Cinema sperimentale, video-arte. Due etichette e/o due oggetti?

Cinema sperimentale, video-arte. Due etichette e/o due oggetti?

In questo testo non vogliamo fare una storia del cinema sperimentale e della video-arte ma ci preme spiegare che bisognerebbe fare una storia dell’esigenza che produce determinate “etichette”. Ed ecco che in modo estremamente sintetico, e quindi approssimativo, possiamo dire che negli anni ’50-’60 del secolo scorso si è sentita l’esigenza di inquadrare alcune pratiche di ripresa, e le opere derivanti da tali pratiche, sotto il nome di “cinema sperimentale” per distinguerle dal cinema che potremmo definire tradizionale. Si è sentita l’esigenza di un’espressione linguistica che delineasse questa distinzione sia perché tali pratiche ed opere, viste a una certa distanza, avevano differenze molto marcate con quelle tradizionali (costi di produzione, canali di distribuzione, tematiche trattate, anti-narratività, forma ecc. ) sia perché gli autori che realizzavano i film sperimentali avevano maturato una visione delle cose e del cinema in netta contrapposizione alla cultura che produceva film tradizionali. Quella di “cinema sperimentale” era un’etichetta che già si usava negli anni Trenta, soprattutto in ambito statunitense; in Europa invece in quegli anni si preferiva parlare di “cinema d’avanguardia” sottintendendo una relazione tra il cinema e le avanguardie artistiche di primo Novecento.  Successivamente si è sentita l’esigenza di inquadrare determinate pratiche di utilizzo dei dispositivi video (spesso presenti nell’opera stessa) sotto il nome di “video-arte”, sia perché i mezzi utilizzati andavano al di là della cinepresa e della pellicola sia perché i videoartisti sentivano di fare qualcosa di differente anche dal cosiddetto cinema sperimentale –  sentivano cioè che le loro opere avevano più a che fare con il mondo dell’arte (che in quegli anni era sempre più concettuale e quindi fortemente critico nei confronti della materialità stessa dell’opera) che non con quello del cinema.

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Nel momento in cui però si è cercato di definire con esattezza ciò che potesse essere considerato “cinema sperimentale”, cioè nel momento in cui si sono cercate delle proprietà oggettive dell’oggetto “cinema sperimentale”, proprietà che ci permettono di dire con esattezza questo è un film sperimentale e questo no, sono sorti i problemi. Stesso discorso si può fare per la parola “video-arte”. Nascono i problemi perché si separa l’oggetto dalla parola che lo indica e si separa la parola dall’esigenza che l’ha prodotta. L’esigenza non era quella di creare un archivio scientifico di film sperimentali o di opere di video-arte. L’esigenza era quella di avere delle parole con cui fare discorsi su un cinema che globalmente aveva caratteristiche diverse da quello tradizionale e che si contrapponeva “ideologicamente” a quello tradizionale. Senza quelle parole non si riusciva a dire e a fare certe cose. Una tale esigenza, quindi, non prevede una definizione, come dire, esatta, definitiva, univoca, “oggettiva” cioè che è nell’oggetto in sé. Ma è della cultura occidentale anche l’esigenza, che potremmo dire scientifica, di separare gli oggetti dalle parole e separare le parole dall’esigenza che le ha prodotte. La cultura occidentale è definitoria in senso oggettivo, cioè ogni oggetto va oggettivamente e non soggettivamente definito, indicato, detto, altrimenti le parole non hanno senso ed inoltre tali definizioni, tali parole devono essere neutre rispetto all’esigenza da cui sono nate. Ed ecco che viene alla luce il paradosso metafisico che vuole il corrispettivo oggettivo separabile dalla parola che lo indica e che pretende che tale parola sia neutra rispetto all’esigenza che la produce.

