello di ciò che amo vivere come visitatore; ovvero desidero una fruizione il più possibile aperta, nel contesto di un lavoro che permetta una mutua offerta di sé, del proprio tempo e del proprio desiderio di vivere quell’esperienza. Eppure…con Vendetta questa modalità di fruizione non ha avuto alcuna possibilità, gettandomi in una confusione ed una messa in discussione radicale.

Spesso le tue performance ti vedono prendere per mano il fruitore e accompagnarlo, guidarlo, coinvolgerlo. Della tua opera traspare una candida fiducia nel prossimo: la fiducia che accoglierà il tuo invito. In molte occasioni sei tu stessa a introdurre il tuo lavoro e ciò genera un contatto diretto con il pubblico. Puoi in questa sede tentare di condurre il lettore verso l’arte di Chiara Mu?

In questa sede ho cercato di farlo rispondendo alle tue domande…prendere per mano scrivendo corrisponde al tentativo di voler condurre l’altro da sé nel proprio ragionamento, auspicandomi di aver offerto qualcosa di interessante e non tedioso! Una nota riguardo la fiducia: non considero rilevanti quelle opere d’arte che non mostrino e non offrano una reale, sincera esposizione del sé. Confido nel coinvolgimento solo di quel visitatore che percepisce il mio farlo e desidera reciprocare questo scambio, accettando in primis di esperire il lavoro direttamente, invece di credere di possederlo solo perché ne ha visto qualche immagine. Il mio utilizzare spesso dinamiche provocatorie, a volte in chiave intima, a volte violenta, è vòlto a sollecitare lo spettatore ad una presa di posizione, scegliendo dove collocare se stesso – se dentro o fuori il lavoro, concettualmente e fisicamente – e a reagire in modo diretto.

Intervista a cura di Sara Fico

per seguire gli scritti riflessivi di Chiara Mu – http://www.undo.net/it/my/site-specific-e-vendetta