D’Angelo – Voodoo. Un sentiero nell’America africana.

D’Angelo – Voodoo. Un sentiero nell’America africana.

La cosa più comune e ordinaria per chi come me, è attratto dalla cultura nordamericana, è quella di ricercare in maniera spasmodica delle storie che ci aiutino a viverla in un contesto intimo, lontano dagli sguardi di chi non può capire. D’Angelo in questo senso è sicuramente un “ferryman”, un traghettatore, un cantautore travestito da sex symbol R&B che con il suo secondo album “Voodoo” (seguito al primo lavoro di rodaggio “Brown Sugar”) ha portato le sue storie urbane a un livello più alto, fornendo nello stesso contesto la sceneggiatura e la colonna sonora per un viaggio che, chiusi gli occhi con le cuffie alle orecchie, diventa quasi naturale. Ma Voodoo diventa capolavoro quando ci si accorge che è più di questo: una mistura unica di hip-hop, rap, R&B, funk e gospel, nonché la stella polare per chi, dal 25 gennaio del 2000 (data della sua uscita), ha voluto avvicinarsi al neo-soul. Quando ci si accorge che nessun album della scena, per buona pace dei talent scout, sarà mai il nuovo Voodoo.
Mi è bastato inserire il disco nello stereo e metter su le cuffie, e in qualche modo anche questa volta è capitato. Quello che è successo è che mi sono ritrovato sulla 12th Est St. Così recita la segnaletica. Non dice niente sul posto, ma a dirla tutta non m’interessa. L’aria è soffocante, carica di umidità ristagnata. Quasi mi sento svenire.

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Ciò che non puoi sentire nei film di Spike Lee o nei video di cronaca nera d’oltreoceano è la puzza, l’odore pungente e nauseante dei bitumi dell’asfalto e del cibo bruciato nelle case. È lei a suggerirti che a un posto come quello non puoi accostare la definizione di casa. Per strada ci sono solo disperati e visi segnati dal tempo. Nei loro sguardi è passato tanto, più di quanto potrebbero solo immaginare dieci vite borghesi. Le scarpe lustrate agli yuppies del “Business center”, i figli o i nipoti bruciati dal crack colombiano, le 200 ore di lavori sociali patteggiate con il giudice e le notti in gattabuia con quei dannati portoricani e i loro coltelli. Magari mi basterebbe indagare quegli sguardi per sapere tutto ciò che c’è da sapere su questo posto dimenticato dal diavolo. Ma la strada giusta non è questa, me lo sento: e così seguo l’istinto.
Muovo i primi passi su uno schiocchiare di dita. Il ritmo diventa colloide sotto i miei passi, guidato da un basso rigido e lento. L’attenzione vira verso un playground. Credevo quel groove fosse per me, ma poi vedo lui e diventa incredibilmente chiaro: è tutto per lui. Si muove con la grazia di una ballerina, le sue sneakers scivolano con eleganza sull’asfalto e si staccano leggerissime sotto il canestro. Lo chiamano il Playa, e lui se ne compiace. Infila tre giocate di fino con la facilità di un respiro, raccoglie le attenzioni perse e dirige le orchestre. Provoca e lo fa con classe. Stuzzica, incita, chiede il meglio all’avversario. Vola in punta di piedi sulla linea di basso e gli altri lo seguono in coro, ma lasciando la sua voce solitaria distinguersi su tutte. Tutti amano fare i solisti sui playground, ma qui finalmente le voci perdono l’aspetto individuale per diventare coralità, uno strumento vero e proprio. Non c’è chi va avanti solo, perché soli si può scomparire per anni, forse uno o forse quindici. E lui lo sa.

Dall’altra parte del campo un branco di ragazzetti si passano uno spinello metrico. Vedo parecchio oro luccicare senza pietà. Catene spesse e vistose con appesi medaglioni grossi come piattini da caffè; anelli per due o tre dita monogrammati con le loro iniziali: un’identità rivendicata sopra ogni cosa. Quello è Bold Gold, oro di facciata “gangsta”, basta quello a prendere le distanze da uno stronzo che la notte dorme nel sacco a pelo della marina militare. Almeno così credono. La cadenza è da strada, lo scratch e il basso ossessivo di piena tradizione ninties mi muovono verso di loro. E sono lì, i novelli P. Diddy, droghe, donne, notti criminali e vino, mai soli, ma tre-quattro alla volta almeno, mica roba da troiette bianche. Ognuno ha il suo pezzo di torta, la Devil’s Pye. Ce n’è per tutti, peccato nasconda il ripieno. Il playa gioca, ma il confine è labile è lui a dirmelo. Il lusso e il materialismo magnetizzano l’emancipazione, così insegna la strada, ma in realtà è il modo perfetto per “morire prima di alzarsi”. Li sento, dei curiosi che cantano un richiamo alla redenzione. Il tempo è poco: vendi l’anima o accogli Dio, non c’è compromesso. La voce si smarrisce, si allontana dalla coralità del playground, e tutto è più freddo come quei brass che sfumano su un vinile rovinato. Il gradasso della gang comincia d’improvviso a parlare della scopata della sera prima. Destra e sinistra, l’atto sessuale è la sola carnalità dei suoi movimenti. L’armonia è secca e asciutta, non c’è spazio per i mezzi termini, lui vuole farsi figo. Sopra, sotto e imita il movimento con il bacino: difficile il fraintendimento. C’è spazio per i particolari, scendono gli applausi della gang che mormora sul suo falsetto solista. L’omaggio è dritto al rap da musicassetta degli anni ’90. Gli amici lo accompagnano a suon di parole e sputi. E mi sembra stranamente adeguato.

