Caro Nanni, io e te dobbiamo parlare

Caro Nanni, io e te dobbiamo parlare

Caro Nanni,

i tuoi film mi hanno insegnato che la retorica delle parole va sempre individuata e rifiutata. La retorica delle parole sta nell’utilizzare frasi fatte, stereotipate che si presentano con un significato apparente ma che sono in realtà prive di senso. È la retorica dei giornalisti, dei politici, dei preti, ma anche delle persone comuni. Spesso il nostro parlare è un parlare costruito con frasi e parole il cui senso diamo per scontato e che invece andrebbe indagato. “Ma come parla?! Le parole sono importanti. Chi parla male pensa male” dicevi in Palombella rossa ed è questo il pensiero che attraversa tutta la tua cinematografia. In Mia madre dici che le frasi retoriche non sono vere e non servono a nessuno. Il “morettismo” altro non è che la reazione sprezzante ed ironica a chi si esprime in termini retorici. Il morettismo è presente in tutti i tuoi film anche negli ultimi in cui lo hai veicolato attraverso una forma cinematografica tradizionale, anche più convenzionale. Più tradizionale ma non più narrativa perché i soggetti dei tuoi ultimi film presentano una trama esigua esattamente come nella prima parte della tua produzione che potremmo far finire con Aprile, film di svolta in cui il morettismo s’incrocia in modo diretto con la tua vita privata. Anzi oserei dire che c’è più trama in un film come Bianca che non in quest’ultimi perché ad essere cambiata è l’architettura delle trame, non l’esiguità delle stesse. E poi hai dovuto dare una nuova forma ai tuoi film perché in Aprile eri diventato troppo autoreferenziale e autocelebrativo soprattutto alla luce del fatto che quel film parlava proprio di te, della tua vita.

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In tutti i tuoi film ti sei sempre chiesto: che cosa opponiamo alla retorica? Individuata, derisa e rifiutata la retorica, che cosa opponiamo ad un parlare e quindi ad un pensare retorico? In Ecce bombo oltre la retorica sembra non esserci nulla, oltre la retorica ci fai vedere una realtà di finzione e alienante che produce solo solitudine. In Bianca provi ad opporre alla retorica una visione chiara, razionale, matematica delle cose che però si sgretola, è una visione impossibile, folle. Poi hai provato ad indossare (a rovescio) i panni di un prete, di un politico, fino ad arrivare a quelli di Nanni Moretti in persona in Caro diario in cui alla retorica opponi l’idea che anche in un mondo migliore di questo ti ritroveresti sempre con una minoranza. È una frase ad effetto ma che pone alcuni interrogativi. Il primo e più urgente è questo: cosa ce ne facciamo di un’idea del genere? Cosa ce ne facciamo dell’idea che la maggioranza produce sempre retorica e che noi ricercatori dell’anti-retorica ci ritroveremmo sempre ad essere con una minoranza?

