C’era una volta il South Bronx...  Ghemon e la sua America

C’era una volta il South Bronx… Ghemon e la sua America

Premessa

La black music è quanto di più lontano ci sia dai gargarismi letterari di uno scrittore o un presunto tale. Il mondo è saturo di persone che scimmiottano cascate di subordinate per descrivere l’ultima uscita black sul mercato e quei pochi che ne hanno capito il senso nascondono le loro reazioni in una triste risata.
Dunque, è impossibile scrivere di black music? Se vogliamo parlare di assoli, di accordature di rullanti, di ‘slap’ o di cromatismi in un certo senso sì. Perchè la black music è per definizione anima, è la resilienza di un popolo sparagliato dalla povertà e dal colonialismo nel mondo e che ha provato nella disperazione a ricercare la propria identità nelle note, come un richiamo animale profondo. Ed è per questo che nella rubrica “Black vibrations” ci saranno racconti più che recensioni, pelle e lacrime più che inutili ‘tricks’ estetici, perché in fondo chi ama questo genere lo sa: l’unico modo per allineare il battito cardiaco a quello dei bassi è alzare la musica e lasciarsi andare.

 C’era una volta il South Bronx…
Ghemon e la sua America – L’intervista di Artnoise

Ghemon (Bianca Tabaton)

Lui non lo sa, o meglio, a lui non l’ho detto, ma in realtà quella mano che ci siamo stretti virtualmente nella nostra chiacchierata telefonica gliel’avevo già stretta realmente dopo il suo concerto al “Nuvole…Chitarre e Note” di Carovilli. Ho incontrato Gianluca (nome d’arte Ghemon) in una stanza spoglia dal mobilio un pò retrò. La febbre gli aveva candeggiato il viso e la dose era rincarata da due concerti in due giorni e un pesante jet lag, ma nonostante ciò l’impressione è stata che desiderasse incontrarci più lui che noi, con quel sorriso e quel “Grazie ragazzi, grazie davvero” che ci hanno lasciato un pò di stucco. E così quella stanza è diventata la scenografia perfetta per un personaggio di un’umiltà smisurata come lui, e d’improvviso il nostro paese è sembrato un paese più giusto, un paese in cui con umiltà e traspirante sincerità si può conquistare un pubblico trasversale a tutti i generi musicali e prendersi i meriti che spettano. Di meriti, di viaggi e di speranze abbiamo parlato al telefono, e come le parole di un amico le sue hanno il potere di mandarti a letto con qualche riflessione in più nella testa, e ti danno le armi per affrontare quella vita che ti ridà le certezze dopo che te le ha tolte, costingendoti a stare insonne per una notte.

La prima volta che ti ho sentito è stata nella trasmissione “Vibe” di Massimo Oldani, uno dei portabandiera della black music in Italia. Cos’è per te la black music e a che punto pensi sia la sua diffusione e comprensione in Italia?
La black music per me rappresenta tutto perché è la base di tutto ciò che ho fatto nella vita. Se io non fossi entrato nella porta dell’hip hop da giovane e non avessi, tramite l’hip hop, conosciuto tutto il resto, non avrei scoperto di essere una persona curiosa e non avrei scoperto tutto ciò che ha avuto un forte impatto culturale su di me. Essendo curioso infatti questo mi ha portato a visitare tanto l’America a cercare di capirne la cultura a confrontarmi con persone nuove e quindi di conseguenza a scoprire delle cose di me alle quali non avrei avuto accesso e a imparare a tirare fuori dalla musica non solo la rabbia ma anche la parte più divertente, la parte più sporca del funk, la parte più profonda del soul e quella più sofisticata del jazz.
Fino ad adesso le possibilità in Italia sono poche, non c’è quella componente di ricambio generazionale dovuta all’emigrazione che magari ha creato un humus in Francia e in Germania e ha permesso alla musica nera di diffondersi. Per me prima era una preoccupazione perché non c’erano i pali d’appoggio per diffonderla qui, ma adesso si stanno creando i presupposti, e ora che sono adulto sento di essere coinvolto in questo lavoro di diffusione di black music e mi metto in prima persona come amplificatore delle cose che ho imparato, assorbito e studiato e ce la metto tutta per essere un portabandiera anch’io. Ma non per tornaconto personale quanto per creare un precedente che qualcuno possa trovarsi davanti, fortuna che io non ho avuto.

