Cristiano Tassinari, Shelter, 2015, spray su alluminio, mdf, legno, dimensioni ambientali, Operativa Arte Contemporanea, Roma.

CsO: Riflessioni sulla pittura. Intervista agli artisti

Una ventata di matrice europea spira nei bianchissimi spazi della galleria romana Operativa Arte Contemporanea, dove è possibile ammirare fino al 15 aprile il progetto collettivo CsO.
La mostra, a cura di Daniela Cotimbo, propone le opere di Tiziano Martini, Marco Pezzotta, Vincenzo Simone, Cristiano Tassinari: lavori apparentemente molto distanti tra loro da cui emerge, solo in seconda battuta, un’assonanza dovuta a una comune riflessione sul medium pittorico. Una meditazione che scaturisce nonostante la differente realizzazione delle singole opere: tecniche eterogenee, tridimensionali o bidimensionali, in cui è evidente il forte legame con la pittura.

CsO, veduta mostra, Operativa Arte Contemporanea, Roma.

CsO, veduta mostra, Operativa Arte Contemporanea, Roma.

Sperimentazione e fusione tra molteplici pratiche artistiche sono parole-chiavi che ritornano costantemente in tutta l’esposizione. Entrando nella prima sala l’occhio dello spettatore è catturato da Deposizione di Vincenzo Simone, un plastico panneggio rosa di grandi dimensioni realizzato attraverso la stratificazione di pittura e vinavil ed ideato prendendo spunto da un tema religioso affrontato da molti artisti del passato come Pontormo. Nello stesso vano sono presenti Safari e Content Aware di Marco Pezzotta, in cui egli riflette sull’ambiguità pittorica di vari media per narrare storie conosciute dal pubblico di massa utilizzando spesso un idioma che si connette al gergo e ai costumi popolari. Poco più in là, quasi assorbita dalla tinta che caratterizza le pareti della whitecube capitolina, Tiziano Martini propone un lavoro bidimensionale atonale caratterizzato dal diverso passaggio del pennello sulla superficie per dar luogo a lievi e particolarissime sfumature affermando l’invisibile visibilità che si manifesta solo attraverso tale pratica. La stanza adiacente è interamente occupata da Shelter di Cristiano Tassinari ovvero un’installazione composta da elementi industriali preconfezionati che s’innalzano dando luogo a una barriera colorata di differenti tinte sul fronte e azzurra sul retro aprendosi a molteplici sguardi, riflessioni ed esiti.

Per approfondire abbiamo intervistato i quattro artisti: Tiziano Martini, Marco Pezzotta, Cristiano Tassinari, Vincenzo Simone.

Il progetto espositivo curato da Daniela Cotimbo ha accomunato voi ovvero quattro artisti italiani di cui tre residenti in Germania. Mi rivolgo a coloro che domiciliano all’estero: come, quando e perché avete deciso di abbondare la madrepatria? È stata forse un’opzione connessa alla scelta di “fare l’artista”?

T.M. Personalmente domicilio all’estero solo temporaneamente. Passo l’anno in Germania, precisamente a Dusseldorf, dove sono ospite e vincitore del Lepsien Art Foundation Grant, che mi provvede di ampio studio e laboratorio serigrafico per la durata di un anno. Si tratta di una residenza d’artista dilatata, che ti permette, una volta superate certe difficoltà logistiche, di poterti dedicare a lavori anche di formati generosi. Nonché di assimilare le tecniche serigrafiche. Per cui la trasferta è strettamente legata alla volontà di esercitare questo mestiere.

M.P. Direi di sì. Nel mio caso, finita la triennale a Brera, mi sono trasferito per completare i miei studi alla KHB Weißensee di Berlino. Finito il corso ho realizzato semplicemente che ormai gran parte della mia quotidianità era basata su cose e persone appartenenti a Berlino, e che tornando avrei dovuto lasciarle.

C.T. Ho deciso di spostarmi nella capitale tedesca nel 2008 quando in Italia si respirava un clima davvero stantio e asfittico. Berlino ti permette come poche città in Europa di poterti confrontare con una scena artistica internazionale e per un artista penso che significhi davvero molto.

