Bastava un solo gesto. RADICI NUDE / Intervista a Cristina Menconi

Bastava un solo gesto. RADICI NUDE / Intervista a Cristina Menconi

Arriva sempre un momento nella vita in cui ci si chiede perché sia iniziato tutto, perché la storia dell’uomo sia andata in questo e non in altro modo. Capita spesso da bambini – età del “perché”- in cui scoprire è la nostra esigenza. Se non fate tutto questo da tanto tempo, se non vi domandate più il motivo di tante azioni, di tante reazioni ormai divenute automatiche, banali, fermatevi un istante e guardatevi intorno. Non riuscirete a darvi una risposta, non potrete arrivare alla radice, ma almeno vi sarete posti la domanda. Avrete provato a riflettere su ciò che ci appartiene talmente tanto da passare spesso inosservato: cosa ci rende umani? Siamo partiti tutti dallo stesso punto, siamo tutti esseri umani eppure spesso succede qualcosa, qualcosa che può rendere anche disumani.

Accade di porre a se stessi questo tipo di domande, di riflettere sui nostri vissuti dopo aver visto cinque danzatori, quattro donne e un solo uomo, portare in scena la meraviglia dell’esistenza, le sue sfaccettature, le contraddizioni. Dall’inizio alla fine i danzatori offrono al pubblico la loro intimità, la loro capacità non solo di ballare ma soprattutto di sentire, di vivere ogni gesto. I loro corpi sono prima di tutto un immenso regalo: ci si può specchiare in loro e ritrovare emozioni perdute che hanno fatto e fanno parte del nostro percorso individuale. Esperienze universali. Pensando all’umanità, rivivendone le sfumature e i contrasti Cristina Menconi ha ideato Radici nude, che sarà di nuovo in scena presso il Teatro “Della visitazione”, a Roma il 27, 28, 29 Aprile 2012.

 “Le idee sono venute fuori un po’ sullo scooter, da alcune immagini… ma ciò che preferisco fare per iniziare un lavoro e per far sì che cresca, è lasciarmi impressionare.”
Abbiamo voluto intervistare Cristina Menconi perchè se è vero che, come dice, in questo lavoro non c’è nulla di autobiografico, alla base di tutto c’è la profonda umanità di una donna. E volevamo avvicinarci, offrirvene un assaggio.

Esistono per te due approcci al lavoro? Ci sono stati momenti in cui ti sei sentita solo coreografa, altri solo donna?
Più donna che coreografa. Se tu SEI lì, la coreografia può prendere vita, se no sono passi in sequenza… che non sono la danza.

Qual è il metodo di ricerca coreografica utilizzato?
In realtà è l’unico che mi interessa, l’unico che mi permette di distinguere la danza dalla ginnastica. In Radici nude si svolgono dodici quadri. Ogni quadro che mi è nato nella mente l’ho portato in sala e consegnato ai miei danzatori. Loro hanno iniziato a lavorare per tradurre col movimento del corpo il movimento della mente. Tutto poi è stato criticato ed elaborato insieme. Quel che abbiamo tenuto alla fine, è il frutto di questo meticoloso lavoro di ricerca per restituire alla danza quel che merita.

Qual è il concetto che sta dietro al titolo Radici nude e quali sono le tematiche da cui parte lo studio?
Radici nude sono le origini, il momento inafferrabile immediatamente successivo al “balzo” evolutivo. La nascita del pensiero e, quindi, della specie umana. La distinzione fondamentale per cui gli esseri umani non vivono per sopravvivere ma per realizzare le proprie esigenze. E molte sono le tematiche da cui siamo partiti, molte le domande… quando e come e perché questa ricchezza originaria si è perduta per costruire società fallimentari – profondamente violente e castranti- strutturate dalla ragione e non dalla fantasia.

Foto di Manuela Pedercini

Questa la base da cui partire dunque, scavare dentro le proprie motivazioni per far parlare il corpo, per far sentire ciascuna voce dei danzatori in un grido comune. Una danza tragica, intensa, propositiva, coinvolgente: vitale. Quattro donne e un solo uomo, nel primo quadro agli esordi della nostra esistenza, eppure già profondamente ricchi, umani. Poi, nei quadri successivi, la scelta di vivere in società, di essere insieme, la tragedia della sopraffazione del più forte sugli altri, la volontà di divenire complici silenziosi della stessa persona o situazione che provoca in noi dolore.

