Temi di Performance Art: Partecipazione #1 – Lo spettatore attivo.

Temi di Performance Art: Partecipazione #1 – Lo spettatore attivo.

AZIONE E CONTINGENZA

Temi di Performance Art 

What, Who, Why, When, Where + How

Partecipazione #1 – Lo spettatore attivo.

L’uomo più contempla e meno è

Guy Debord

 

È nella partecipazione che l’azione performativa si consuma. Chi sarebbe il performer senza il suo pubblico? L’artista condivide il proprio spazio, tempo e azione con chi guarda. L’audience è indissolubilmente presente nella performance, nella quale non ci sono distanze: il performer è soggetto e oggetto della propria azione e il pubblico diventa elemento condizionante nei diversi aspetti di questa relazione. Non c’è azione senza partecipazione e non c’è relazione senza azione.

Lo stesso Jacques Ranciére ha affermato: «Non c’è teatro senza spettatore». Per il filosofo francese, però, essere uno spettatore nel senso più tradizionale del termine è una cosa negativa, per due ragioni: il vedere è l’opposto dell’agire e di conseguenza del conoscere. La questione dello spettatore è stata per lungo tempo vista secondo due coppie di opposizioni fondamentali: guardare-conoscere, essere attivo-essere passivo. Nell’atto del solo guardare lo spettatore si trova in uno «stato d’ignoranza nei confronti del processo di produzione della realtà». Nel suo stato passivo, privo di azione, lo spettatore è lontano sia dalla capacità di conoscere sia dal potere di agire.

In questi termini, l’azione teatrale è caratterizzata dall’illusione e dalla passività e ha come scopo la demolizione della conoscenza e dell’azione stessa. Lo spettatore che si limita a guardare, si pone di fronte all’apparenza e non vede quello che c’è oltre.

Ranciére arriva quindi a una conclusione fondamentale: è necessario «un teatro senza spettatori»dove chi guarda partecipi attivamente e abbia oramai abbandonato il suo precedente stato di passività. Lo spettatore, quindi, lascia la sua precedente posizione d’inattività e diventa uno sperimentatore, o meglio, «un investigatore che osserva i fenomeni e cerca le relative cause» Non c’è distanza tra lo spettatore e il performer. L’azione è condivisa e vissuta da entrambe le parti. Come Ranciére puntualizza: «Il teatro è il posto dove il gruppo passivo degli spettatori deve essere trasformato nel suo opposto: il corpo attivo di una comunità che mette in scena i propri principi». Nell’azione della performance lo spettatore è coinvolto nel processo di conoscenza o meglio di scoperta. Lo spettatore diventa cosciente del fatto che ciò che ha di fronte è la sua realtà, vita e azione, le quali non gli sono estranee, ma profondamente presenti.

A questa breve introduzione riguardo il ruolo attivo assunto dallo spettatore, farà seguito la presentazione di una serie di azioni performative che hanno posto il pubblico in un ruolo di primo piano, di partecipante attivo. Le prossime fasi di questa rubrica, infatti, saranno composte di una serie di approfondimenti dedicati a singole opere o artisti al fine di analizzare il tema della partecipazione attraverso le azioni stesse.

Per questo primo articolo sul tema, credo che Fluxus sia l’oggetto con cui possiamo iniziare la nostra conversazione. Alla fine degli anni ’50, John Cage ha tenuto una serie di corsi sulla composizione sperimentale alla New School of Social Research a New York. È proprio durante quelle lezioni che artisti come Allan Kaprow, George Brecht e Yoko Ono furono incoraggiati a considerare l’elemento casuale come parte integrante dei loro lavori. Quello era l’inizio di Fluxus: un movimento che emerse e si espanse tra il 1962 e il 1978 e che abbracciò un’ampia varietà di artisti che lavoravano, a loro volta, con differenti medium.

Il nome stesso del movimento, Flux, implicava cambiamento, una propensione all’indeterminazione e allo sconfinamento dell’atto creativo nella vita quotidiana. Senza una precisa struttura, il gruppo Fluxus includeva artisti, scrittori e musicisti che non si erano identificati come parte di un movimento preciso. Artisti come Brecht, Ono, Dick Higgins, George Maciunas, Charlotte Moorman, Nam June Paik e Daniel Isaac Spoerri, solo per citarne alcuni, hanno messo in discussione il valore dell’arte e dell’artista stesso, prendendo le mosse dall’opera di Duchamp e dal concetto d’indeterminazione e casualità sostenuti da John Cage. Fluxus ha attivamente incorporato lo spettatore nelle proprie performance, trovando nella partecipazione una delle proprie fondamentali caratteristiche.

L’estetica di Fluxus, legata all’incorporazione dell’attività quotidiana e dello spettatore in un determinato contesto artistico, è stata una componente cruciale per le azioni performative di Yoko Ono. La sua celebre opera Cut Piece,eseguita per la prima volta nel 1964 al Yamaichi Concert Hall in Kyoto e poi nel 1965 al Carniegie Hall a New York, testimonia quanto affermato poco fa: il performer è allo stesso tempo soggetto e oggetto e l’audience assume una posizione attiva nei confronti dell’azione stessa. L’artista si trova seduta nel mezzo di un palco e gli spettatori si avvicinano uno per volta per tagliarle un pezzo dell’abito, lasciandola quasi nuda alla fine della performance. L’atto del tagliare permette allo spettatore di rompere il proprio stato di passività e di irrompere in uno stato di attivo scambio con l’artista, che scopre se stesso come un soggetto/oggetto vulnerabile.

Continua…

Celeste Ricci