Una mano mi cala sulla spalla. È lui, il Playa. Si presenta: Michael. Mi propone una storia, e io sono tutto orecchi. Il groove suggerisce un momento catartico. I suoi Playas sono dietro di lui e gli fanno eco, come dei fedeli alla predica protestante della domenica di Harlem. Mi parla della Linea, la pronuncia come una ragione di vita, come un confine ricercato, avvicinato, odiato e malamente superato. Perché quando si è sopra il senso è chiaro, ma oltre la vita si svuota di ogni significato. Si dice pronto a uccidersi, a puntarsi la sua dannata pistola sulla tempia. Il sermone va avanti, i fedeli lo incalzano, e la domanda emerge chiara: “sono reale?”. Siamo reali? E lì, oltre quella linea raggiunge un momento di verità, il sudore e la pressione diventano messaggeri cartesiani di un Sum che però rimane condizionale.

Nel grigio del cielo spunta inaspettatamente un raggio di sole. Il fiato di sua maestà Roy Hargrove colora le reti sul campo. Il ritmo si rallenta e si distende, il rhodes riappacifica i dubbi sulla linea. Una voce chiama, “Papà!”. Michael si volta e sorride, raccoglie il suo piccolo tra le braccia: ”ogni volta che avrai bisogno di aiuto, devi solo chiamarmi piccolino, io te lo porterò”. La voce torna a essere pura coralità, il bimbo gioca con il naso a patata che un giorno rallegrerà anche il suo di viso, e gli echi di tromba si divertono a sottolineare il momento. I loro occhi si incrociano e appare chiaro che tutto ciò che il Playa desidera è lì, davanti a lui. C’è spazio per i primi nitidi colpi di ride del disco, e l’atmosfera si rilassa definitivamente mano nelle mano con le raccomandazioni di un padre tremendamente affettuoso “Hold on be strong, for your own. Move on before long, you’ll get home”. Il basso si allontana dagli schemi, Roy lo segue, e la musica raggiunge un impensabile sapore celestiale. La Linea è sotto i piedi, è una strada sicura, non lo è mai stata così tanto.

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Riguadagno la strada. Scelgo Marcus Garvey avenue, quasi costretto dall’istinto. Accordi di carta vetro in nona e sedicesima lanciano per la strada una cadenza funky. Il negozio di vinili si chiama Chicken Grease. Dentro si balla tutti insieme, in una sorta di empatia cinestesica. Sembra una danza tribale, la musica la religione, il vinile il fuoco. Poco distante vedo di nuovo lui: Mr Bold Gold. Ha gli occhi lucidi, gesticola disegnando curiose, quasi beffarde strofette di rhodes e xilofono. Lei lo fissa a due dita dal suo viso, masticando una bubble da 200 grammi. Il giro di basso è di chiara ispirazione delta blues. L’atmosfera è curiosa, quasi imbarazzata. Mr Gold si mette a nudo, gingilla per un po’, poi si dichiara, “Ho passato il tempo a sorprendermi di ciò che eri, e ho sperato di vederti ancora. Vorrei baciare ancora una volta le tue labbra”. I rhodes tornano con i loro xilofoni, riempiono i silenzi imbarazzanti di un duro ormai in ginocchio. Gli chiede un gin, un altro solo, ma è tardi. Rimane solo un ritmo serrato di basso e batteria, niente più gingilli. Mr Gold si gira e muove il bacino a tempo verso gli amici che lo attendono e lo applaudono. Addio Mr Gold, per loro rimani sempre il solito coglione, ma io ho capito che anche tu sei qualcosa di più, qualcosa come un uomo.

