Biennale di Venezia. Padiglione Armenia, le ombre del passato

Biennale di Venezia. Padiglione Armenia, le ombre del passato

VENEZIA – All’interno di una Biennale difficile e “scomoda” come quella ideata e curata dal cileno Alejandro Aravena, il Padiglione della Repubblica Armena, curato da Sarhat Petrosyan, si pone fra i più concettualmente espressivi e sottilmente carichi di significati storici. A cominciare dalla scelta della sede, l’antichissima Chiesa di Santa Croce della Congregazione Mechitarista, tangibile testimonianza della presenza armena a Venezia, e di ciò che essa ha saputo regalare alla città. Una chiesa che simboleggia una sorta di avamposto culturale, o meglio di piccola oasi di pace, lontana dalla patria martoriata dalle vicende storiche, delle quali il regime sovietico è stata l’ultima in ordine di tempo. Metabolizzare il passato, accettarlo nelle sue sfumature, è il duro esercizio che dal 1991, anno dell’indipendenza, impegna la coscienza del Paese, un esercizio che necessita di tempo e di silenzio. Il curatore ha Petrosyan realizzato un padiglione incentrato sul reportage fotografico, quindi sulla memoria dell’immagine, per documentare le trasformazioni spaziali che hanno interessato l’Armenia negli ultimi venticinque anni. Cambiamenti a carattere architettonico, ma non solo, che hanno inciso, o tentato d’incidere, sulla situazione pre-esistente, ovvero, la dominazione sovietica.

Osservando i grigi e monotoni quartieri costruiti dal regime, che spiccano contro la bellezza della natura circostante, l’assurdità di città fantasma quali Metsamor, che a metà degli anni Sessanta fu pensata come un luogo di sviluppo industriale, e adesso giace incompiuta e abbandonata da oltre trent’anni; il degrado che circonda i tetri blocchi di cemento dei casermoni popolari; osservando tutto questo, si percepisce come nelle città armene, come nel deserto di Nazca, si ritrovano quelle “occasioni mancate” che segnano le sconfitte dell’umanità, ferite ancora aperte con il loro carico di aspirazioni distrutte, domande in attesa di risposta, istanze sociali non soddisfatte, dalle quali scaturiscono inevitabili tensioni e conflitti sociali e politici.

Metsamor town 2016 - Ph by Katharina Roters

La presenza armena alla XV Biennale d’Architettura deve essere letta alla luce dei recenti avvenimenti che hanno interessata questa tormentata nazione. Leggendo con attenzione fra le pieghe della Storia, si nota come i nemici storici degli armeni non siano i russi, che pur con la dominazione degli anni del comunismo hanno causate innumerevoli sofferenze. Il nemico storico dell’Armenia è la Turchia, responsabile di un genocidio che ancora nel 2016 si rifiuta di riconoscere, e di assumerne la responsabilità politica e materiale. È questa la tragedia che il popolo armeno non riesce, comprensibilmente, ancora a elaborare psicologicamente, e su cui sta lottando per un riconoscimento di principio. Una volta riacquistata l’indipendenza, il popolo armeno si è trovato nella necessità di salvare almeno parte delle sue vicende del Novecento, per evitare il peso di avere alle spalle un secolo completamente cancellato e sentire un vuoto storico alle proprie spalle. Fra il genocidio e la dominazione sovietica, se qualcosa si può salvare, appartiene indubbiamente alla seconda. Per questo, il padiglione armeno presenta un reportage fotografico in cinque capitoli, incentrato sì sull’architettura, ma osservata attraverso il punto di vista delle sue implicazioni politiche e sociali; da strumento del potere, può trasformarsi in strumento di riscatto e di riappropriazione del territorio. Alla luce dei trascorsi storici di cui sopra, si comprendono le parole del curatore, per il quale a questi cambiamenti che il padiglione racconta nelle fotografie esposte, verrà un giorno riconosciuto valore culturale. Un valore che la società e lo Stato dovranno salvaguardare. Come a dire che il passato sovietico è parte inscindibile della storia armena, per alcune cose esecrabile, ma per altre accettabile; l’unico accettabile in questo Novecento che per gli armeni è stato orribile.

