“Cosmos”, il testamento di Andrzej Żuławski

“Cosmos”, il testamento di Andrzej Żuławski

Cosmos è l’opera ultima di Andrzej Żuławski, tratta dall’omonimo romanzo di Witold Gombrowicz, anch’essa testamento dello scrittore. Molte per altro sono le coincidenze tra i due autori, entrambi polacchi ed entrambi censurati in patria.
Cosmos segna il ritorno al cinema di Żuławski dopo quindici anni di assenza, ritorno che esprime la sua esigenza di dire un’ultima parola. Il risultato è un film che riflette su se stesso e di conseguenza sul cinema.
Witold è uno studente del terzo anno di legge, figlio di generazioni di avvocati, che, bocciato all’esame di diritto penale generale, si reca in vacanza in Portogallo per cercare tranquillità insieme all’amico Fuchs, omosessuale appassionato di moda, reduce da una delusione lavorativa. Ma la sospirata tranquillità viene immediatamente interrotta da una serie di eventi apparentemente inspiegabili. I protagonisti si trovano, infatti, improvvisamente proiettati nel vissuto nevrotico di un giallo, unitamente ai proprietari della pensione che li ospita: alcuni animali sono stati rinvenuti impiccati nei pressi della pensione. Witold impazzisce, complice anche la cotta per Lena, figlia della proprietaria e moglie dell’architetto Lucien. Lo studente decide di cercare un senso a tutti gli strani avvenimenti, comprese le visioni all’interno della casa.
Si tratta, invero, di un film di citazioni e rimandi cinematografici e letterari che lascia praticamente il vuoto al centro. Cosmos rappresenta lo spazio che intercorre tra la bocca perfettamente simmetrica di Lena e quella deformatamente irregolare di Catherette (la governante), una comparazione che da sola vale a esprimere la centralità del film nel conflitto tra ordine e dis-ordine (Cosmos e Caos).

 cosmos foto aggiuntiva

L’eccessiva metafisicità dell’arte cinematografica viene sottolineata dalla pressoché totale inesistenza del contatto fisico, mentre quello visivo viene fortemente differito. Le reazioni sono inoltre separate da un montaggio ossessivo e insistente. Il riferimento agli insetti di Un chien andalou di Buñuel è abbastanza evidente, Catherette una volta salutata si ripresenta nelle vesti di Ginette, amica di Lena, sposata con Tolo. Il labbro deformato non è presente in Ginette ma è incarnato nel prete invitato. Qui, se l’aspirazione metafisica della religione ha indebolito il contatto umano, il cinema non è stato da meno. Tant’è che il bacio finale, atteso e più volte rimandato, non può che avvenire sotto i riflettori e oltre tutto mediato da una bocca di carta.
La serie di uccisioni, poi, mira a fare un’altra vittima eccellente: la struttura narrativa del film e di riflesso la sua messa in scena. Żuławski descrive così la confusione del mondo uccidendo la rappresentazione stessa. Il cinema è, così, per Żuławski, la vita stessa in tutta la sua crudeltà. La “selva oscura” (primo riferimento del film) è la vita nella sua totale incomprensibilità e il cinema è quella (p)ossessione, quel canto di libertà che si muove verso la vita culminando nella sua “insondabile oscurità”. La distruzione di ogni senso non si ferma con il film ma con i titoli di coda, capaci finalmente di smascherare ogni finzione scenica, spingendosi ben oltre il meta cinema stesso. Il tutto conduce ad una esplicita affermazione che chiude il film e quindi la vita di Zulawski: “Non c’è più niente da vedere”.

Luciano La Camera