Il cielo torna a scurirsi. Un funky scende limpido, ma la chitarra parla in minore. Sui miei passi torna il Playa: la sua Linea è di nuovo fuori portata. Mi avvicino quel poco che basta a sentire la sua anima vuota e il suo sangue freddo. Parla da solo, ma i suoi playas sono lì, dietro di lui, in un alternarsi di controtempo capolavoro. In fondo lo avevo immaginato, non sei a posto con la tua linea finché non c’è sintonia con l’amore della tua vita. E lui me lo ripete, con la sua solita classe, tre versi e l’amore diventa religione, qualcosa di profondamente sacro: “From the pit of the bottom, that knows no floor, Like the rain to the dirt, from the vine to the wine, From the Alpha to creation, to the end of time”. E dopo ci si sente quasi stupidi a non averlo capito prima. Pian piano il sole scende sulla Garvey avenue, disegnando le ombre spigolose delle vecchie Chevette sull’asfalto dimesso. I bambini guadagnano le strade, le nonne e i bigodini perfetti gli spacci più vicini. Muovo i miei passi su calde percussioni, i ritmi ispanico – africani di chitarre pulite e i fiati in armonie di terze sono la naturale evoluzione dei frammenti di vecchia scuola ascoltati sulle preghiere di Mr Gold, e segnano chiara l’identità di quel posto, perso non so dove, ma in naturale debito con la terra madre: la terra nera oltre l’oceano. È Africa, colonia di tutti, si elogia la libertà, la “serenità nell’esigenza di sentirsi liberi”. Si danza, due ragazzi improvvisano una bossa, lui la ama ma ancor di più ama la libertà. Lei sembra capire, la bellezza del presente supera tutto. Anche questa è Africa.

Sembra un soul di stampo Al Green la luce che colora la sera. Sembra che lo spirito di un inverno che diventa primavera abbia scongelato questi cuori di tenebra. Ogni cosa torna sulla sua linea, gli amanti si danno da fare in pose spinte che a qualche chilometro da qui sarebbero rastrellate dietro le sbarre. Tornano i fraseggi di Hargrove, i falsetti trasudano di ardore, riesco quasi a sentire dei gemiti e Mr Gold mi sembra lontano anni luce.

La notte si sa, esaspera le emozioni. Due anziani si giocano le carte su un bidoncino fradicio rovesciato. Sembrano lì da una vita, e forse lo sono. Uno dice di giocare sicuro di avere le carte in favore, l’altro ride: sa che sarà solo un’altra giornata senza palpitazioni e che il giorno dopo saranno ancora lì ad aspettare. I ritmi si allungano, sembrano scandire le ore che vanno via nella notte. Comincio a sentirmi stanco, e scelgo un gradone del marciapiede per alleviare le fatiche. La notte è un gospel, è anima resa nuda. Mi sembra di veder Gaye nel tipo che mi strizza l’occhio mentre tira giù la sua saracinesca. Canta una canzone andando via per la strada e improvvisamente la Linea sembra anche mia. Le voci rimbalzano tra i palazzoni, vecchi sposi si amano, bambini ancora innocenti aspettano il bacio della mamma e lui rischiara tutti i dubbi: “come ci si sente a poter essere il tuo uomo?”. È questo ciò che conta, è questa la Linea, il senso di appartenenza a un’altra anima, un sentimento da condividere, la voglia di regalare tutto ciò che l’altro desidera. Mi sembra di sentire i Playas, ma credo che sia lo spirito della gente ad accompagnare l’uomo ormai lontano sulla strada. Tutti lo sanno, c’è un’unica domanda che conta: “How does it feel?”, non serve un altro titolo alla nostra vita, non serve altro per ricordarlo. Le anime si sentono unite in un senso comune, la Linea è di tutti. Questa èAfrica: una storia di appartenenza.

Un rullante sordo, quasi ancestrale mi riporta sul mio vagare. Le luci sono spente nelle case, la musica la religione il vinile il fuoco. C’è un garage aperto, e ho voglia di un bicchier d’acqua. Nelle luci soffuse del locale l’atmosfera è sognante, e i riverberi rimbalzano su passi quasi tribali. Si materializza davanti ai miei occhi un’anziana donna. Le rughe sono solchi profondi e duri. Ha in mano una bambola blu e dei bottoni. È un Voodoo. “Entra” mi dice dandomi le spalle. Ma perché lo fai? “Sono lontana da casa e questo è l’unico modo per ingannare l’attesa, per un posto che finalmente mi riconcilierà con il sangue dei miei padri e del mio Dio”. Sento quasi la nostalgia delle notti etiopi nelle sue parole. La giornata mi ha confuso, e così glielo chiedo. “Ma’am… Qual è il senso?”. Risponde indicando il bambolotto “Lui”. Non è follia, è la consapevolezza che tutto ciò che deve essere al mondo sono due anime che diventano una e lo saranno per sempre nel tempo e nella storia. Tutto questo è carnale e incantevolmente magico. Proprio come un Voodoo.

Mariano Biasella