Mush 1 District, Gyumri 2016 - Ph Martin  Manukyan-Tumo

Cinque i capitoli in cui si articola il reportage: il primo è dedicata alla Piazza del Popolo (oggi Piazza della Libertà), centralissimo luogo di Erevan, che fra l’88 e il ’91 fu teatro di manifestazioni indipendentiste. Qui sorgeva la medievale Cappella di Getsemani, demolita negli anni Trenta per lasciar spazio al monumentale Teatro dell’Opera, stomachevole architettura di sovietica “magnificenza”. Le fotografie, scattate nell’88, documentano la lenta riappropriazione di questa piazza da parte del popolo armeno, che vi manifesta le proprie aspirazioni. Dall’88 ad oggi, la prospettiva architettonica della piazza è stata profondamente modificata, con il Teatro circondato da innumerevoli edifici moderni. Da un lato, la funzione di “piazza-teatro”, durante le manifestazioni dell’88, dall’altro, la sua ridefinizione architettonica nel corso degli anni.

Il secondo capitolo, racconta le ferite lasciate dal terremoto del dicembre ’88, documentate nella città di Gyumri, dove si contarono 17.000 vittime. Il piano di ricostruzione, sulla carta varato pochi mesi dopo, non decollò mai, soffocato dalla corruzione e dalla speculazione; scelte logistiche sbagliate, come quella di costruire nuovi quartieri su terreni argillosi e friabili a nord-ovest della città vecchia, anziché sullo stabile piano roccioso a sud-est; la corsa all’accaparramento dei fondi messi a disposizione da Mosca, includendo anche aree risanabili fra quelle da demolire; il crollo dell’URSS nel ’91, che lasciò incompleti i pochi progetti avviati. Al punto che oggi, Gyumri si ritrova deturpata da squallidi blocchi di cemento, privi di servizi e infrastrutture, dove decine di famiglie vivono nella più assoluta precarietà, in mezzo a strade di fango e cortili invasi da sterpaglie e rifiuti di ogni genere. Non meraviglia che la città si stia spopolando, al punto che dei 260.000 abitanti di prima del terremoto, ne restano adesso 118.000. Paradossalmente, ben più dignitosi i cimiteri (terzo capitolo), maestosamente dislocati sulle alture rocciose che circondano le città. Non fa eccezione quello di Shahumyan, a Erevan, negli scatti di Vahan Abgaryan. Sembrano essere gli unici luoghi dove si possa finalmente lasciarsi alle spalle il grigiore quotidiano. Grigiore che non risparmia la capitale Erevan, sfigurata dai soliti blocchi di cemento che dall’Albania a Vladivostok hanno contraddistinto il territorio urbano al di là della Cortina di Ferro.

Shahumyan Cemetery, Erevan - Ph. Vahan Abgaryan

Dai primi anni del Duemila, come documenta il quarto capitolo, sono al centro di un qualche tentativo di recupero, di ampliamento degli spazi, con la costruzione di improvvisati attici più modesti o sopraelevamenti. Soluzioni fantasiose, a loro modo anche commoventi. Destino peggiore è toccato in sorte alla città di Metsamor (quinto capitolo), costruita nel 1967 attorno alla locale centrale nucleare chiusa nell’86 dopo il disastro di Chernobyl; da allora, è semi abbandonata, e nella pianura sterminata orlata dal profilo di lontane, maestose montagne, restano a gemere nella polvere palazzi e industrie ormai vuoti. L’ennesima occasione mancata di una pianificazione radicalmente sbagliata, che per vent’anni ha risucchiate nella monotonia e nell’incuria decine di migliaia di esistenze. Esporre queste fotografie, significa interrogarsi su cosa non abbia funzionato in architettura, ma soprattutto nelle decisioni politiche. Non c’è però un intendo di denuncia, nei reportage del padiglione; si tratta di una questione emotiva interna al Paese, che sta appunto cercando di capire cosa salvare di un passato scomodo, attraverso la mappatura del territorio e una sua definitiva presa di coscienza.

Osservando con attenzione la genesi di questo Padiglione, la sua ricerca e gli scopi che si pone, è possibile comprendere come la nazione armena sia ancora alla ricerca di un equilibrio interno, di una base stabile sulla quale ricostruire le proprie radici culturali, dovendo fare i conti con i paradossi e la crudele ironia della Storia.

L’intero reportage è visibile sul sito www.independentlandscape.am

Niccolò Lucarelli