Canto per un cameriere

Canto per un cameriere

Mi sveglio domandandomi per quale razza di motivo non abbiano più ristampato Senza un soldo fra Parigi e Londra di Orwell, e comincio a pensare a quella prosa simile alla lama di un coltello, e a tutta quella rabbia, a quell’energia sprecata, a quella tonnellata di soprusi e a come un complesso sistema di cose abbia ridotto la nostra vita. Non è cambiato granché, ora forse non ci saranno le cimici da schiacciare contro i muri, con la proprietaria dell’alberghetto squallido che si raccomanda di lanciarle dalla finestra, anziché guastare la carta da parati. La miseria delle città della prima metà del Novecento  ̶  secolo tagliente, fatto di contrasti netti, drammatici ma indispensabili, carichi d’una vitalità furibonda, in cui era ancora possibile qualcosa  ̶  non sarà la stessa di questo nostro secolo asfittico, impotente, annacquato in milioni di belle parole, di promesse, di sogni da due soldi e dalla castrante promessa d’uguaglianza cucita sulla pelle dei poveri che giorno dopo giorno si spengono addosso la propria luce. La miseria ha un aspetto senz’altro più democratico, adesso; il senso del sopruso, se non si sta ben attenti, è ben più difficile da percepire; e la solidità di uno stipendio mediocre, di un ritmo mediocre, di giornate mediocri è la dose quotidiana di arsenico che ci rende incapaci di colorare la nostra sofferenza con qualcosa che sia più netto del grigio silente di un’insoddisfazione costante ma educata, quasi dimenticata nel cantuccio più inesprimibile della nostra anima. Un’allerta gattesca che tuttavia non si risolve in fuga.

Il mestiere del cameriere, del lavapiatti e di chiunque si trovi in un ristorante a passare gran parte della propria esistenza, è in un certo senso dall’altra parte della vita. Come se la bordura immaginifica di un bancone o della soglia di una cucina dividesse l’umanità in due classi ben distinte; chi mangia, e chi fa/dà mangiare. Due mondi che non si comprendono, fatti di linguaggi differenti, di riti del tutto diversi, estranei l’un all’altro per consuetudini, pesi specifici, senso di appartenenza. Non è vero che tutti i lavoratori si assomigliano; al di là della fatica, unico verbo condiviso, ci si intende solo fra cricche. Manovale con manovale, facchino con facchino, cameriere con cameriere. L’importante, naturalmente, è il portafoglio; quando differisce quello, la distanza diventa del tutto insanabile, e potenzialmente gravida, sana, poderosa; l’odio di classe basato su reddito, capacità, sfortune, opportunità differenti, ingiustizie varie, è una delle molle trainanti della rivendicazione legittima di uno stato delle cose migliore se non per tutti  ̶  non è necessario desiderare il progresso dell’umanità per contribuirvi  ̶  quantomeno per se stessi. Naturalmente, esistono persone stupide e intelligenti, capaci ed incapaci in tutte le classi sociali; per quel che mi riguarda ho trovato più ignoranza ed una vena di crudeltà ottusa, razzista e sorda fra i poveri che fra parecchi ricchi; il discorso appunto non vuole andare a parare su questo, e in fondo dovremmo solamente conservare dentro noi stessi un odio ed un amore indiscriminato per chiunque.

