Caro Hank. L'esattezza di Charles Bukowski

Caro Hank. L’esattezza di Charles Bukowski

La battona probabilmente sorride, nel solco fumante di quella che un tempo era una bocca. Labbra che si sono posate su uomini qualunque, mariti presunti, figli persi chissà dove. Strano che debba essere lei, la ricompensa. Strano che debba essere questo bar sul Sunset Boulevard l’unica terra possibile. Ha gli occhi gonfi d’un fatalismo bovino, e a stento capisce che qualcosa, un giorno, in un qualche momento, deve essere andato storto. Pochi di questi disgraziati se ne rende conto: alcolizzati, maniaci sessuali, scommettitori, travestiti, poliziotti, operai in esilio volontario – per qualche ora almeno – dalle famiglie, dai debiti, dal sogno di una vita migliore andato a farsi benedire. Non c’è romanticismo in un bar come questo, non più almeno di quanto ce ne possa essere in un mare in tempesta saccheggiato dal liquame e dagli spurghi delle fabbriche. Non più di quanto ce ne sia nella mobilità estranea di un veggente; la consapevolezza è una forma di codardia piuttosto elegante, e chi non ha fegato non fa altro che ingrossarselo. Eppure! dovrà esserci un altro finale che non sia quello di una squallida stanza, di un letto sudicio, di due pezzi di carne marcia che si sbattono, malamente, aspettando la morte. Hank, vecchio fuoriclasse, questo tu lo sapevi. Mantenere la schiena diritta, pelare pomodori di fronte al plotone d’esecuzione; coltivare la propria paura come il tratto distintivo di una dinastia di imperatori trionfanti sull’accolita ronfante dei pascoli placidi, planare sul buonsenso con la grazia d’uno stormo di cigni partoriti dalla luce più grande di un tramonto immaginifico.

Henry Charles Bukowski è stato con tutta probabilità l’unico scrittore a venire danneggiato dalla schiera dei propri adoranti seguaci. I suoi libri sono stati letti dappertutto, in qualsiasi lingua, la sua storia è conosciuta a memoria, la storia di un figlio della grande depressione, reietto, bastardo senzadio, ubriacone infaticabile, puttaniere, scandaloso fracassone, schiavo dei lavori più umili, costantemente ai margini della società, della vita, altra faccia petomane e rissosa del sogno americano. Pochi scrittori hanno saputo legare la propria immagine pubblica a quella di una rockstar, trasformando quelle che un tempo erano noiose letture accademiche in qualcosa di simile ad un concerto punk. Solo Hemingway si può dire che abbia incarnato se stesso nell’immaginario collettivo con la stessa prepotente vitalità, con i suoi drammi, l’eroismo e la tenacia, i picchi fastosi dell’uomo di successo e la miseria dell’alcolista e, infine, del suicida. Si tratta di due uomini estremamente differenti, eppure legati dalla medesima aurea soprannaturale dell’artista capace di incanalare le storie, i volti e i sentimenti di milioni di persone attraverso il frutto di un lavoro disciplinato ed attento su quella maledetta pagina bianca metafora di morte, della fine di ogni cosa per cui valga la pena insistere affinché essa, tramutato in inchiostro l’oro, diventi indispensabile.

In Bukowski, purtroppo, questo aspetto è passato in secondo piano, il suo essere autentico autore, profondamente americano, creatore di dialoghi straordinari, serrati, implacabili, reali – massacratore di ciascuna base della società, di ogni futile credo, dissipatore del bagaglio morale, sociale, virile e borghese lasciatoci dai padri perché ciascuno di noi adempia al compito di morire prima del tempo.

Egli non rifiuta il lavoro come un bohémien qualsiasi, ma vi si getta a capofitto, consapevole di come non si possa vivere senza una paga che consenta di comprarsi un briciolo di libertà e di isolamento, che si tratti di quattro mura in cui dormire, o di uno stupefacente qualsiasi per liberarsi del disgusto generato dall’infernale grettezza degli umani, dal loro dolore. Bukowski rifiuta piuttosto ciò per cui viene comunemente accettato il lavoro: la costruzione di un futuro, di una vita normale, di una pensione, di una casa, di un’automobile e di una famiglia. Concedendo all’impiego la sola capacità di salvare dalla strada, egli lo destituisce di ogni forza coercitiva, di ogni dittatura, lo abbatte luddisticamente con la risata fragorosa della sua bocca scimmiesca. Quello che passa comunemente per uno scrittore depravato, comico cantastorie di accoppiamenti squallidi, sbronze colossali e cazzotti da un quintale – tratti inequivocabili, e che perlopiù costituiscono la sua fama, da cui certo non si è sottratto – è soprattutto un sensibile studioso della prosa, inarrivabile nel descrivere la solitudine che ci separa l’uno dall’altro, in città mostruose, in matrimoni agghiaccianti, in posti di lavoro senza via di uscita, unico nel cogliere l’insensata crudeltà con cui nutriamo le nostre reciproche esistenze. Lettore chirurgico, erge a maestri tre scrittori controversi e poderosi come Céline, John Fante e Knut Hamsun, prendendo del primo l’ironia rabbiosa, la maschera grondante risate e sangue, del secondo la semplicità miracolosa e la gioia, nonostante tutto, di abbracciare la vita, del terzo il senso del ridicolo e la velocità d’una macchina da scrivere fumante motti antichi di città e foreste.

