Dare alla luce. Le rivisitazioni luminose di Amy Friend

Dare alla luce. Le rivisitazioni luminose di Amy Friend

La tonalità seppia ricorrente, l’alternanza di figure definite e altre evanescenti, la famiglia, la vita quotidiana e le costellazioni di piccoli fori “studiati” che danno energia e vitalità ad antiche fotografie, quelle che trovi per caso nelle soffitte, nei mercatini, quelle che raccontano storie dimenticate. Sono le caratteristiche di Dare alla luce, progetto che nasce dalla creatività di Amy Friend, pluripremiata artista canadese che abbiamo intervistato per Artnoise.

Cosa ti ha ispirato a creare Dare alla luce? E come mai la scelta di un titolo italiano?

Sono sempre stata affascinata dai vecchi album di famiglia e dalle collezioni fotografiche private. Molti dei miei album familiari sono pieni di vecchi scatti di persone con le quali abbiamo una relazione ma che non abbiamo mai incontrato. Qualsiasi storia personale e connessione è perduta, ed è proprio quello che non sappiamo di loro che ispira gran parte del mio lavoro.
Per quanto riguarda il titolo, la mia famiglia ha origini italiane e fu proprio grazie alla nonna materna che scoprii la magia dell’album fotografico. Da quel momento scattò qualcosa in me, qualcosa che mi portò ad amare le vecchie fotografie. Crescendo, però, ho sentito l’esigenza di dar loro nuova vita: più le guardavo e più  mi sembravano morte, abbandonate, nel senso che il loro scopo originale era finito. Decisi dunque di alterarle permanentemente facendole rinascere, attraverso un procedimento che dà nome al progetto stesso, Dare alla luce. Esse nacquero dalla luce ed è la luce stessa a ridonargli ora nuova vita.

Amy Friend, Afterglow

Amy Friend, Afterglow

Come si sviluppa tecnicamente il progetto?

Ho cominciato a lavorare con fotografie in mio possesso ma con le quali non avevo un rapporto diretto, allo scopo di sperimentare e affinare il mio lavoro. Sono poi passata ad utilizzare anche immagini private e di famiglia, caratterizzate da un coinvolgimento personale. Da quel momento in poi iniziai anche a cercare nei mercatini di antiquariato, su internet e alle aste, il materiale si accumulava e il lavoro prendeva forma.
Dal punto di vista tecnico, il procedimento di ottenimento dell’opera è molto semplice: agisco direttamente sulle stampe d’epoca, effettuando dei piccoli fori che permettono alla luce di passare attraverso il materiale. Successivamente, ri-fotografo la stampa dopo averla posizionata davanti a una fonte luminosa. Il risultato è un’immagine che oscilla tra il presente e l’assente.

Con quale criterio scegli le fotografie? Quando le vedi per la prima volta hai già una vaga idea di come sarà la loro nuova vita o hai bisogno di tempo per capirle, analizzarle ed entrare in connessione con loro?

È piuttosto casuale, scelgo immagini che mi affascinano. Ci sono milioni di fotografie nel mondo e ognuna di loro causa in noi sensazioni diverse. Alcune volte un’immagine mi ricorda qualcosa e la scelgo per quel motivo, ma altre volte, al contrario, è ciò che non conosco ad attirarmi. Non ho alcuna idea aprioristica di come tratterò le stampe, lascio che sia il tempo a farle parlare.

Amy Friend, What Is Done In The Darkness Will Be Brought To The Light

Amy Friend, What Is Done In The Darkness Will Be Brought To The Light

Come scegli i titoli delle tue immagini?

Nella scelta del titolo la presenza o la mancanza di annotazioni gioca un ruolo significante. Se ci sono dettagli scritti sul retro delle fotografie li includo nel titolo, se in caso contrario non ce ne sono uso la mancanza di riferimenti per cercare una connessione tra i miei pensieri e il mezzo o il processo fotografico con le quali sono state realizzate in origine.
Per esempio, nell’immagine What is done in the darkness will be brought to the light (“Ciò che è fatto nell’oscurità verrà riportato alla luce”, nda) si intuisce, attraverso ciò che si vede, che si tratta di un battesimo in acqua. Il mio titolo però è ambivalente, in quanto allude al processo fotografico in camera oscura ma punta anche alla spiritualità, fattore che, nella storia, si è intrecciato profondamente con la fotografia. Come si può evincere nei titoli, essi commentano quello che la fotografia è o non è, diventano qualcosa di nuovo nonostante la loro condizione statica.

Latent Light

Amy Friend, Latent Light

Vuoi parlarci della tua immagine preferita?

Non ce n’è una in particolare, ogni volta cambia durante il mio lavoro. Ci sono immagini che mi accompagnano per un po’, alle quali mi affeziono.
La fotografia Latent Light mi ha affascinato sin dal primo istante per la sua semplicità. È un ritratto, niente di più banale… tutti noi al giorno d’oggi abbiamo dei ritratti, sì, ma al tempo in cui fu scattato? Chi è quella donna? Sarà ancora viva? Perché questa foto è stata data via? Cos’è che ci spinge a conservare o meno un’immagine?
Una vecchia fotografia mi costringe a pormi così tante domande che il flusso delle possibili risposte diventa parte della mia indagine per creare un nuovo lavoro.

Intervista a cura di Marika Saonari

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www.amyfriend.ca

Per le immagini, courtesy: Amy Friend