  Una visione superficiale del lavoro indurrebbe a pensare ad una creazione il cui finale, dopo tanta sofferenza, potrebbe consistere in una liberazione prettamente femminile. Ma è molto di più. Uno dei quadri più toccanti da vedere in Radici nude è sulla cecità: l’uomo benda le donne, le “violenta”, usa i loro corpi a loro insaputa, solo lui può vedere ciò che infligge loro. Le donne subiscono. In realtà, dal momento in cui le danzatrici perdono l’uso di uno dei sensi, acuiscono tutti gli altri, sentono i suoni, i rumori, in maniera diversa, percepiscono lo spazio in un altro modo. Perché anche i momenti di sofferenza e di distorsione della nostra realtà quotidiana ci arricchiscono e a ben guardare non sono quelli i momenti che ci distruggono. Non è dunque la successiva ribellione incontrollata delle donne a risolvere il dramma, a far tornare tutti al primordiale equilibrio. Non è solo una liberazione femminile perché i due sessi fanno parte della stessa umanità: “Siamo tutti esseri umani, vittima e carnefice si confondono perché è il rapporto umano ad essere intricato, non c’è ragione o torto” commenta la coreografa riferendosi non solo allo scontro uomo donna ma anche alle complesse relazioni che, tra le donne stesse, si instaurano. “Il quadro della cecità è tutto improvvisato, cambia ogni volta, l’unico motivo coreografico esistente riguarda un uomo spietato che vede e si serve delle donne che ha bendato lui stesso; la sfida è essere nel ruolo, in questi momenti si capisce se un danzatore è anche un artista.”
Guardando Radici nude non si percepisce la distanza tra il danzatore e la persona che danza, tra il danzatore e la persona che vive: la danza è talmente umanamente vissuta che abbiamo voluto incontrare faccia a faccia anche uno di loro, l’unico uomo, l’individuo più violento in scena:

Quanto cambia la percezione della tragicità del rapporto uomo donna, nel corso del lavoro?
Dopo la cecità c’è un altro quadro in cui sono solo, un quadro in cui cerco di ricucire la mia stessa pelle. Perché ho ferito e quindi, mi sono ferito, perché non sto più in piedi. A questo punto le donne ritrovano anche loro se stesse dopo una ribellione senza senso. Per quanto mi riguarda non ho ancora smesso di lavorare sul ruolo che interpreto, la violenza psicologica è tale che a viverla ogni volta in maniera così intensa non ce la faccio, è troppo forte, è scioccante rapportarsi a dei corpi bendati che si fidano di te, che ami ma allo stesso tempo minacci, maltratti, abbandoni. Il dolore fisico non è niente a confronto.
Effettivamente anche per lo spettatore non è facile, perché tra la meraviglia iniziale e la ritrovata meraviglia finale c’è il baratro, c’è l’uomo, anche con le sue oscenità. Per questo abbiamo chiesto, di nuovo a Cristina Menconi,

In che modo la danza riesce a sensibilizzare lo spettatore su questo particolare argomento.
Non ne ho idea, non so se ci riesce e comunque non è mia intenzione. Quello che definiamo lo “spettatore”, che non so perché mi suggerisce sempre qualcosa di inanimato e passivo, è in realtà sempre un essere umano, con tutta la sua storia, che va a vedere un lavoro con tutta la sua storia. È un personaggio attivo della performance. Cosa si porta a casa e cosa elabora dalle immagini danzanti degli interpreti del lavoro è roba sua.

Radici nude: una coreografa, cinque danzatori coreografi della propria dimensione interiore, noi. Tutti, tutto intensamente umano.

Intervista a cura di Marina De Ghantuz Cubbe

 

Ideazione e Regia: Cristina Menconi
Assistente: Daniele Pagano
Musiche: Claude Achille Debussy – Georg Friederich Haendel – Riccardo Mancini – Clint Mansell
Coreografie: Cristina Menconi

 creato con
Giulia Barbaro – Eleonora Berti – Francesca Ferrari – Eleonora Galante – Daniele Pagano

Testi: Josè Saramago e Li Zhiyi
Voci Recitanti: Alessandra Gherardelli – Daniele Pagano
Fotografie: Manuela Pedercini
Costumi: Tina Fardi – Cinzia Novelli

In scena al Teatro della Visitazione –  Via dei Crispolti, 142 - 00157 Roma,
il 27 al 28 aprile ore 21.00
il 29 aprile ore 18.00
Info: 346.2157883 – 348.3713387  (Fax) 06.4380494