Temi di Performance Art: Azione #2.

Temi di Performance Art: Azione #2.

AZIONE E CONTINGENZA

Temi di Performance Art 

What, Who, Why, When, Where + How

Azione #2.

Partendo dalla fine di come c’eravamo lasciati, pongo una domanda: qual è il soggetto prodotto dall’azione, o meglio, chi è?

Amelia Jones, nelle fotografie di Hans Namuth che ritraggono Pollock ‘in azione’, riconosce una nuova concezione della soggettività di matrice post-strutturalista. L’artista, nel tumulto dell’azione, è un soggetto frammentato, decentrato e in continuo cambiamento. Il soggetto artistico postmoderno è contingente e particolare e nel processo performativo non fa che inasprire la distanza tra apparenza e significato. L’arte diventa quindi azione e conseguentemente processo di una sempre diversa concettualizzazione della soggettività. L’identità dell’artista occupa una nuova dimensione e si avvale della performance come mezzo di esplorazione del proprio sé.

Azione è intesa come trasformazione. Nicolas Evreinoff, tra il 1910 e il 1920, in riferimento all’arte del teatro dichiara che questa non è estetica, bensì «pre-estetica». Essenza dell’azione teatrale è la trasformazione e si allontana dalla mera formazione, che è essenza dell’arte estetica. L’abilità di immaginare e rappresentare qualcosa di differente dalla realtà quotidiana modifica ciò che è già dato e produce nuove realtà/identità. È proprio qui che risiede l’essenza della performance, sia questa un’azione che viene vissuta in un preciso momento o reiterata nel tempo attraverso immagini documentarie.

Un aspetto che ha caratterizzato la produzione dell’arte performativa, quindi, è la questione del ruolo e la relativa trasformazione del sé. Questo è da intendersi in relazione alla persona/artista e alla sua pratica, al corpo protagonista e soprattutto all’identità stessa del soggetto che entra in relazione con lo spettatore. Attraverso una serie ripetuta di azioni, pose e travestimenti, il soggetto entra in un processo di costruzione e decostruzione della propria identità, creando così una serie di particolari soggettività artistiche. L’artista costruisce se stesso attraverso una serie ripetuta di atti, ma allo stesso tempo è attraverso questi gesti ripetuti che l’individuo perde la sua identità e arriva alla dissoluzione del proprio sé.

I lavori dell’artista americana Cindy Sherman, attraverso l’esplorazione di identità contemporanee e personaggi meticolosamente costruiti, identificano la teatralità, non solo come esclusiva condizione dell’immagine fotografata, ma anche come modello di comportamento che va oltre la cornice. Sebbene l’artista impersoni una serie infinita di ruoli, lei stessa dichiara di non ritrovarsi mai troppo coinvolta con la maschera a tal punto da non riconoscersi più. Attraverso l’azione implicita nell’immagine fotografica, la Sherman ci appare travestita e immersa nel ruolo, ma allo stesso tempo porta l’attenzione di chi guarda sul gioco di ruolo in se stesso, come se volesse farci notare l’inganno. Nonostante ciò, la serie di maschere che l’artista ha rivestito, corrode la sua apparenza portando lo spettatore a non riconoscerne più la precisa identità artistica.

La fotografa e scrittrice francese Claude Cahun, che è passata inosservata alla critica fino a pochi decenni fa, trova molte somiglianze con il lavoro di Cindy Sherman, pur avendo vissuto e lavorato in periodi diversi. Le due artiste hanno portato avanti un lavoro che si basa sul gioco dei ruoli e sulla continua trasformazione della propria identità. I ritratti fotografici di Cahun sono il prodotto di performance che venivano rappresentate tra le mura della propria abitazione. Spettatrice era Marcel Moore, sua compagna per più di 40 anni, che ha assisto Cahun nella messa in scena delle diverse personae. Quei ritratti sembrano voler destabilizzare la nozione del sé: l’artista costantemente cambia e trasforma la sua soggettività incarnando ogni volta una diversa maschera.

In merito al gioco dei ruoli e alla conseguente trasformazione è essenziale fare riferimento ai contributi che sono stati apportati nel campo della sociologia e psicologia. Il riconoscimento che i comportamenti sociali sono in una certa misura “recitati” e che diverse relazioni sociali possono essere viste come “ruoli” è stato apportato grazie al contributo di diversi studiosi, ma soprattutto grazie al lavoro di Erving Goffman, il cui scritto, The Presentation of Self in Everyday Life (1959), presenta la vita sociale intesa nei termini della rappresentazione teatrale. Goffman parla di “performance” nella vita di tutti i giorni in relazione a chi ci guarda e all’ambiente in cui la persona si trova. Tutti noi siamo coinvolti in «a social role-playing». Indossiamo una maschera e recitiamo un determinato ruolo.

Allora mi chiedo: chi è l’oggetto/soggetto prodotto dall’azione?

Non c’è alcun sottostante e univoco sé, ma solo una serie di maschere e ruoli.

È in relazione all’altro che questa trasformazione avviene. La rappresentazione della propria soggettività e di un particolare ruolo è strettamente connessa a chi ci guarda. Il nostro “io” è indissolubilmente legato alle aspettative che noi crediamo gli altri possano avere nei nostri confronti.

L’azione è modulata, creata dalla relazione che s’istaura con l’altro. L’elemento essenziale della performance è la relazione stessa tra il performer e la sua audience.

Continua…

Celeste Ricci