Ciò di cui voglio parlare, è il mondo che se ne torna sfinito a casa quando già da un bel po’ le persone normali dormono o escono a divertirsi. Di chi ha sopportato con eroica tenacia svariate ore a contatto con una moltitudine di idiosincrasie, di piccole meschinità, di maleducazione e prepotenze di ogni genere, di ottusità sconvolgenti e di tutto il variegato bestiario dei nostri comportamenti sociali. Di quelli che, al di là della barricata, perdono il loro sguardo a girovagare in un altrove più accogliente, come la cameriera di Manet. Esisterà quel posto, ne sono sicuro, da qualche parte nel buio, laddove fiori scintillanti si apriranno colmi di profumi e la terra rigogliosa ci concederà volentieri lo spessore delle sue cosce voluttuose, delle sue spalle fresche, trionfando in colore e dolcezza come una sezione d’archi. Fino a quel momento, accontentiamoci di essere chiamati al cospetto di qualche grigio impeghiatuzzo ministeriale che ha conquistato tutto quel che gli occorre per considerarsi soddisfatto, la piccola monovolume parcheggiata là fuori e che ha quasi finito di pagare, l’amante piuttosto bruttina che ha di fronte, allergica a qualunque cosa o presunta tale, perennemente a dieta e che si abboffa di pane  ̶  diffidate di chi mangia il pane, sarebbe pronto a sgozzarvi pur di avere qualcosa fra le mani, talmente l’avidità cieca delle bestie lo ha divorato almeno quanto egli promette a se stesso di fare un giorno con voi  ̶  e che, non potendo fare la voce grossa con l’infinità di superiori cui deve sottostare ogni giorno, la fa con voi. Sorvolate sulla sua palese ignoranza, la maniera che ha di pronunciare l’astrusa parola quiche, e tentate in ogni maniera di non accorgervi dell’alitosi che lo sta distruggendo, ma di cui evidentemente non si rende conto. Siate capaci di accettare il fatto che, d’accordo, in quel momento potreste trovarvi da qualsiasi altra parte, a discorrere ben altrimenti di poesia greca o di pallone, o gradevolmente all’interno della vostra donna, oppure semplicemente davanti ad una birra ascoltando i Dire Straits. È vero, esiste una marea di alternative con cui impiegare la quantità di energia che abbiamo quotidianamente a disposizione, un’energia preziosa, cristallina, che potrebbe portare a chissà quali giovamenti per se stessi e per il prossimo, o ad una sana e sacrosanta poltroneria  ̶  ma la tua è questa. Allora tanto vale attaccarsi alla sciocca idea che la povertà sia una cosa pura ed incontaminata, e che in fondo quel cliente che non sa neppure come si chiami l’acqua effervescente (mi porti dell’acqua naturale-frizzante, o come la chiamate voi!) e che tuttavia sfoglia carte di credito manco fossero petali di margherita, non è tanto più fortunato di voi, dato che è misero ed ignorante e soprattutto: o è arrivato a settant’anni senza che nessuno gli facesse notare quanto possa essere inopportuno non conoscere una cosa così semplice, oppure di quella cosa così semplice se ne frega altamente, perché non gli è necessaria.

Sfruttate la vostra curiosità e divertitevi, per quanto possibile, a studiare i modelli comportamentali di chi avete di fronte. Se siete curiosi, imparerete presto che questa sarà l’unica ancora di salvezza che vi possiate concedere una volta oltrepassato quel limite fra una vita e l’altra; e non saranno le sigarette e le bevute dopo il lavoro a restituirvi un briciolo di serenità, ma solamente l’aver immagazzinato dentro se stessi un nuovo piccolo dettaglio di esperienza umana; l’essere un altro, divenire un poco più preparati su qualcosa che prima non conoscevate affatto. Per quanto negative possano essere le esperienze a cui veniamo sottoposti o a cui scegliamo di appartenere, non c’è niente che la curiosità non possa tramutare in qualcosa di profondamente utile un giorno. Consapevoli di questo, e dotati di una dose massiccia di alcol in corpo, un giorno io e il mio compagno di battaglie Roberto Capitani decidemmo di lavorare ad una sorta di manuale del cliente, che un giorno potesse aprire gli occhi a chi da qualche parte l’avrebbe dovuto pur avere, un cuore, e impedirgli di compiere così scientemente del male. Per motivi ovviamente lavorativi questo libro non è stato portato a termine, ma il mio amico ̶ ora impegnato a Londra per destabilizzare quantomeno la nostra condizione professionale attraverso il viaggio  ̶  non si dorrà se utilizzo intanto un piccolo estratto di questo gioiellino, ripromettendomi di terminarlo senz’altro assieme a lui al suo ritorno (che non gli auguro.)

“Ecco, la porta si apre: un uomo dalle sembianze poco riconoscibili data la rapidità del suo ingresso, punta dritto a un tavolo, lo ha scelto, è il suo; niente e nessuno potrà privarlo di quel desco perfettamente apparecchiato, completo di bicchieri, posate, su cui spicca un cartello con scritto “riservato”  e impedirgli di prendere una sedia da quello accanto per poggiare qualunque cosa abbia con sé, una giacca, un cappello, un computer, un marsupio. Si siede, troneggiando nel suo tavolo da otto, nervosamente, guardandosi attorno, catturando il menu più vicino, sbuffando impaziente, terrorizzato, come se si trattasse degli ultimi cinque minuti della propria vita, affrontando un’attesa che gli pare non avere fine. In tutto questo, il cameriere è riuscito ad avanzare solo di un paio di metri; alla pari d’un centometrista, il cliente ha condensato un migliaio di azioni, di movimenti, di spostamenti, in qualche istante soltanto, dimenticando tuttavia l’atto basilare dovuto in qualsiasi ingresso, che si tratti di una casa, di una banca, di un bar, persino di una chiesa: il saluto.

