Casual Bystanders, i passanti occasionali- Intervista a Salvo Lombardo

Casual Bystanders, i passanti occasionali- Intervista a Salvo Lombardo

Casual Bystanders è un ciclo di azioni performative ambientate in spazi pubblici, urbani e non, come piazze, strade, biblioteche, musei, stazioni ferroviarie e metropolitane. L’obbiettivo di questo ampio progetto – vincitore del bando promosso da Anghiari Dance Hub Centro di Promozione per la Danza, nato nel Gennaio del 2015 – è documentare i gesti dei passanti occasionali, trascrivendoli poi su taccuini cartacei numerati progressivamente. Ho scambiato due chiacchiere con Salvo Lombardo, regista e interprete di questo lavoro. Le trovate qui sotto.

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“Empirìa n.1″, ph. Angelika Leik_Verdecoprente 2015

[ Marta Teodolfi ] Salvo, sei un giovane coreografo, regista e performer siciliano. Quanto Sud Italia c’è nella tua pratica artistica?

[Salvo Lombardo] Sì, sono nato a Catania e sono cresciuto a Villarosa, un piccolo paese in provincia di Enna, nel centro spaccato della Sicilia; in entrambe le due città hanno preso corpo le mie prime esperienze nell’ambito del teatro e della danza, sia formative che lavorative. Ho vissuto in Sicilia fino all’età di 21 anni prima di sconfinare in quella che definirei una “perpetua migrazione”, non solo geografica ma soprattutto artistica, che mi ha permesso di vivere, fino ad ora, orientando il mio lavoro da una città all’altra, da un contesto ad un altro e di muovermi contemporaneamente e liberamente anche in più formati linguistici e in più ambiti di espressione; sarà per questo che non sono interessato ad essere immortalato in un’unica definizione e di conseguenza non sono in grado di dirti quanto Sud Italia ci sia nel mio lavoro; anzi mi verrebbe da risponderti: poco o niente; in primo luogo perché se ne facessimo una questione di appartenenza meramente geografica preferisco pensarmi, soprattutto in questo frangente storico, come cittadino nel mondo (nonostante Roma sia da anni la mia città di riferimento); se invece dovessi risponderti in termini di identità preferisco non essere incasellato e ordinato in una categoria univoca (questo non solo per il mio lavoro ma per tutte le pieghe della mia persona). Penso che sia arrivato il momento di non pensare più il “Sud” come un luogo astratto senza tener conto delle sue stratificazioni, delle differenze e delle specificità culturali. Ho sempre trovato sciatta, superficiale e a tratti razzista la tendenza di chi ha ritratto un generico Sud Italia ancora come un luogo ameno, nel migliore dei casi, oppure, dall’altra parte, come il luogo delle sole contraddizioni e dei sentimenti ancestrali, arcaici; ho sempre trovato politicamente inaccettabile la proposizione di immaginari esotizzanti dove quello che ne deriva è una visione di arretratezza, di enfatica mitizzazione e di violento sessismo che lascio volentieri ai pizzi, alle calze a rete e alle donne velate di Dolce&Gabbana, per citare la punta commerciale di un iceberg che in realtà ha le sue vette anche nel lavoro di svariati intellettuali e artisti, principalmente del “Sud”. Ecco, di questo Sud, in me e nei miei lavori, nemmeno l’ombra.

Casual Bystanders è un ciclo di azioni performative pensate per lo spazio pubblico. Lo scopo è indagare la relazione che si instaura tra movimento e spazio, urbano e non. Ci racconti questo titolo?

Il titolo si riferisce proprio ai “passanti occasionali” in spazi pubblici. In particolare all’universo di posture, gesti, frammenti cinetici, porzioni di discorsi e suoni che ho potuto percepire e dedurre nell’ attraversamento di luoghi diversi, sia occasionalmente che sistematicamente; la mia indagine è relativa proprio al movimento dei passanti e a come questo si riflette sul luogo che l’ha generato, al di là delle cause individuali da cui scaturisce. Quel luogo semplicemente in quanto praticato ha la capacità di lasciarsi abitare per assimilazioni, di farsi deposito casuale di fugaci e istantanee memorie rubate alla morte del tempo, di diventare semplicemente “spazio” (parafrasando Michel De Certau); da questo tipo di attraversamenti è emersa, direi per accumuli, una costellazione di micro “storie” del corpo che si iscrivono in una storia più ampia, il cui sviluppo mi piace immaginare come una espansione di cerchi concentrici che allargandosi possano, volendo, riflettere e ridefinire il concetto stesso di “Historia”.

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“Casual Archive”, frame video Isabella Gaffè 2015

Che cosa ha ispirato questo tipo di lavoro?

