Claude Monet, Ninfee, 1917-19, olio su tela. Parigi, Museo Marmottan Monet (copyright Bridgeman-Giraudon press)

Claude Monet, tra figurazione e astrazione

La personale capitolina che rende omaggio a Claude Monet (1840-1926) ripercorre la parabola stilistica dell’artista, a partire dagli esordi fino agli ultimi anni, attraverso una selezione di capolavori provenienti dal museo Marmottan Monet di Parigi. Non si tratta quindi di un percorso volto ad enfatizzare il ruolo dell’artista in qualità di padre fondatore dell’impressionismo o che voglia focalizzarsi su aspetti squisitamente seriali della sua produzione.

Le proiezioni dell’allestimento ricreano, con una certa suggestione, gli scenari della grande casa di Giverny,  un effetto immersivo che molto si avvicina, nelle intenzioni, all’approccio e al modus operandi dell’artista.

Le caricature, realizzate a partire dall’età di quindici anni, costituiscono un nucleo di opere raramente fruibile o se non altro meno noto, i cui esiti formali sono interessanti quanto inattesi, specie se considerati alla luce del carattere atmosferico e retinico del Monet pittore a cui tutti pensiamo, in cui la pennellata si fa materica, rapida e fluida. Tale capacità disegnativa viene sviluppata ai tempi della scuola, come si legge nella sua autobiografia:

“tracciavo corone di fiori sui margini dei libri, fregiavo in modo del tutto fantastico la carta blu dei quaderni e vi disegnavo, deformandoli il più possibile, facce e profili dei professori, in maniera assai impertinente”.

 

Claude Monet, piccolo Pantheon teatrale, 1860, matita nera e guazzo su carta. Parigi, Museo Marmottan Monet

Claude Monet, piccolo Pantheon teatrale, 1860, matita nera e guazzo su carta. Parigi, Museo Marmottan Monet

Il tratto del Monet caricaturista è fresco, spigliato e denota una spiccata abilità nella resa delle fisionomie. È interessante, a questo proposito, riportare il commento del pittore Eugene Boudin, autore di marine, la cui esattezza formale risultava addirittura insopportabile a Monet:

“lei ha talento lo si capisce subito […]. Per iniziare va benissimo, ma presto ne avrà abbastanza di fare caricature. Studi, impari a vedere, a disegnare e dipingere, a fare paesaggi. Sono molto belli, sa? […] Immersi nella luce e nell’aria, proprio come sono”.

Dapprima reticente, Monet accetterà poi l’invito di Boudin a seguirlo nelle sue campagne di pittura en plein air, riuscendo via via a carpire l’essenza più profonda della natura nei suoi aspetti più mutevoli ed intangibili, fissando sulla tela le qualità mobili e vibranti dei più impercettibili trapassi luministici, nella sua peculiare ricerca dell’istante che fugge nel suo inarrestabile fluire. Come scrisse anche il critico e suo amico Octave Mirbeau, commentando la mostra di pittura impressionista tenutasi a Londra nel 1905 e a cui il pittore partecipò con ben cinquantacinque tele,  “Monet è riuscito ad esprimere l’inesprimibile, a rappresentare l’ineffabile”: tra le opere presenti in quella rassegna c’erano anche alcune splendide vedute del Tamigi, di una Londra avvolta da una coltre di nebbia densa, ma percorsa da squarci di luce specchiante sul fiume. Cosa c’è di più inafferrabile e difficile da trasporre su tela dell’acqua, della nebbia? Eppure in quell’occasione nessuno comprò le sue tele esposte e, in definitiva, non si comprese la portata innovativa di questa corrente artistica, come faranno invece, per primi, gli americani che compreranno già nel tardo ‘800 opere impressioniste.