Il cameriere, a questo punto, conoscendo bene la gatta da pelare, gli si avvicina con rassegnazione, e tenta, nonostante ciò, l’approccio civile di un buongiorno. Il soggetto tuttavia non recepisce, e chiede di ordinare. Il nostro disgraziato gli domanda innanzitutto se si tratta del signor Rossi che ha prenotato per otto persone; l’altro piccato, risponde che no, lui non è il signor Rossi, che non ha riservato, ma che non vede che problema ci sia visto che la sala è vuota. Abbiamo delle prenotazioni, signore, è ancora presto. Quasi gli avessero detto che è un povero cornuto, il cliente si posiziona allora mestamente ad un tavolo da tre, che proprio non riesce a contenere l’ego spropositato che si porta appresso, ed il suo marsupio.

Va bene, mi sposto, ma sono pronto per ordinare. Prego, risponde il cameriere. Che ci sta oggi? Quello che ha letto sul menu. Non ce l’ho io il menu. Credevo che fosse pronto per ordinare, gli verrebbe da rispondere. Ma resiste. Non lo fa. Rimane lì, eroicamente, e comincia a elencare i piatti. No, interrompe lui, queste sono cose troppo elaborate, ma non ce l’avete una lasagna alla bolognese, una frittatina? Due linguine allo scoglio, un sauté di cozze? Un petto di pollo ai ferri? Ma poi, quali ferri, gli vorrebbe domandare il cameriere, ma resiste ancora, ritratto dello stoicismo, col suo blocchetto in mano. No signore, abbiamo questi altri piatti, paste, carni, pesce, le lascio consultare il menu. No, risponde ancora il cliente, mi faccia una bella caprese con un “calice di prosecchino”. Arrivato a questo, il nostro eroe decide che non vale la pena di perseguire nella battaglia, in fondo si tratta solo di tagliare un paio di pomodori e innaffiarli di un poco d’olio a crudo, la mozzarella artigianale è arrivata stamattina, possiamo anche accontentarlo, con una fogliolina di basilico e perché no, anche con quel buon origano di Lipari che costa un occhio della testa. Certo, si tratta di un fuori menu, che crea quasi sempre un precedente: lo chiederanno tutti.

La comanda va in cucina, fra le bestemmie dello chef; viene servito il prosecco. Il tizio lo tracanna, con aria da intenditore. Qualcosa non va. Buono, ma è un po’ caldo. Il prosecco va servito ghiacciato. Il tapino acconsente: lo terrà qualche minuto in ghiaccio, costretto a rallentare così il servizio. Quando finalmente ha raggiunto la temperatura ottimale di due gradi, l’avventore si lascia andare ad un giudizio categorico: altro che quegli champagne francesi. Nulla da togliere al prosecco, ma cavolo, come direbbe Vincent Vega in Pulp Fiction, sono due diversi campi da gioco.

Al terzo cestino di pane, terminato il piatto, dopo aver richiesto più volte ogni possibile condimento e aver ideato l’originale ricetta della “caprese in guazzetto d’olio d’oliva, pane e sale”, arriva il momento del dessert. Il nostro cameriere, ormai convinto che l’unica soluzione possibile per  porre fine a quello strazio sia accontentarlo, inizia ad esporre la lista dei dolci. Interrotto prontamente, gli viene richiesta “una bella tagliata di frutta, un po’ della vostra ananas, una fetta di cocomero”. Già, perché è meravigliosa l’ananas di gennaio, il cocomero invernale, la tagliata di frutta appena scottata sulla piastra; i frutti di bosco con un poco di limone, le fragole raccolte nella terra imbiancata. Non essendovi frutta, il cliente ha oramai una sola via di fuga: un gelato, o, ancora meglio, un bel sorbetto al limone. Magari proprio col limone intorno, bello ghiacciato, di quelli che bisogna aspettare un’ora per scavarli. Non avendo neppure quello, egli prenderà un caffè, anzi un orzo, macchiato freddo in tazza grande, o un ginseng. Solo espresso, gli viene risposto. Va bene, acconsente avvilito, ma decaffeinato, macchiato caldo, però. E il conto. Mi faccia risultare un pasto unico, con fattura. Li prendete i buoni? Sa, devo scaricare. Il cameriere si domanda se stia parlando di espletare le proprie funzioni corporee, ma non è così. Il conto, diamine, è troppo salato!