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È  questo un discorso che si può estendere a tante altre questioni. Ne dico una per tutte. Noi impariamo a utilizzare la parola “vita” in modo piuttosto agevole. In tanti discorsi utilizziamo la parola “vita” senza porci il problema di cosa intendiamo, cioè senza il problema di definire perfettamente l’oggetto-vita, quando parliamo di vita. Diciamo “che vita di merda!”, “una vita al massimo”, “è tra la vita e la morte”, “gli devo la vita”, “carcere a vita” ecc. Nessuno si pone problemi su come vada inquadrato, definito l’oggetto-vita presente in queste espressioni. Nel momento in cui invece si dibatte sull’aborto o sull’eutanasia ecco che la parola “vita” chiede di essere approfondita come se quella parola parlasse di un oggetto-vita inquadrato nella realtà oggettuale e non all’interno di una definizione soggettiva, non all’interno della parola stessa che nell’indicare e inquadrare l’oggetto lo esaurisce al suo interno.  Il che non significa che non esistano oggetti al di fuori delle parole (che è l’accusa imbarazzante, per quanto banale, che il nuovo realismo fa all’ermeneutica) ma che nel momento in cui utilizziamo le parole quegli oggetti non sono oggettivamente ma soggettivamente e, direi, inter-soggettivamente definiti, il che significa che noi non abbiamo la possibilità di riferirci a essi ponendoci fuori dal linguaggio. Ma, ripeto, siccome la cultura occidentale ha l’esigenza di definire oggettivamente, ecco che si piomba nel paradosso e così gli scienziati cercano di trovare proprietà oggettive dell’oggetto-vita che ci indichino la strada con cui definire oggettivamente. Alcuni si sono arresi arrivando a dire con un certo imbarazzo che “vita” è un concetto della mente.

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Nel corso del tempo critici e autori hanno cominciato a sentire limitante l’etichetta “cinema sperimentale” perché dava come l’idea che si trattasse di opere non compiute, di prove, di esperimenti. Ci s’interroga quindi sulla sostenibilità dell’etichetta “cinema sperimentale”. Cosa cambia in pratica? Cambia l’esigenza che diventa quella di dare dignità artistica a un cinema che attraverso diverse diramazioni è sempre più diffuso pur rimanendo spesso fuori dai canali distributivi tradizionali. Di conseguenza cambiano le parole oppure le stesse parole sono utilizzate per inquadrare nuovi spazi. Quindi non esistono un cinema sperimentale, una video-arte o un cinema tradizionale definibili al di fuori dell’esigenza che si è avuta di delimitare uno spazio al quale dare un nome.
Voler dibattere oggi su cosa possiamo considerare cinema sperimentale o video-arte o cinema tradizionale, diventa un dibattito che ci porta in quel paradosso metafisico che ci ha fatto perdere la consapevolezza dell’esigenza che ha portato a delimitare uno spazio e dargli un nome.

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Il dibattito invece sulla sostenibilità di tali etichette e sulla necessità di averne altre è proficuo in quanto pone l’accento sull’esigenza che produce delle parole e non sull’idea che esista una realtà oggettiva predeterminata e pre-inquadrata che ha bisogno di parole per essere detta. Ma qual è l’esigenza oggi di riferirci a queste parole o di crearne altre? L’esigenza è nel voler distinguere un cinema narrativo da uno che non lo è? Sentiamo l’esigenza di voler distinguere un cinema che si fa con tanti soldi da uno che si fa con pochi soldi? Se queste sono le esigenze o introduciamo elementi di novità nel modo in cui esprimiamo tali esigenze oppure rimaniamo fermi a dibattiti di cinquant’anni fa. Altrimenti bisogna esplicitare delle nuove esigenze che ci fanno guardare alle cose in un modo piuttosto che in un altro. In un successivo articolo scriverò di una mia esigenza che è anche un’urgenza del dibattito filosofico contemporaneo: in che modo il cinema può contribuire a creare una visione d’insieme del mondo in cui ci si chiede il perché, il come e le finalità delle attività umane, e non si rimanga invece fermi a recensire e giudicare i film solo sulla base di un bagaglio di competenze tecniche come se ciò che abbiamo davanti a noi sia un oggetto disconnesso dal mondo?

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Il punto comunque è che bisogna partire dalle esigenze. Partiamo dalle esigenze e poi valutiamo se è necessario inventare nuove parole o ridefinire quelle che abbiamo. Partiamo dalle esigenze e non dalle parole altrimenti il paradosso metafisico della separabilità dell’oggetto dalla parola che lo indica e della separabilità della parola dall’esigenza che la produce,ci risucchia senza darci la possibilità di rendersi consapevolizzabile.

Rocco Silano