Claude Monet, Londra. Il Parlamento, riflessi sul Tamigi, 1905 - olio su tela. Parigi, Museo Marmottan Monet (copyright Bridgeman-Giraudon press)

Claude Monet, Londra. Il Parlamento, riflessi sul Tamigi, 1905 – olio su tela. Parigi, Museo Marmottan Monet (copyright Bridgeman-Giraudon press)

In questa resa priva di contorni che determina quell’effetto di incompiutezza, tanto sgradito e osteggiato dalla critica coeva, trova spazio anche un elemento lirico che conferisce all’opera di Monet un tono evocativo, che talvolta sembra perfino trascolorare in immagini di sapore vagamente onirico, come in “Ponte di Charing Cross, fumo nella nebbia. Impressione”, in cui si avverte anche l’attenzione all’opera di Turner, osservato durante i soggiorni londinesi: una soggettività che, non a caso, gli valse la stima di diversi poeti simbolisti, primo tra tutti Mallarmé.

L’universo di Monet, a ben vedere, è infatti  uno spazio perennemente in bilico tra figurazione e soggettività, tanto da raggiungere risultati addirittura vicini all’astrazione. Un ruolo in questo processo di rarefazione è anche ascrivibile al grande fascino delle stampe giapponesi, di cui il pittore fu un appassionato collezionista, secondo un gusto molto in voga nella seconda metà del secolo. Basti pensare ad artisti come Van Gogh e Toulouse Lautrec, fortemente attratti dalle campiture cromatiche decise, dalla qualità sintetica ed immediata della cultura figurativa nipponica. Questo tratto essenziale si respira anche in alcune opere di Monet, in cui lo spazio appare dichiaratamente bidimensionale, risentendo per certi versi della cultura figurativa orientale anche nella resa di uno spazio spesso definito intuitivo, proprio perché, lontano dall’essere misurabile secondo parametri geometrici precostituiti, ma semmai trasposto in modo molto personale ed altrettanto efficace.

Claude Monet, Salice piangente (1920-21), olio su tela. Parigi Museo Marmottan Monet (copyright Bridgeman-Giraudon press)

Claude Monet, Salice piangente (1920-21), olio su tela. Parigi Museo Marmottan Monet (copyright Bridgeman-Giraudon press)

Ci si imbatte poi in opere che sono davvero al limite dell’astrazione, in cui , più ancora dei problemi di vista che angosciarono molto l’artista in età piuttosto avanzata, emerge il tratto introspettivo e tormentato, l’aspetto estenuante dell’atto di dipingere. A proposito delle ninfee, nel 1925, scrisse:

“non dormo più per colpa loro. Di notte sono continuamente ossessionato da ciò che sto cercando di realizzare. Mi alzo la mattina rotto di fatica […], dipingere è così difficile e torturante. L’autunno scorso ho bruciato sei tele insieme con le foglie secche del giardino. Ce n’è abbastanza per disperarsi. Ma non vorrei morire prima di aver detto tutto quello che avevo da dire, o almeno aver tentato”.

Il perfezionismo e l’angoscia che pervadono il suo animo negli ultimi anni spiegano in parte certo ripiegamento verso l’astrazione di alcune opere, benché dipinti meno leggibili continuino comunque a coesistere ad opere maggiormente figurative: gli stessi salici piangenti, che lambivano il grande stagno delle ninfee voluto da Monet a Giverny, realizzati negli stessi anni, sono presenti sia in versioni trasfigurate e compendiarie che in forme molto meno esasperate e naturalistiche, a dimostrazione che la pittura di Monet segue quasi un doppio binario che risponde, a sua volta, non solo dello spazio esteriore, tanto osservato e fedelmente riprodotto nella sua prima impressione, ma anche di quello interiore che si estrinseca in alcune sue opere.

Giulia Andioni

 

Monet. Capolavori dal Museo Marmottan Monet

Complesso del Vittoriano – Ala Brasini, Roma
Via di S. Pietro in Carcere

A cura di Marianne Mathieu

Fino al 3 giugno 2018