Marco Pezzotta, Safari, 2015, spray su poliestere, 60x90 cm, Operativa Arte Contemporanea, Roma.

Marco Pezzotta, Safari, 2015, spray su poliestere, 60×90 cm, Operativa Arte Contemporanea, Roma.

Mentre Tiziano, Marco e Cristiano hanno deciso di cambiare nazione tu, Vincenzo, sei rimasto in Italia: vicende personali differenti dagli altri ti avranno spinto a rimanere qui…

V.S. Si, alcune scelte nella mia vita, mi hanno portato a vivere a Bologna, ma onestamente non è una cosa a cui ho mai pensato molto in funzione del mio fare artistico.

Esiste, nelle vostre ricerche, un collettivo interesse verso forme derivanti dal linguaggio pittorico con lo scopo ultimo di produrre opere sperimentali o lavori in cui è presente una certa compenetrazione tra differenti pratiche artistiche. Perché partire da questo idioma così tradizionale?

T.M. Inizialmente utilizzavo la pittura come strumento per rappresentare delle immagini. Processo che implica una concentrazione assoluta verso lo strumento, per assecondare una volontà ben precisa. Quando mi accorsi che il soggetto era un pretesto poco interessante per innescare un’attività e che io stesso ero uno strumento, smisi di pensare al soggetto. Da allora non ci sono scopi e intenzioni sperimentali, né risultati sperimentali. Ci sono lavori. Alcuni validi, altri vengono cestinati e altri diventano altri lavori ancora.
Nonostante io rimanga in studio a lungo terribilmente annoiato, il mio modo di lavorare fa si che l’atto pittorico di per sé, sia ridotto spesso ad azioni molto brevi nel tempo. Mentre i risultati possono andare in tutte le direzioni, pur essendo generate dalla stessa pratica.
Io come individuo, non ho una rilevanza tale all’interno del gioco, da concedermi volontà ferree, capricci, compiacimenti, influssi personali o gusti. Non mi interessa. Mi interessano eventi improbabili e imprevedibili all’interno della materia stessa, e le conseguenti risposte del supporto. Per fare ciò decido lo stretto necessario e innesco dei meccanismi quasi performativi in studio. Utilizzo formati standard, cromie pure o da tabelle cromatiche. Non ho rituali e non voglio raccontare nulla. Sarebbe troppo noioso. Lo studio mi mette a disposizione dei prodotti liofilizzati ad esempio, ed io ci verso sopra dell’acqua bollente. Sono l’agente che fa si che tra due o più sostanze avvenga una catalisi. Ecco perché la mia personale da Otto Zoo a Milano era intitolata “Catalizzatore”. Questo è anche l’umore dei miei lavori. I risultati raccontano la loro stessa genesi, in modo più o meno esplicito, nulla altro. Per me è importante ottenere semmai delle forme visive godibili. Oppure pensare o allestire organicamente dei contesti per i miei lavori.
Quindi non è tanto una questione di scelta legata ad una cosa più o meno tradizionale, ma si tratta piuttosto di lavorare con i materiali che ho a portata di mano, e con il linguaggio più immediato.

M.P. Non saprei risponderti con chiarezza, non credo che la produzione di un lavoro cominci da un linguaggio, credo piuttosto di arrivarci in seconda battuta. Forse questo tipo di schema visivo è radicato nel mio modo di vedere le cose e si riflette non appena i pensieri diventano qualcosa di visibile.

C.T. Mi piace pensare alla pittura come ad un caleidoscopio attraverso il quale cerco di vedere e capire il mondo e le cose. Proprio per il fatto che possa essere declinata in molteplici direzioni è così presente ed importante nella pratica artistica. Per quanto mi riguarda mi piace utilizzarla in tutta la sua estensione, dalla pittura fotografica a quella astratta fino alla composizione di lavori tridimensionali.

