Contributo ragionato per un mondo migliore

Contributo ragionato per un mondo migliore

Io chiedo solo di camminare su strade pulite, un barista che sappia il mio nome e un welfare-state che conosca il significato della parola mojito. Per il resto fate voi. Tenetevi le stronzate da rapper, la civilizzazione delle bionde tinte e quant’altro abbia a che fare, esplicitamente o implicitamente, con un orologio che non è mai andato a un appuntamento.

Riformulo.

Dato che mi trovo nel preciso centimetro in cui sono stato messo, e non mi sono mai lamentato; dato che ho sempre cavalcato lo spirito del mio tempo, e non mi sono mai lamentato; dato che sono andato a nuoto; dato che ho sempre invidiato chi dovevo invidiare; dato che mi sono fidato nel decidere chi invidiare; dato che alle recite scolastiche imparavo a memoria i dialoghi del protagonista; dato che alle recite scolastiche mi facevano sempre fare il cespuglio; dato che è dalla quarta elementare che apprezzo il buon senso delle ragazze che non mi amano; dato che sono nato educato; dato che ho fatto i boyscout; dato che non ho panni sporchi nell’armadio né piatti sporchi nel lavandino; dato che leggo le cose che firmo; dato che non capisco le cose che leggo; dato che vivo nella convinzione di avere delle idee e nonostante questo sono abbastanza umile da avere solo idee copiate da altri; dato che stimo le piante per ciò che riescono a fare col sole; dato che una volta – giuro – riuscì anche a me questa faccenda della fotosintesi; dato che non ho mai creduto all’eroica farsa della “vita vera”; dato che ho vissuto un solo giorno, ma ogni giorno – e questa la ripeto in corsivo: dato che ho vissuto un solo giorno, ma ogni giorno; dato che in queste righe ho copiato H.W. Auden solo tre volte (Alda Merini: una; il rapper Ernia, peccato per il nome: una) e la seconda è questa: dato che ho percorso mille chilometri ma calpestato solo l’erba che sta tra la casa e il lavoro e ritorno; dato che non ho mai saltato una fila; dato che nessuno mi ha mai dato la possibilità di saltare una fila; dato che tutto ciò che non posso toccare è una forma di superstizione; dato che bisogna rimpicciolirsi per riuscire a stare comodi in un posto stretto; dato che se perdo il cellulare è colpa del precariato; dato che perdersi il cellulare è una forma inconscia di luddismo; dato che l’unica forma di rivolta a cui posso ambire non supera il confine dell’inconscio; dato che è per questo che faccio finta di essere celiaco; dato che la cosiddetta nuova commedia all’italiana – di Roma – mi appalla; dato che questo post-moderno non mi sembra si riduca ad altro da un faticoso galleggiare; dato che galleggiare è la scienza di chi sta affondando, e più fai fatica, più la tua scienza è migliorabile; dato che per il settanta percento sono composto d’acqua, ma faccio finta di niente e dico in giro di essere ben altro; dato che mi lavo i denti due volte al giorno e se non faccio la differenziata è colpa del metodo Montessori; ma anche: dato che ebbi le stigmate finché una dermatologa non le declassò in psoriasi, la faccio breve, molto breve, ed esprimo qui quelle che considero legittime e ragionevoli richieste utili a completare la mia identità e arrivare – finalmente – dopo tanto tribolare ad assomigliarmi una volta per tutte.

Allora:

datemi una giacca e una cravatta che si intoni alla giacca.
Datemi una valigetta e un lavoro che si intoni alla valigetta.
Datemi una donna che si intoni al lavoro o alla valigetta.
E datemi due figli biondi o anche mori è uguale, l’importante è che nascano autosufficienti.
Ma soprattutto datemi l’invidia del vicinato,
io l’invidia del vicinato me la merito, se non altro perché sono buono.

E dato che sono buono date l’invidia del vicinato anche ai miei vicini.

E datemi un abuso edilizio, un condono edilizio, una speculazione edilizia o comunque qualcosa di edilizio in cui andare a vivere. E che sia al Centro. E datemi uno scudo fiscale per far rientrare soldi sporchi dall’estero, e datemi uno scudo laser per difendermi dai gabbiani, ma non dimenticate di darmi anche soldi sporchi da far rientrare dall’estero e, se vi riesce, datemi un gabbiano laser, solo uno, perché sono curioso di vedere com’è fatto. Da qui in poi entro nel voluttuario: fatemi un selfie e taggate Gaetano Bresci. Datemi due levrieri, poi riprendeteveli. Datemi uno stato sociale che piace a tutti, uno stato su facebook che piace a tutti, uno stato mentale che piace a tutti, uno Stato e basta che piace a tutti, uno stato bello che piaceva a tutte, ma a lui non piaceva piacere e ha deciso di diventare un ciccione sudato. Poi datemi il socialismo, ma non il socialismo reale di cui non sapremo che farcene, e neanche il socialismo scientifico che mi annoia già dal nome, io voglio solo il socialismo utopico alla Charles Fourier, che a ragione sosteneva il diritto inviolabile ad avere una BMW da coatti coi vetri fumé e una moglie che va in palestra. E poi ricontrollate questo fatto che due rette parallele non si incontrano mai, perché vedete, mi farebbe molto piacere sapere che superati i confini dell’infinito, al riparo da sguardi indiscreti, queste rette parallele possano prima avvicinarsi lentamente tra loro per poi iniziarsi a toccare al di sopra della legge di geometria e della gente insensibile che se l’è inventata. E fate vincere una Champions alla Roma. E il goal in finale avrei piacere di segnarlo io. Mi avvio alle conclusioni con una raccomandazione: abolite il ruolo di cespuglio dalle recite scolastiche.
Concludo le raccomandazioni con un ultima legittima e ragionevole richiesta: datemi anche uno sguardo intrigante. Sì, voglio lo sguardo intrigante. Quel non so che, che produce quel non so che. E quando me lo date, però – per l’amor del cielo – spiegatemelo. Così da poter avere quel so che, che produce quel so che, perché non ce la faccio più a non capire le cose complicate che ho e che mi succedono. La chiamano crisi epistemologica e pare faccia venire la voglia di credere in Dio. E allora datemelo questo Dio, ma mi raccomando ancora – e qui copio Auden per la terza e ultima volta – vi chiedo un Dio che sia il più possibile simile a me. A cosa mi serve un Dio la cui divinità consiste in fare cose difficili che io non so fare, dire cose intelligenti che non so capire? Il Dio che mi serve e dovreste procurarmi deve essere qualcuno che posso riconoscere immediatamente, senza dover aspettare di vedere quel che dice o fa. Non ci deve essere niente che non sia ordinario in lui. E cercate di fornirmelo subito, per favore, che sono stufo di aspettare.

Giacomo Venezian

elaborazione grafica in copertina: Marta Gargano

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