Parlando degli Stati Uniti hai detto “per loro contano i fatti e le storie che hai da raccontare non da dove vieni”. Ti va di spiegare meglio l’“American way of thinking” così come l’hai percepito tu nei tuoi viaggi?
In realtà basta citarti gli episodi degli homeless che in metropolitana prima di chiederti due spicci per il pranzo si presentano e ti dicono “Mi presento: io sono..faccio questo..ti chiedo i soldi perchè”: ci tengono. Tutto negli States viene preso seriamente, non è uno scherzo, tutto può diventare un film, una canzone o una storia, e d’altro canto questo si riflette nell’industria dello spettacolo americana. É una società che si basa sul sogno, che poi a volte sia gretta, fin troppo attaccata ai soldi, piena di discrasie, di ricchezze, di vetrine piene e colorate che dietro nascondono sporcizia e persone che campano di buoni per comprarsi il cibo è vero, ma in tutto questo la storia degli ultimi conta sempre. In italia spesso e volentieri si tende a sminuire la storia di una persona, è una cosa insita. Negli USA si dice “respect the hustle”: se una persona è arrivata dov’è ci sarà un motivo. A questo punto subentra anche il discorso di merito, qualcosa che mi allontana dal pensiero italiano che non lo contempla.

Ghemon (GCprods)

A proposito di merito… Risale a poco più di un mese fa la notizia che “Adesso sono qui” è stata scelta per il gioco “NBA 2k17”, un importante riconoscimento per il tuo lavoro. Qual è stata la reazione nel momento in cui l’hai saputo?
Per questo mi vogliono bene e per questo non mi sopportano: sono un pazzo visionario. Avevo chiamato questa cosa un anno fa, avevo detto che poteva succedere ed è successa senza che muovessimo un dito. É arrivata una mail con una richiesta, questa cosa è andata avanti nell’incertezza e poi questa incertezza ha avuto una conferma. La mia idea di base è sempre quella di fare qualcosa per il mio paese ma allo stesso tempo di confrontarmi con il resto del mondo. I miei punti di riferimento, le persone sulle quali posso confrontarmi su un territorio comune, sono spesso all’estero, quindi essere lì dentro rappresenta aver finito le fondamenta di una casa che mi sono sempre preposto di alzare.

Il legame tra basket e hip hop è un legame indissolubile e non è un caso che il mio primo articolo per Artnoise sia partito dal playground di “Playa playa” di D’Angelo. Alla luce dei tuoi viaggi, a cosa pensi sia dovuto questo legame?
Ho parlato di recente negli States con Frazier (ex giocatore di basket nelle fila dei N.Y. Knicks n.d.r.), che ci ha spiegato come negli anni ’70 i giocatori seguissero la motown e il soul tradizionale e quindi chi giocava e i ragazzi per strada guardavano alle stesse cose. La svolta vera è arrivata però negli anni ’80 quando si è cominciata a diffondere la cultura hip hop della quale i ragazzi che arrivavano a giocare erano impregnati. Questa cultura utilizzava le scarpe che i giocatori avevano addosso e i giocatori a loro volta prendevano i look che si vedevano per strada instaurando così un rapporto simbiotico che ha tenuto le due cose indissolubilmente legate. Poi siccome oggi la NBA ha un grado di penetrazione mondiale l’impatto è stato globale e non è rimasto solo confinato dall’altra parte dell’oceano.