V.S. Partire dalla pittura per rimanere nella pittura. Non ho mai pensato all’idea di una e vera e propria sperimentazione, ma all’idea di una ricerca sulla pittura, sulle immagini. L’idea dei materiali che in un certo senso non sono propriamente pittorici o sperimentali come dici tu, è solo un modo per riuscire a dire perfettamente quello che non riesco a fare dipingendo. Partire dalla pittura per me è il modo più semplice per dire qualcosa quando non devo usare le parole.

Marco Pezzotta, Content Aware, 2015, incisione laser su plexiglass, olio, 21x21 cm, Operativa Arte Contemporanea, Roma

Marco Pezzotta, Content Aware, 2015, incisione laser su plexiglass, olio, 21×21 cm, Operativa Arte Contemporanea, Roma

L’attenzione verso la pittura, anche solo originaria, fa pensare al forte legame che tuttora – nonostante le molteplici pratiche e mezzi tecnologici oggi a disposizione – persiste nella nostra/vostra cultura, la nostra/vostra arte in quanto italiana e quindi legata alla nostra/vostra tradizione. È come se la creatività di ognuno di voi abbia bisogno di generarsi o rigenerarsi ogni volta partendo dalle vostre origini. Concordate?

T.M. Credo dipenda molto dall’educazione. Le Accademie, per quanto ora esistano delle situazioni più pertinenti con la realtà, sono luoghi devoti alla tradizione; e implicano delle scelte, legate agli strumenti da utilizzare. Io invece sono poco interessato alla tradizione. Alle sagre dei vecchi mestieri, al mangiare di una volta. Ci sono bravissimi artisti e pittori italiani contemporanei che meritano molta attenzione.

M.P. Mi sento più vicino alla sperimentazione delle pitture rupestri, credo che il gesto pittorico come qualunque altra pratica avvenga puramente come un disperato tentativo di vedersi dall’esterno per potersi identificare come individui appartenenti ad un’unica specie. La tradizione pittorica, tra le altre quella italiana, ha raffinato questi tentativi attraverso maniere o tecniche. Credo che alla base di ogni pratica rimanga comunque l’intento comune di riconoscersi.

C.T. Il legame con la storia non può che essere molto importante e ci appartiene molto di più di quello che possiamo immaginare. Se riguardiamo gli affreschi di Giotto, ad esempio, è quantomeno impossibile non rimanere sbalorditi dalla modernità e semplicità di quel tipo di invenzioni.

V.S. A questa domanda potrei risponderti che è uno dei motivi per i quali, in un certo senso, adoro alcune cose che sono conservate in alcuni luoghi italiani o molto più semplicemente nell’aggirarsi per certe strade di città italiane. Trovo interessante il confronto con alcune cose del passato, il legame con le quali per me è molto forte. Quando dimentico, o voglio rivedere qualcosa, so dove andare a cercare. È il bello di avere una storia, in questo caso la storia dei pensieri di uomini che hanno voluto lasciarci le loro immagini. 

Vincenzo Simone, Deposizione, 2015, tempera su vinavil (6 kg), 100x300 cm, Operativa Arte Contemporanea, Roma.

Vincenzo Simone, Deposizione, 2015, tempera su vinavil (6 kg), 100×300 cm, Operativa Arte Contemporanea, Roma.

Quali sono gli artisti, del passato e/o attuali, che ispirano il vostro lavoro?

T.M. Cambiano sempre, una volta assimilati.

M.P. Direi appunto i primi uomini, i pittori rupestri. Ma anche tutti quegli artisti che riescono a fare della sperimentazione agendo sul territorio, lavorando con le persone e con il contesto, o chiunque creda profondamente che ancora l’arte possa rendere il mondo un posto migliore.

C.T. I primi che mi vengono in mente sono Gerwald Rockenschaub, John Armleder e Christian Marclay ma la lista potrebbe essere lunga.