La prima parte importante del progetto nasce nell’estate del 2014 in occasione del Festival Attraversamenti Multipli a Roma, si trattava di una azione urbana intitolata Empirìa n.1 che vedeva solo me come soggetto agente e che partiva da alcuni interessi specifici: prima di tutto quello di porre me stesso in un tempo e in uno spazio principalmente di raccolta e di studio prima che di elaborazione ed esposizione di un pensiero; questo spazio volevo che in quel momento non fosse uno spazio di creazione individuale, in vacuo, nell’isolamento di una sala ma volevo che mi aiutasse a posizionare tutte le fasi del mio lavoro in un orizzonte immediatamente pubblico; da qui è nata di conseguenza l’esigenza di non considerare lo spazio pubblico come cornice di un evento, piuttosto come dimensione fortemente correlata all’azione, come evento in sé; dunque  non come pretesto ma come scorrere di un testo, o meglio di un tessuto, che spesso è stato urbano, con la caratteristica, però, che esso non si prestava semplicemente all’essere de-scritto. Tra le maglie di questo tessuto ho riflettuto su quale fosse la relazione tra la scrittura, il corpo e il movimento; cosa si potesse trascrivere di quegli universi e cosa invece andava lasciato libero di escriversi nella sua non intenzionalità. Infine un’altra delle spinte maggiori ad intraprendere questa strada è nata dalla necessità di rendere prioritario, in quel momento, il processo di raccolta, la documentazione e la creazione di un vero e proprio archivio del movimento e di favorire le condizioni per cui la “performatività” della mia azione passasse in secondo piano, costituendo un secondo livello dell’esperienza stessa, eventuale, non prioritario; ovviamente oggi, a distanza di quasi due anni la semplice catalogazione si è indirizzata anche verso una ricomposizione, verso la  produzione di opera, alternando momenti di lavoro pubblici a momenti più “en solitaire”.

"Casual Bystanders", ph. Carolina Farina_Fabbrica Europa 2016

“Casual Bystanders”, ph. Carolina Farina_Fabbrica Europa 2016

Come selezioni i luoghi in cui ti esibirai? Devono avere caratteristiche particolari?

Ho sempre scelto luoghi che avessero prima di tutto una certa densità di attraversamenti e che si differenziassero fortemente l’uno dall’altro sia per caratteristiche esplicite sia per come io sarei stato in grado di percepirli.  I contesti in cui si sono susseguite le azioni di raccolta sono stati i più disparati: piazze, strade, esercizi commerciali, biblioteche, musei, spazi espositivi, stadio, cortei, stazioni ferroviarie e metropolitane e parallelamente si sono alternati sia contesti più ufficiali in cui portare avanti questa ricerca, come festival, mostre collettive, residenze (ad esempio nell’ambito di Verdecoprente in Umbria ho avuto la possibilità di seguire molti dei mercati all’aperto del territorio umbro-amerino) sia contesti in cui ho deciso di operare spontaneamente senza una cornice creata appositamente e senza mediazioni (e così è stato nella maggioranza dei casi).

Registri i gesti, le posture, i movimenti dei passanti attraverso il tuo corpo e, successivamente, li fissi in forma scritta sulle pagine di un taccuino. In questo modo, hai creato un archivio duraturo e materiale di cose effimere, che passano. Dove saranno queste parole scritte tra dieci anni, secondo te?

Chi può sapere dove si saranno posate fra dieci anni? Credo che non sia importante prevederlo. Seppure queste trascrizioni partano da uno scavo tra le rovine del movimento e sebbene, come ho detto prima, mi interessi molto il processo di documentazione, questo non ha nessuna ambizione alla conservazione o alla museificazione dell’esperienza; anzi oggi posso affermare che questo lavoro parla proprio dell’impossibilità di codificare ciò che per sua natura non può diventare  fino in fondo codice: l’esperienza sensibile. Inoltre il progetto nel tempo ha assunto molteplici configurazioni, differenziandosi in azioni urbane, e in momenti di condivisione di questa pratica, (anche attraverso dei workshop in diverse città italiane) e in varie forme di documentazione, oltre ai miei taccuini, che hanno assunto la forma sia video, che sonora. Attualmente ne sono scaturiti infatti due differenti lavori: B-Side, un trittico che comprende una performance video ideata con Isabella Gaffè e che documenta alcune delle azioni urbane, una installazione sonora e un atlante di diverse decine di QR code, che permettono allo spettatore di accedere direttamente ai contenuti dell’archivio e alle didascalie di movimento, senza la mediazione di un mio gesto ulteriore. E infine la performance che prende il titolo dell’intero progetto, Casual Bystanders appunto, che è un tentativo di riconfigurazione scenica e coreografica di questo materiale e che per alcuni aspetti è stata la parte più complessa del progetto, poiché ho chiesto ad altre due performer (Lucia Cammalleri e Daria Greco) che non avevano partecipato al lavoro di creazione dell’archivio di elaborare assieme a me una modalità di trasmissione di quei dati a partire dagli enunciati che avevo trascritto nei miei taccuini; dunque ho chiesto loro di riferirsi a un “testo” fisico che era nato proprio dalla necessità di essere “fuori testo”; di considerarlo non personalistico seppure imbevuto di esperienza vissuta e dunque di incorporare, tradurre e riaprire attraverso la loro morfologia, la loro cultura e i loro corpi un sistema compiuto, di impossessarsi delle sue memorie residuali e di riscriverle insieme a me per la scena, ognuno da un proprio punto di vista (lo stesso è avvenuto con Fabrizio Alviti che ha creato il disegno del suono della performance e con Luca Brinchi e Maria Elena Fusacchia che hanno creato un ambiente video\luci)

"Casual Bystanders", ph. Laura Cionci_DiD Studio Milano

“Casual Bystanders”, ph. Laura Cionci_DiD Studio Milano

E tu, invece, dove sarai?

Purtroppo anche questo non mi è dato saperlo. Perciò posso puntare a vivere i prossimi dieci anni con la stessa passione e l’impegno degli ultimi dieci e con il desiderio e lo slancio a far sì che la mia condizione futura non sarà stata il frutto delle scelte altrui bensì il risultato di un percorso di vita consapevole a di autodeterminazione (non mi riferisco solo al mio lavoro) in un quadro sociale e politico sempre meno desolante, incerto e ambiguo; fra dieci anni mi piacerebbe poter dire di avere contribuito al mio futuro più come cittadino che come artista.

intervista a cura di Marta Tedolfi