Bisogna avere un cuore piccolo per amare le piccole cose

Bisogna avere un cuore piccolo per amare le piccole cose

Il dispiacere costante diviene infelicità. Il piacere costante non diviene felicità. E già questa mi sembrava una grossa inculata. Da un po’ di tempo a quella parte, prevalentemente mentre stavo facendo altro, andavo in giro a confutare ciò che mi pareva una grossa inculata. Non sia mai che ci fossimo sbagliati e ci stessimo facendo problemi inutili. Che poi questo mito che esistano anche dei problemi utili sarebbe proprio una delle prime cose che avrei dovuto ricontrollare. Fattostà, volevo risolvere questo ennesimo caso spinoso. Poi mi sono distratto.

Tutto quello a cui volevo arrivare sarebbe dovuto suonare come: …e perciò fate l’amore non fate la guerra / o al massimo fate la guerra – sì – ma solo per fare l’amore / un po’ come Agamennone che, però, è una storia finta / perché noi l’amore l’abbiamo imparato da Jerry Calà e questo fa di noi delle persone orrende.

Esistesse un prova scientifica per tutto questo, io non saprei proprio dove andarla a cercare.

E dire che fino a quel momento la mia carriera di confutatore d’inculate non era andata male.
Avevo deciso che l’apparecchio per i denti è una forma di chirurgia estetica e dunque obbligare un bambino di tredici anni a mettersi l’apparecchio era come obbligare una bambina di dodici a rifarsi le tette. Nulla a cui bisogna essere contrari ideologicamente, ma almeno chiedo coerenza.
Avevo deciso che l’affermazione personale era una mistificazione della gente semplice. L’ambizione: una carota per cavalli. L’amore: un palliativo per massaie. La massaie: la mia tipologia di donna preferita. Avevo deciso che fare cose utili al prossimo è una forma individuale di colonialismo, e arriverà dunque il giorno in cui dovrete chiedere scusa. Non a me che, a meno che non siate baristi, proprio non ho vi ho mai chiesto niente. Avevo smesso di leggere i giornali, salvo l’oroscopo di Branko sul Messaggero. Non avevo Facebook, non avevo internet, non avevo animali domestici. I bicchieri erano fatti per rompersi, non valeva la pena di stare attenti per mantenerli integri. Le chiavi erano fatte per perdersi, non valeva la pena di stare attenti per evitare che si perdessero. Basta darne un paio ad un amico. In generale tutto era fatto per un qualcosa nei confronti del quale non valeva la pena di stare attenti. Inoltre, avevo smesso di riporre le posate selezionate per specie negli appositi riquadri del cassetto, dopo aver cronometrato i tempi di recupero di un coltello sistemato con la tecnica “a casaccio”. Avevo smesso di slacciarmi le scarpe per togliermele, e, conseguenzialmente allacciarle una volta messe, dopo aver riscontrato che l’usura della parte superiore del tallone era un costo tutto sommato accettabile del tempo risparmiato. Questo concetto di “costo tutto sommato accettabile” fu la chiave d’apertura del sistema.
Logica simile applicai al rifarsi il letto, fare la differenziata, controllare spesso la posta e lasciare vestiti per casa. Poi iniziai a non cambiarmi le lenzuola, non buttare la spazzatura, non pagare le bollette e i vestiti per terra non furono più un problema. L’unica cosa che ho ricominciato a fare è cambiarmi le lenzuola. Ma comunque meno spesso di quello che vorrei far credere.
Avevo inoltre deciso che questo fatto di andare in giro a confutare le inculate corrispondeva grossomodo al fondamento logico del materialismo storico di Marx.

Poi c’ho ripensato. Ho ripensato all’insuccesso dell’analisi della dicotomia piacere/fecilità e ho deciso che non dobbiamo ricontrollare proprio tutto.
Possiamo anche, direi, fare solo sporadici controlli a campione.§
Oppure dovremo solo iniziare a fidarci.
Certo così le inculate me le prendo proprio tutte, ma d’altronde chi sono io per evitarmene alcune.
«On n’échappe pas de la machine».

E fu così che scoprii: l’umiltà.

Il mio primo giorno di umiltà fu tutto sommato un bel giorno del cazzo.

Non avevo idee perché chi è veramente umile non può averne. Da lì in poi avrei potuto solo avere opinioni. E potrei darvi ora la dimostrazione scientifica del fatto che le idee sono ontologicamente incompatibili con le opinioni, ma chi sono io per dimostrare qualcosa che potete scoprire da soli. Ricominciai a leggere i giornali. Mi indignavo quando c’era da indignarsi e gioivo quando c’era da gioire. Seguivo l’andazzo generale e tutto divenne veramente ordinato e armonioso e, vi dirò, l’ordine e l’armonia sono il segreto della gente che non soffre d’insonnia.
Pianificai il mio futuro.

Una ragazza, niente-di-speciale, mi avrebbe guardato con gl’occhi a cuoricino. Chi sono io per negarmi? E saremo andati a convivere in una villetta bifamiliare a ridosso d’un quartiere dove si parcheggia con facilità, col piano di espandersi verso il giardino del vicino una volta estinto il mutuo della Clio. E avrei lavorato una vita per garantire a una prole ingrata e irrispettosa i mezzi necessari e sufficienti per disprezzarmi e drogarsi.

La ragazza niente-di-speciale avrebbe poi imparato che «il godimento, il piacere, la soddisfazione oggi, stanno diventando un perverso dovere etico e viviamo in una società in cui non ti senti in colpa se tradisci tua moglie, ma se non ti diverti abbastanza» (Slavoj Žižek) e io non avrei avuto alcuna intenzione di sentirmi in colpa: la gente umile è umile proprio per evitare di sentirsi in colpa. Un pensiero veloce andò all’umiltà di Jerry Calà, dai più interpretata come rappresentazione d’edonismo-machista-preberlusconiano. E invece era umiltà.

Arrivato a questo punto mi venne il sospetto che la gente umile non va in paradiso, nonostante il punto di vista di Gesù, la gente umile è gente orrenda e l’unica nostra chance di redenzione passa inevitabilmente per la sopravalutazione di sé. Ah sì.

E dobbiamo avere un’opinione molto alta di noi per riuscire ad essere delle buone persone.
E bisogna avere un cuore piccolo per amare le piccole cose.
E il mio cuore è gigante.
E Gesù capirà.

Giacomo Venezian

elaborazione grafica in copertina: Marta Gargano

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