Cronache dal giorno prima

Cronache dal giorno prima

Il giorno prima del giorno in cui presi fuoco, camminavo tranquillo come un ragazzo normale, di quelli che non prendono fuoco; la temperatura corporea era stabile attorno ai trentasei gradi e nessun pezzo sembrava fuori posto.

Erano settimane che non uscivo di casa. Arrivato al mio bar di riferimento mi rendo conto dello splendore dell’uscire di casa semplicemente intercettando la fisionomia di una ragazza splendida. Appresi così della proprietà espansiva dello splendore. Ragazza splendida diviene passeggiata splendida, che diviene giornata splendida, che diviene splendida vita.
La splendida vita lascia presagire uno splendido futuro, l’ottimismo aumenta, e se la montagna si ostina a non voler andare da Maometto forse è il caso di abbandonare la shari’a, prendere scarponi chiodati, funi, picchetti e moschettoni e tentare di interagire con questa splendida ragazza, che in questa splendida vita non potrà che produrre qualcosa di splendido.

Prendo il picchetto glielo conficco in fronte, stringo la fune e inizio a scalarla con queste parole:

«Buongiorno signorina, giornata splendida non trova? Erano settimane che non uscivo di casa. Lo sa che camera mia e camera di mio fratello prima del 1989 erano divise da un muro? Interessante non trova? E che mio padre morì per un incidente col dentifricio, laddove lui, grande ammiratore di Sherwood Anderson, avrebbe di certo preferito morire inghiottendo accidentalmente uno stuzzicadenti? E che riesco a piangere e sbadigliare contemporaneamente? Vuole vedere? Ho anche inventato uno strumento di punteggiatura, è questo ,,, le chiamerò “virgoline di sospensione”, non servono a niente. Ma basta parlare di me, parliamo di noi. Se vuole può venire a casa mia a vedere una macchia di muffa a forma di Padre Pio che mi è comparsa sul soffitto del bagno per un’infiltrazione, oppure potrei presentarle la mia Peroni portafortuna, ho anche un estintore. Io però non perderei tempo. Chiami i suoi genitori, se vuole anche un paio di zie, e me li faccia conoscere entro le sette di stasera, perché vede, ho come l’impressione che lei sarebbe l’unica cosa per cui valga la pena svegliarsi entro le dieci di mattina almeno cinque giorni a settimana, per lei sospetto di essere pronto ad andare a lavorare – sempre che a lei piacciano i lavoratori – e il lavoro me lo può scegliere lei. Alcune preferiscono lavoratori operai, altre lavoratori in giacca e cravatta. Decida lei. Mi serve una scusa per fare le cose. Che ne pensa? Avrebbe l’esclusiva sulle mie persiane, le lascerei il mio cuscino, i bicchieri me li può rompere, non sono geloso del citofono, può lasciare stappato il mio dentifricio e le garantisco il monopolio sul mio affetto, lei può anche non fare altrettanto è chiaro, a me basta mettermi in scia e mangiare le briciole. Non c’è niente di più romantico di un bel rapporto sbilanciato. Assieme passeremo indenni le domeniche pomeriggio e sopravvivremo al pulviscolo, sempre che non ci attacchino simultaneamente, ma anche in quel caso potremmo cavarcela scappando insieme laddove non potranno raggiungerci né il pulviscolo né la domenica pomeriggio. Tipo l’Ikea, se non dovesse venirci in mente una soluzione più brillante. Sono un tipo affidabile. Mi creda. Può chiedere in giro. Se non faccio la differenziata è perché sono antifascista e nonostante quello che è successo a mio padre, mi lavo i denti due volte al giorno.

La signorina si allontana. Forse sta andando a chiamare i suoi familiari per presentarmeli.
Forse no.

L’aspetterò un pochettino. Mi piace aspettare. Il tempo in cui aspetto è l’unico tempo che non spreco. O meglio è l’unico tempo che non spreco io, perché in effetti me lo sprecano gli altri. Anche questa è libertà.

Quando fai cose che ti piacciono, è noto, il tempo vola. È quasi notte. Quasi quasi notte. Ecco che manca poco. Un altro pochettino e… notte, finalmente notte. Ora non ho più niente da aspettare.

Però se la ragazza non è tornata ci deve essere stato un errore. Un pezzo in disordine. Trova l’errore.

E in tanto ho come la percezione che lentamente lo splendore stia indietreggiando dalle cose.

Guardo per terra. Tutto a posto: ho due piedi dentro altrettante scarpe che li coprono interamente, anche sotto. L’errore, dunque, non è qui. Salgo con lo sguardo. Pantaloni che lasciano intuire gambe, peraltro particolarmente slanciate. L’errore non può essere qui. Salgo. Maglietta monocromo, vabbe’ niente di che, ma figurati cazzo ci frega della maglietta, e questo menefreghismo è un manifesto di eterosessualità che la splendida ragazza non avrà potuto non apprezzare. La faccia non me la posso guardare da solo, ed è un peccato, forse serve uno specchio? No, l’importante della faccia è non avere una caccola appiccicata in fronte. Passo la mano sulla fronte. Tutto a posto. L’errore non era questo.
Salgo ancora con lo sguardo e c’è il cielo stellato sopra di me.

