“Canoni americani” di Alessandro Portelli

“Canoni americani” di Alessandro Portelli

L’America ossessionata dalla libertà e dai rifiuti; l’America intrisa di moltitudini, di spazi infiniti, di confini mai veramente reali. L’America di DeLillo, Twain e Faulkner. Ma anche quella di Henry James, Toni Morrison e Philip Dick. Non esiste una sola America, né tantomeno un unico canone interpretativo, capace di rivelare l’identità di un Paese. Ma non solo. Come ci ricorda Alessandro Portelli nel suo Canoni Americani. Oralità, letteratura, cinema, musica (Donzelli 2004, pp. VI-376, euro 23,50) comprendere l’identità degli Stati Uniti, significa in parte capire anche la nostra, se è vero che l’America ha colonizzato il nostro inconscio e si è estesa nelle fitte maglie della nostra identità.

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A differenza della cultura europea basata sul tempo, la cultura americana nasce con lo spazio. L’illimitata abbondanza di terra libera è ciò che ha dato vita al mito della frontiera e a una cultura identitaria basata sul confine e sull’eterna possibilità di oltrepassarlo, estenderlo o crearlo. Basti pensare al mito letterario dell’Appalachia, come scrive Portelli, o alla fantascienza, un genere costruito sul concetto stesso di confine e di alterità. La letteratura americana si è nutrita di barriere più o meno visibili, che si sono rincorse fino a trascendere lo spazio, per occupare nuovi territori: dal genere alla razza, dalla diversità culturale al divario economico e sociale. La letteratura di Philip Dick ne è un chiaro esempio: Portelli analizza il suo The Cosmic Puppets, storia di un uomo che desidera ritornare nella sua città natale, ma che ritrova cose e persone molto diverse da come ricordava. La cittadina dei monti Appalachi è in una sorta di limbo temporale e la storia è stata riscritta: il protagonista non riconosce più la sua città, che in questa nuova disturbante versione l’ha visto morire da piccolo di scarlattina. Ma il confine che Dick sceglie di raccontare è ben più marcato e potente di quanto si possa immaginare: la città divora i suoi stessi abitanti ed è impossibile, una volta tornati, andare via.
I confini, ci insegna Portelli, sono netti, immaginari o creati di volta in volta. A volte ciò che è intorno a questi confini diventa l’essenza della nostra identità: è il caso delle ossessioni postmoderne raccontate da Don DeLillo nel suo Underworld in cui il grande incubo americano prende forma. I rifiuti, che in maniera ossessiva cerchiamo di pulire, catalogare e trasformare in nuovi oggetti (che diventeranno a breve nuovi rifiuti), costringono la società a riflettere su se stessa. Ciò che l’America ha deciso di scartare e di mettere al di là dei confini, ritorna prepotentemente sottoforma di rifiuto: l’Altro, che disturba, infastidisce ma attrae diventa oggetto di una venerazione quasi ritualistica., di un’attenzione patologica ma inevitabile.
L’America raccontata e analizzata da Alessandro Portelli è una moltitudine variegata e complessa in cui il confine e lo spazio hanno plasmato le nostre identità. Non solo attraverso la potenza della scrittura, ma anche attraverso la potenza della musica: da quella “cattiva” incontrata ne Il giovane Holden, a quella contaminata dalla letteratura di Bruce Springsteen. Quanta forza scaturisca da un solo verso di una canzone è una lezione che molti cantautori americani hanno imparato, appropriandosene per poi riprodurla quasi all’infinito. Laddove poesia e musica riescono a sovrapporsi, nascono contaminazioni estranee a qualunque classificazione: “l’arte,” disse John F. Kennedy, “non è una forma di propaganda, ma una forma di verità”. E l’unica verità che Springsteen sa raccontare si materializza nella storia collettiva di fantasmi che vagano all’ombra di divinità cadute, o sul punto di farlo. Uomini schiacciati da confini invisibili creati da forze economiche e sociali: difficile, avverte Portelli, non cadere nella tentazione di sovrapporre i suoi versi a quelli di Whitman o Twain. I confini semantici impongono una distinzione necessaria, seppur apparentemente crudele: gli spazi in cui si muovono il Boss e gli scrittori, in realtà, sono diversi. E ancora una volta è una questione di spazio e di come gli uomini si collocano al suo interno: Springsteen, sottolinea Portelli, è un lettore che incanta il suo pubblico, senza porsi al di sopra di esso. Il suo ruolo è di una semplicità disarmante: è un uomo comune, che legge senza essere prigioniero di sterili intellettualismi. Gli basta aprire un libro e lasciarsi trascinare da un autore, da una frase, da una storia, per poi rielaborarla e parlarne da pari a pari con il suo pubblico. Non esistono confini, né barriere: il confine che separa scrittori e lettori non esiste. E lo spazio ridiventa, come nel migliore spirito americano, apparentemente libero e incontaminato.

Elisa Carrara

Alessandro Portelli
Canoni Americani.
Oralità, letteratura, cinema
, musica

Donzelli Editore, 2004
pp. VI-376
euro 23,50