V.S. Mi piacciono molto i riflessi di luce nei quadri di Monet, amo la pastosità cromatica in alcuni dipinti di Giorgio Morandi, l’imponenza di alcune pale d’altare, la sensualità di alcune opere di Marcus Schinwald, trovo molto interessanti alcuni incidenti pittorici di Francis Bacon, mi piace molto il lavoro di Thea Djordjadze, Mark Manders ed Etel Adnan.

tiziano martini, 2014, untitled, Tiziano Martini, Untitled, 2014, acrilico su tela, 200x140 cm, courtesy dell'artista

Tiziano Martini, Untitled, 2014, acrilico su tela, 200×140 cm, courtesy dell’artista

Visto la vostra meditazione sul medium pittorico attraverso opere non propriamente tali, potete raccontarci la loro genesi ed il loro sviluppo?

T.M. Perché non propriamente tali? Il lavoro è totalmente pittorico, e si genera prevalentemente da errori, da vecchi lavori o comunque da eventi accidentali in studio. Spesso si tratta di tracce marginali e subordinate alla pratica stessa. Poco interessanti. Questo non vuol dire però che i lavori siano distratti, ma nascono in un momento in cui io stesso non sono troppo attento; ovvero in un momento molto disinibito e disinvolto. Io stesso mi muovo, in modo analogo, marginalmente rispetto al dipinto. Faccio dei tentativi, se mi interessano insisto e cerco di ottenere il massimo da quella situazione. Se mi annoio dopo tre lavori smetto. Monto telai, compro chili di acrilico bianco e nero o sogno di creare una black metal band.

M.P. Non sono sicuro di sviluppare una meditazione sul medium: il lavoro viene da un’idea o un’intuizione che poi va elaborata e messa in discussione, a un certo punto arriva l’opera. A volte bastano un paio d’ore ed altre volte dei mesi prima che tutto questo avvenga. Non credo sia niente di speciale, è lo sviluppo che seguono tutte le idee.

C.T. Il lavoro presentato per la mostra CsO nasce come sviluppo delle barriere in metallo Grids e della serie Displayers. Attraverso questi elementi mi interessa indagare la percezione dello spazio e dell’oggetto. Le parti in alluminio che compongono la struttura sono stati trattati con vernice spray utilizzando diversi approcci, creando in alcuni casi la percezione di un volume o la percezione del vuoto. Le componenti in metallo pressoformate sono quelle offerte dall’industria, limitandomi a decidere il tipo di progressione e il ritmo dei volumi.

V.S. Il drappo rosa esposto a Roma è, in un certo senso, il risultato di una riflessione che è iniziata nell’open studio che ho fatto in uno spazio milanese, Gaff. In quell’occasione, avevo dipinto ad olio su delle plastiche. Con il tempo però, mi sono reso conto che questo materiale portava con sé dei problemi connessi alla durata del lavoro stesso, ovvero la pellicola pittorica si staccava dal suo supporto. Ho iniziato quindi a pensare ad una soluzione più efficace e sono giunto alla conclusione che avevo bisogno di un materiale dove “depositare” del colore esattamente come accade con il lino quando dipingo su tela; l’impasto dei colori, infatti, viene assorbito completamente dalle fibre del tessuto. Alla pari il procedimento di realizzazione di “Deposizione” nasce appunto dalla riflessione su quest’assorbimento del colore da parte delle fibre della tela, su questo suo insediarsi all’interno del tessuto. Stendo un primo strato di colla, asciugato il quale stendo un velo di colore -nel caso di Roma, un rosa- e dopodiché un nuovo strato di vinavil, così facendo ho racchiuso del colore tra due pellicole trasparenti, che lo proteggono. Ovviamente il richiamo al drappeggio è evidente, come se stessi trasformando un drappo dipinto in un drappo fatto di pittura.

Maila Buglioni

CsO
a cura di Daniela Cotimbo
dal 27 febbraio al 15 aprile 2015
Operativa Arte Contemporanea
Via del Consolato, 10 – 00186 – Roma
ingresso gratuito: mercoledì-sabato 16:30-19:30
www.operativa-arte.com | info@operativa-arte.com
Ufficio Stampa: daniela@operativa-arte.com

immagine di copertina: Cristiano Tassinari, Shelter, 2015, spray su alluminio, mdf, legno, dimensioni ambientali, Operativa Arte Contemporanea, Roma.