Mi fermo in contemplazione e faccio la scoperta astronomica del secolo. Non di questo secolo, di quello prima. Unendo tutti i puntini delle stelle esce fuori un’unica grande figura che assume le sembianze di una gigantesca rete fatta di filo spinato. Resto perplesso per una ventina di minuti abbondanti ma poi capisco. Tutte quelle puttanate del carro, del carretto, andromeda, pegasus, e tutte le altre figure inventate dagli antichi – dotati di quella purezza creativa che gli permetteva di scorgere un leone laddove, io, al massimo, un triangolo – in realtà, scopro ora, non esistono e probabilmente non sono mai esistite. Capito? Era un errore storico ripetuto acriticamente. Come il papato e le tartarughe. Bastava farsi venire uno scrupolo e ricontrollare. La modernità preme, le categorie vanno riviste alla luce del ‘900 e bisogna prendere coscienza del fatto che esiste solo una grande costellazione. La costellazione del filo spinato, per l’appunto. Rivoluzionario. Da domani gli oroscopi dovranno essere rimpaginati. Se esiste una sola costellazione esiste anche un solo segno zodiacale, di cui tutti facciamo parte. Se sappiamo a che ora siamo nati possiamo anche scoprire qual è il nostro ascendente. Che tanto sarà sempre filo spinato. Uguaglianza sostanziale del socialismo astronomico. L’avessero scoperto prima Gramsci non sarebbe andato in galera, i 99 Posse venderebbero ancora dischi, avremmo tutti una Smart e la splendida ragazza di prima sarebbe di certo tornata.
Mi lascio andare a ulteriori considerazioni di matrice marcatamente filosofica.
Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il filo spinato sopra di me, la legge morale in me. E questa seconda parte sembrerebbe una cosa carina e rispondente all’originale, se non fosse che da anni ho il lacerante sospetto che questa legge morale dentro di me mi sia stata infilata contro voglia. Forse passando dal culo. Niente di carino.

Ed eccoci al pasticcio, il filo spinato – inspiegabilmente – cominciò a scendere lentamente. La sezione di cielo che contemplavo s’ingrandiva in maniera quasi impercettibile, ma s’ingrandiva. A sottolineare l’imminente disastro ci furono gli insetti, che scapparono dagli uccelli, gli uccelli che scapparono dalle foglie, le foglie che scapparono dai rami, alcuni rami che scapparono dagli alberi e nessun albero si mosse di un centimetro. Un cane con padrone annusa la malaparata, guarda il cielo, guarda me, guarda il padrone. Quest’ultimo tira dritto e il suo cane decide di fidarsi.

Scendevano le stelle e la gente restava tranquilla.

“Se continua così moriremo tutti schiacciati dalla grande costellazione del filo spinato” penso. “Una delle morti più scomode mai immaginate” aggiungo.

Merda.

La costellazione continua a scendere, ma ancora non è arrivata ai palazzi. Procrastino l’ansia, perché a me piace aspettare, e decido che mi preoccuperò solo quando la rete inizierà a lambire le torri e i campanili.

C’è una grande forza che sta facendo rintanare lo splendore in posti irraggiungibili ai miei occhi. Nel lato dietro delle cose.

Merda.

Ho il tempo per un’altra analisi, che sarà una merda. Non un’analisi di merda, ma una merda e basta. Mi spiego. La capacita espansiva dello splendore è la capacità espansiva di un elemento qualificante. La ragazza è splendida, la vita è splendida, la terrazza è splendida, la macchia di muffa è splendida etc. La capacità espansiva della merda invece tende a inglobare la cosa su cui si espande, determinando una trasformazione ontologica della stessa, perciò la serata di merda non si espanderà alla vita di merda, ma solo alla merda, poi altra merda, e infine altra merda, fino al momento in cui tutto sembrerà uguale. Merda, merda che diviene merda e da questa smette di distinguersi. La chiamerò “proprietà inglobante della merda” e nei manuali dovrà essere messa a paragone della proprietà espansiva dello splendore, per arrivare alla conclusione che la prima funziona meglio ed è chiaro che è una fregatura e dunque: cazzo, la costellazione aveva tutte le ragioni di questo mondo per continuare a scendere e, per quanto non fosse ancora arrivata ai campanili, mi stavo iniziando a preoccupare.

Intanto la gente faceva finta di niente, si alzava il bavero del cappotto e camminava tranquilla, come quando io cammino tranquillo, ma lo faceva meglio. Allora decido di fare anch’io finta di niente e fischiettando mi avvio verso la trincea di casa mia, tanto è dai tempi in cui mi giocavo la merenda a mora cinese che so che i mattoni battono il filo spinato.

Arrivato a casa mi tranquillizzo. Cazzeggio un po’ e vado a dormire.
Anche oggi ho fatto il mio sporco lavoro.
Il mio lavoro è riuscire ad addormentarmi sereno.
Mai stato più sereno di così.

Nulla lasciava supporre che il giorno dopo avrei preso fuoco. Col senno di poi, tutti bravi, ma il giorno prima del giorno in cui presi fuoco camminavo tranquillo come un ragazzo normale, di quelli che non prendono fuoco, la temperatura corporea era stabile attorno ai trentasei gradi e nessun pezzo sembrava fuori posto.

Giacomo Venezian

elaborazione grafica in copertina: Marta Gargano

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