Per una caprese e un calice di prosecco, e la porzione era pure piccola, per giunta! Uno sconticino non lo facciamo? Io sono cliente da tanti anni (e nessuno lo ha mai visto). Un amaro della casa? No guardi, le erbe alpine quest’anno a Roma non sono state di qualità eccellente, abbiamo deciso di non produrre il nostro amaro. Sa, questo maltempo ha danneggiato tutti, i fusti sono marci, c’è un sacco di umidità in giro. Le possiamo offrire, se vuole, una grappa di ginepro. C’è il contadino che ci porta ogni mattina un cesto pieno dalla campagna inglese; lo distilliamo personalmente, noi camerieri con i proprietari, ed è il lato più esaltante del nostro lavoro. Ricorda un po’ quando eravamo bambini, e nostro nonno distillava le vinacce.

Estasiato, il cliente accetta di buon grado un sorso di quell’elisir proustiano, e lo scola prima di accorgersi, esterrefatto, che è in ritardo per andare a lavoro, e a quel punto si fa chiamare un taxi. Ovviamente, non lascia mancia, e si fa restituire i quattro centesimi restanti dai suoi buoni pasto.”

Bene, questo è solo un piccolo esempio di ciò di cui parlavo. Chi ha fatto almeno per qualche settimana questo mestiere sa benissimo di cosa sto scrivendo in questo strano articolo. E pensare che tutto era cominciato da Orwell, e dall’ossessivo pensiero di ritrovare una copia di quel Senza un soldo a Parigi e Londra che ho perso chissà dove chissà quanti anni fa. Probabilmente per dare un senso a tutta l’energia che vedo mano a mano allontanarsi da me. Per potermi rinvigorire, per concedermi ancora un distillato di forza, fino al momento in cui le cose cambieranno. Per provare affetto e un poco di orgoglio magari, poiché appartengo ad un esercito silenzioso e paziente, nascosto ai bordi delle tane, consapevole di quanto alle volte l’odore di un soffritto possa essere salvifico e quasi trascendentale. Di come sia possibile mantenere un sorriso condiscendente sulla faccia quando di fronte vi trovate qualcuno che mandereste personalmente sulla forca, prima ancora che affanculo. Di come le persone perlopiu straniere che ronfano sugli autobus notturni non siano degli ubriaconi stravolti dai bagordi, disoccupati e parassiti, ma semplicemente gente che ha fatto con dignità e coraggio il proprio lavoro fino a non reggersi più in piedi, per una miseria, con proprietari che li trattano come cani e le famiglie lontane chissà quanto. Gente che non può ammalarsi, che non vede quasi mai la luce del sole, che si abbronza col neon, che passa la maggior parte del tempo libero a lamentarsi e ad inveire contro nemici invisibili ai più. Camerieri con i piedi sformati e che invecchiano, che somigliano a vecchi clown deprimenti, con tutta quella fatica accumulata sul volto, lungo le spalle e la schiena, dentro alle loro scomode camicie e soffocati dalle orride scarpe che sembrano essere state inventate solamente per loro. Stoici eroi mastica spazzatura umana, presi a calci quando non reggono più, vessati, insultati, sempre i primi e gli unici a metterci la faccia, mandati a morire fra le fauci dei clienti! Ne La dolce vita, così come quasi in tutti i film di Fellini, i camerieri fanno da sfondo allo scintillio di quella vita incessante e rumorosa, seppelliscono l’effimero con una battuta, essi sono il coro della tragedia, gli illuminati, la batteria pulsante di John Bonham in un mondo arreso alla fiacchezza di un ufficio o al divertimento dovuto di chi non sa divertirsi. Come le prostitute e i preti, conoscono ogni meschinità, ogni segreto, sono abituati a non stupirsi più di niente ed il loro cinismo è granitico come la tenacia che li conserva. Per appartenere a questa parte della vita, si deve esistere per assoluti; se non ce la fai, sei fuori. Se non sei disposto a sacrificare ogni fine settimana, ogni festa, ogni ora di sole semplicemente per ritagliarti il tuo piccolo spazio nel mondo, non sei tagliato. Se non hai il fegato di andare da solo a un tavolo di fronte a perfetti sconosciuti e gestire la situazione più complicata senza far trasparire il benché minimo cenno di ansietà all’angolo della tua bocca, sei fuori. Se non riesci a capire cosa significhi realmente un lavoro ed attendere una busta paga perchè non esiste altra scelta e allora è lì che hai da giocare, dovrai imparare in fretta. Agli altri, a chi ci riesce, alla buona vecchia manovalanza di sala e cucina, dedico questo mio spiraglio di energia steso in carta.

Fabrizio Sabatini