Appena ventenne, Bukowski si mise in viaggio lungo l’America, con un bagaglio di narrazione epica ed una curiosità più vicina a quella animalesca di London e Twain che alla noia borghese e pasciuta dei beatnik. L’aver accettato per sopravvivere ogni tipo di lavoro, ogni sistemazione occasionale, ciascuna prepotenza inflittagli dai padroni, dalle puttane, dai piccoli spacconi muscolosi accecati dalla bandiera, forte della tigna clamorosa di una scrittura necessaria, lo ha sempre tenuto distante da ogni corrente, da ogni accademia, facendolo sentire a proprio agio – per quanto potesse risultargli possibile – più fra quella stessa umanità sconfitta che sarà la trama muscolare di ogni sua opera, che nella cerchia di  intellettuali alla quale avrebbe potuto a pieno diritto appartenere. Dotato di un senso dell’estetica fortissimo e in qualche maniera rovesciato, più vicino a Bruegel che a Baudelaire (seppur ne condivida gli amori vampireschi), attratto da qualsiasi fuoco, anche dalla più infinitesimale scintilla, disgustato clinicamente dal grigiore, dall’impotenza, dall’impossibilita di ridere, egli fu capace di non invecchiare mai, di non sedersi, di procedere chiassosamente, e con inappuntabile coerenza, persino steso sul lettino della piscina della mastodontica villa a San Pedro, accompagnandoci attraverso ogni evoluzione, senza tralasciare nulla, inventando talvolta, ma solamente per sorreggere al meglio la narrazione della piccola commedia umana a cui si era votato: la propria, e quella di tutti coloro di cui fino a quel momento non si era parlato, di tutto ciò che era stato sempre doveroso tener fuori da un’opera letteraria. Naturalmente non si è dovuto attendere Bukowski per parlare di reietti: fra i più noti, basti citare Zola, Dickens, Dostoevskij (altro maestro riconosciuto e venerato, colui dal quale iniziò tutto, quando da bambino, costretto a leggere di nascosto dal padre, egli si imbatté sotto alle coperte, come in una madre, nelle Memorie dal sottosuolo). Eppure quello stretto senso di appartenenza riscontrabile fra le pagine di romanzi come Post Office, Factotum, Donne, o di raccolte di poesie quali L’amore è un cane che viene dall’inferno, Quando eravamo giovani – solo per citarne un paio – è quello di un uomo che, pur consapevole della propria aura decaduta, della propria differente sensibilità, parla di ubriachi avendo bevuto ad ettolitri, di puttane avendole amate, di lavoratori avendo effettivamente lavorato, di scommettitori avendone fatto parte (come per l’appunto Dostoevskij). Bukowski non ha mai sentito la necessità di parlare di altro se non di ciò che effettivamente conosceva e contro cui era andato a sbattere voracemente ogni giorno della sua vita. Non ha voluto creare oasi immaginarie in cui riscoprirsi incontaminato, se non le sinfonie di Brahms, di Mahler o Beethoven che accompagnano così bene, inaspettatamente, il chiasso delle notti nei bar, la monotonia degli uffici e il buio delle stanze in affitto.

Essere poeta è un discorso complesso, e il tentativo di trovarvi una definizione, un contorno, può risultare spesso insoddisfacente e retorico. Lasciamoci con la convinzione che sia altrettanto difficile spiegare di cosa si tratti quando ci si riferisce allo stile, alla grazia di un felino o di un uccello in volo. Di un bosco inondato dalla pioggia e di un tuono che squarcia l’oscurità laggiù, fra le colline. Nel frattempo, mentre noialtri ci pilucchiamo il sentimento alla ricerca di una parola che valga la pena incidere nei solchi ruvidi della memoria, quella battona si è alzata dalla sgabello, dopo aver tracannato un Gin da due soldi. La strada è di là, oltre quella fitta parete di fumo, oltre la musica dozzinale del juke box. Lei ha le calze rotte e le vene tagliate. Le cicatrici le risalgono lungo le braccia come grattini. Oltre le spalle bianche e puntigliate di vecchi nei, ci sono altre donne, altri amori. Ci sono capelli di seta da accarezzare, e giovani amori a rinverdire le macerie. Ma fa un cenno col capo, scricchiola le ossa sui tacchi – la classe non è granché, ma ha già stabilito il prezzo. Quant’è? Quello che vuoi bambino, purché usciamo di qua…

Fabrizio Sabatini

Le ragazze che un tempo seguivamo
fino a casa adesso fanno le barbone,
o una di loro è quella megera
con i capelli bianchi che
ti ha picchiato con il
bastone da passeggio.
Quelle ragazze che seguivamo
si accomodano sulla padella nelle case
di riposo,
giocano alle piastrelle nel parco
pubblico.
Non si tuffano più nelle onde
bordate di schiuma,
quelle ragazze che seguivamo,
non si ungono più il corpo d’olio
sotto il sole,
non si agghindano più davanti al
bello specchio,
quelle ragazze che seguivamo,
quelle ragazze che seguivamo
sono andate per qualche chissadove
in un qualche persempre,
e noi, quelli che le seguivamo?
Morti in guerra, morti
d’infarto,
morti di desiderio,
passo impastato e lenti di
parola,
i nostri sogni sono sogni tv,
e alcuni di noi,
ma pochi, pochi di noi ricordano
le ragazze che seguivamo fino a casa.
Quando il sole sembrava brillare
sempre.
Quando la vita si muoveva nuova e
così strana e meravigliosa
in
vestiti colorati.

Io mi ricordo.

[C. Bukowski]