È evidente che da Aprile in poi cerchi risposte alla retorica attraverso la tua vita privata. La nascita di tuo figlio, la morte di tua madre, ti appaiono come quelle verità che si oppongono in tutta la loro forza alla retorica, e da questi fatti veri ne crei altri di finzione come la scomparsa prematura di un figlio che produce un dolore vero che non può avere a che fare con la retorica. Anche quando il protagonista del tuo film è un papa, di lui ci mostri la sua sfera privata, intima, i suoi dubbi, che sono veri rispetto a quella che è anche la retorica dei discorsi religiosi. Questa contrapposizione tra retorica pubblica (che, come dicevo, non è solo retorica in pubblico ma è anche spesso la retorica nel privato di quando gli individui interagiscono con l’esterno), dicevo, questa contrapposizione tra retorica pubblica e verità del privato mi appare come il filo conduttore che muove i tuoi ultimi film. Però mi e ti chiedo: cosa diciamo e cosa pensiamo della realtà al di fuori della nostra sfera privata? Nel Caimano l’orrore per l’Italia berlusconiana ti ha portato a dire la tua sulla realtà politica e sociale italiana, ma è stata una parentesi. Oggi con Mia madre ci stai dicendo che anche l’impegno sociale è spesso pervaso di retorica. L’hai detto esplicitamente parlando delle frasi di protesta su quel lenzuolo appeso in ospedale. Ma l’hai detto in modo ancor più forte facendo dire a Barry che quel film che sta facendo Margherita è fatto di dialoghi di merda e che è tutto una merda. Un film che è pieno di retorica alla quale Margherita stessa cerca di opporsi. Margherita cerca continuamente e forse, sembri dirci, vanamente la verità in quella finzione. Nanni tu quel film non lo faresti mai, tu non sei l’alter-ego di Margherita, ti ci sei nascosto dietro quel personaggio. Hai provato a mettere in quel personaggio te stesso, le tue nevrosi,i tuoi tic, il fatto che non hai risposte da dare, il fatto che senti l’esigenza di uscire da schemi, ma il personaggio in cui io credo tu ti sia maggiormente rispecchiato e smarrito è quello di Barry. È Barry la versione scanzonata del Papa di Habemus Papam, un attore che approda su un set che non gli è congeniale proprio come non lo sarebbe a te Nanni. È un personaggio che non trova punti di riferimento e vive di improvvisazioni: ci prova senza discorsi preliminari con una donna, fa un po’ il divo, sente l’esigenza improvvisa di cantare “Bevete più latte”, sclera di fronte ad un film che ritiene pieno di retorica e davanti alla torta del suo compleanno balla come ballerebbe Michele Apicella o Don Giulio o come faresti tu Nanni. Durante uno sfogo dice che vuole tornare nella vita reale, cioè quella vera, non retorica. Quello di Barry mi sembra il personaggio più vero, è anche quello meglio costruito. Il personaggio di Margherita lo trovo più intellettuale, rimane un po’ sulla carta. Dopo cinque minuti, non conosciamo in pratica ancora nulla di lei, ma già ci viene detto che deve uscire dagli schemi. La si accusa di essere una persona che non vede gli altri, che ad esempio non è interessata al fatto che la figlia sia stata male ma solo al fatto che lei non se ne sia accorta. Ma da dove deriviamo dal film questa caratteristica psicologica del personaggio? Nella pellicola vediamo solo Margherita agitarsi e litigare perché il film non viene come vuole e perché è addolorata per la condizione di salute di sua madre, quindi da cosa deriviamo il suo essere disattenta, orgogliosa e concentrata solo su se stessa? Il personaggio della figura materna invece non è mai costruito, e non ce n’era bisogno perché non è di lei che si parla nel ma dei due fratelli, ed infatti ho trovato stonato e patetico che nel finale si è provato a delinearlo attraverso le parole dei suoi studenti. Ma mi fermo qui, non ti scrivo per esprimere giudizi sul tuo ultimo film, non è nelle mie intenzioni.

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Stanley Kubrick, più volte citato in Mia madre, ci ha lasciato con un messaggio glaciale che ha molto a che fare con la poetica dei tuoi ultimi lavori. Dopo averci dolorosamente mostrato anche in Eyes Wide Shut che nella nostra società, apparentemente evoluta, dominano i rapporti di potere in tutti gli aspetti della vita sociale, indica la vita privata, il legame tra gli individui, come una sorta di rifugio, di trincea dalla quale difendersi nei confronti di un mondo violento e spietato e nella quale, almeno in quella, essere sinceri e veri. È un messaggio di sconfitta che Kubrick però ci dà dopo averci fatto vedere la realtà in cui si muovono Bill e Alice. E allora caro Nanni, vorrei tornare su quella domanda che mi assilla: visto che ci stai dicendo che anche l’impegno sociale diviene spesso retorica, allora ti chiedo, non ci è data nessuna possibilità di provare a cambiare la realtà? Di interagire con essa? Di dire “qualcosa di sinistra, anche non di sinistra, di civiltà” sulla realtà al di fuori delle verità delle nostre vite private, quella realtà che in qualche modo modella, fa da cornice, anzi struttura il contesto in cui agiscono le nostre vite private?

Cordialmente, un tuo spettatore confuso.

Rocco Silano