Ti propongo un gioco… Racconta a una persona che non ne sa nulla il South Bronx del ’76 iniziando con “C’era una volta…”.
(Ride ndr) C’era un volta un sobborgo di NY dove, come tanti posti in Italia, c’erano tante persone che si alzavano presto per andare a lavoro, e magari di lavori dovevano farne due o tre. Un posto dove tante persone campavano con le pistole in tasca e i ragazzi dovevano stare per strada, dove per forza di cose diventavano parte di queste situazioni. In questo posto una maniera per stare tutti insieme e sentirsi una comunità era la musica. Quindi tanti giovani hanno iniziato a usare la musica come mezzo di coinvolgimento, hanno iniziato a fare le feste e, anche se gli adulti alle 8 chiedevano di spostare le casse perchè dovevano lavorare, questa cosa è diventata invece un appuntamento fisso, e da una festa del parco è diventata una cosa con dei punti di riferimento, con delle cose che iniziavano a diventare delle routine culturali, e con delle persone che iniziavano a prendere un microfono: una cosa che si stava tramutando in un codice fatto di vestire, di parlare e di pensare. Le persone arrivavano come topi tutte insieme allo stesso punto, le feste diventavano grandi, diventavano storia, e così la cosa è diventata un movimento culturale perché si voleva fare qualcosa per una comunità che al di fuori non aveva punti di riferimento. Così è nato l’hip hop. Così sulla base della festa, dell’intrattenimento, dello sfogare la parte violenta attraverso la competizione nel ballo, nella musica e nelle parole. E poi… oggi io sono qui perché nel South Bronx succedeva qualcosa più di trent’anni fa. Quindi vuol dire che questa cosa funzionava, ha funzionato ed è andata molto oltre l’essere solo una festa nel parco.

Ghemon (Tommaso Gesuato) (eventuale +1)

Domanda a bruciapelo: se dovessi rinascere preferiresti rinascere in Dj Kool Herc o in Grandmaster Flash.
Dj Kool Herc senza dubbio!

Era la risposta in cui speravo. In una precedente intervista hai affermato che Lianne La Havas è stata una delle principali fonti d’ispirazione per il tuo ultimo album. C’è qualche ascolto del quale ti senti di poter dire lo stesso?
Certo, sicuramente ce ne sono…Una delle cose più sorprendenti che ho ascoltato è stato To Pimp a butterfly di Kendrick Lamar e poi sicuramente Malibu di Anderson Paak. Ma forse più di ogni cosa in tour abbiamo ascoltato l’ultimo album di D’Angelo. L’abbiamo ascoltato e riascoltato e abbiamo provato ad assorbirne le soronità discutendone ogni singola parte e credo che in ciò che abbiamo portato in giro in tour e nella maniera in cui è stato suonato questo si senta in maniera molto forte.

Tommaso Colliva ha detto che quello che avete fatto nel disco è rivoluzionario. Adesso che il tour è finito, hai inquadrato la direzione di questa rivoluzione? E pensi che lui ne farà parte?
Con Tommy ci sentiamo spesso e in realtà lo rendo sempre partecipe delle cose che faccio e che ho in mente e ne parliamo e ci confrontiamo. La direzione è abbastanza chiara. C’è già qualcosa in cantiere, magari nei miei ascolti mi sono avvicinato a qualche elemento più blues che potrebbe esserci, ma mi piace lasciare delle sorprese. Secondo me chi ha seguito il tour soprattutto quest’estate può già farsi un’idea ben precisa di ciò che ho in mente, invece credo che chi abbia ascoltato solo Orchidee non può. Ad ogni modo, come ho detto, preferisco le soprese.

Quando parlo di “Pomeriggi svogliati” mi piace definirlo come un brano di impeccabile osservazione: ogni ragazzo della nostra generazione ha vissuto almeno una delle scene che hai ritratto. Dal punto di osservazione dell’artista, che idea ti sei fatto delle generazione di 20-30enni che vivono l’Italia di oggi?
Ho incontrato tanti ragazzi durante il mio tour, sempre gente meravigliosa. Ragazzi che non vogliono vivere in un paese di nani e ballerine, ragazzi che hanno bisogno di sentire e vedere qualcosa di vero e soprattutto qualcosa che li rappresenti. Credo che internet sia importante e riesca a colmare distanze interpersonali enormi, ma durante il tour percepisci quasi la voglia di ristabilire il contatto, di percepire qualcosa di reale. Questa è una cosa che ti dà delle responsabilità ma che al contempo ti dà la forza… la forza di fare qualcosa per loro e per questo paese… e questo mi fa sentire fortunato.

Intervista a cura di Mariano Biasella