Dare corpo alle idee. Intervista a Susanna Odevaine e Chiara Ossicini

Dare corpo alle idee. Intervista a Susanna Odevaine e Chiara Ossicini

Cosa significa parlare di danza oggi?

E’ mia opinione credere che il movimento e la danza, forse da sempre ma se possibile con più tenacia nei tempi che viviamo, vadano di pari passo con la vita. Questo perché della vita sono compagni essenziali, lenti di ingrandimento per consultare il libro del nostro stare su questa Terra.

Nei fatti però, se mi guardo intorno, vedo sempre meno danza.

Susanna Odevaine

Susanna Odevaine

Allora per tornare alla domanda, e per provare a darle una risposta, ho voluto raccogliere le voci e i pensieri di Susanna Odevaine e Chiara Ossicini, che da anni e con serietà portano avanti una battaglia appassionata con l’obiettivo di portare il linguaggio della danza nelle scuole, in cui si sente sempre di più il bisogno.

Per prima incontro Susanna. Ci diamo appuntamento all’uscita della scuola Principessa Mafalda, a Roma, dove ha appena concluso un laboratorio con i bambini. Ci sediamo in un bar e iniziamo la nostra chiacchierata di fronte ad una centrifuga arancione…

[Lucia Sauro] Susanna, ti va di spiegarmi cos’è il progetto “La Danza va a Scuola” e da che necessità prende piede?

[Susanna Odevaine] La storia del nostro gruppo è iniziata nel 2002, proprio a seguito della richiesta di questa scuola (la Principessa Mafalda di Roma). La loro necessità era quella di colmare una carenza formativa in area musicale e motoria. Ci fecero fare una lezione dimostrativa ad una prima e ad una quinta elementare dopodiché ci hanno affidato tutta la scuola. Noi non eravamo ancora un gruppo di lavoro, Chiara Parisi, Delfi Ospici ed io ci siamo conosciute grazie a Chiara Ossicini. Abbiamo cominciato a lavorare insieme fondendo delle competenze che erano speculari e complementari. Io non avevo mai avuto esperienze con i bambini, quindi ho passato il primo anno a piangere! Poi ho sentito la necessità di una formazione pedagogica legata al contesto. I bambini che vanno a scuola non vengono a fare danza, non hanno un immaginario legato alla cultura coreutica, per cui non hanno modelli di riferimento. I bambini sono però danzatori potenziali eccezionali, basta trovare un modo diverso di entrare in relazione con loro e tutto è molto semplice. Quindi la danza va a scuola e dialoga, non insegna. Non si deve insegnare la danza a scuola; la danza già c’è, è la danza del bambino, è un linguaggio bisogna parlarlo insieme. La logica alla base dei nostri laboratori è dare la possibilità ad ogni bambino di scoprire il proprio modo, unico ed insostituibile, di dar forma alle idee attraverso il linguaggio corporeo del movimento.

[L. S] A fronte delle difficoltà iniziali, quali strategie hai attuato negli anni per trovare una complicità con i bambini?

[S. O] E’ stato un processo molto lungo. Come danzatori siamo abituati ad un livello di ascolto e di disciplina che diamo un po’ per scontato. Inoltre i bambini, nel momento in cui liberano il corpo, associano questo al gioco inteso come sfogo. Il movimento, nella nostra cultura, è spesso fitness o gioco sportivo. Quasi sempre è considerato un modo di scaricare la tensione, che compensa l’impegno dedicato ad altre attività utili e produttive. Nella nostra società siamo abituati a considerare il corpo separato da tutto il resto, una specie di contenitore che deve essere mantenuto bene, in salute e in forma, una forma che il più delle volte mente, una forma truccata! Al contrario il lavoro sul corpo e sul movimento è educativo quando lavoriamo per integrare le funzioni, non quando le separiamo. Riuscire a portare i bambini a questa integrità è andare loro incontro, rispettando il loro universo espressivo. E’ necessario accogliere questo bisogno di movimento spontaneo, riportando costantemente l’attenzione dei bambini all’ascolto  propriocettivo, cioè “cosa sento quando mi muovo?”, risvegliando simultaneamente  l’attenzione all’ambiente e  alla relazione con gli altri. E’ un’esperienza complessa ma estremamente stimolante.

[L. S] Qual è l’aspetto più bello del tuo lavoro?

[S. O] Le cose che dicono e fanno i bambini. Per il resto ti senti molto solo, quando entri nella maggior parte delle scuole pubbliche, è come se viaggiassi controvento, vanno tutti dall’altra parte. Per fortuna quando i bambini capiscono in che direzione vai sono loro i veri alleati, perché sono capaci di calarsi nell’esperienza in un modo molto profondo e verticale. Il lavoro sta nel riuscire a portare alla coscienza tutto quello che loro hanno già: creatività, curiosità, autonomia, desiderio di fare esperienza di sé per condividerla con gli altri.

[L. S ] In che modo credi che questo approccio educativo possa arricchire lo sviluppo individuale dei bambini?

[S. O] Penso che questa sia veramente una grossa battaglia culturale. Abbiamo costruito una società basata sui consumi. Non siamo una comunità di persone, ma potenziali consumatori, i bambini sono ormai i principali bersagli. Siamo distratti, la nostra attenzione è costantemente orientata su bisogni indotti, comunichiamo sempre con gli assenti e non ci accorgiamo delle persone in carne ed ossa che sono davanti a noi, c’è un problema di presenza a se stessi: chi sono, dove voglio andare e di cosa ho bisogno. Questo lavoro di coscienza lo si dovrebbe cominciare a fare da piccoli, perché la funzione d’interiorizzazione è una funzione psicomotoria importantissima  del nostro  sistema nervoso, è quella che ci permette di sentire quello che giunge dall’interno del nostro corpo, quali sono i bisogni, gli stati d’animo, le emozioni. Quello che si fa spesso con i bambini, invece, e lo si fa molto a scuola, è addestrarli a dare tutti le stesse risposte, non ascoltando i tempi e i bisogni di ognuno. Si arriva ad un conformismo che credo sia veramente pericoloso. Penso che la danza, o qualsiasi attività artistica in questa prospettiva, possa restituire al bambino il tempo e lo spazio per la creatività, l’ascolto e la presenza.

[L. S] Parlando di danza, soprattutto in Italia, purtroppo si lega quasi sempre un discorso sul genere. In che modo secondo te l’educazione al movimento può abbattere questo pregiudizio?

[S. O] Noi, infatti, non parliamo di danza in classe, per non creare resistenze o ingenerare equivoci. La parola danza ostacola la comunicazione con i bambini maschi quindi non la pronunciamo, però la facciamo! E scopriamo che in realtà i maschi sono molto più coinvolti e coinvolgenti perché hanno un’energia vitale strepitosa, sono più liberi nel movimento. Un fenomeno inquietante è che sono i genitori stessi, a volte, ad essere spaventati quando vedono i loro bambini muoversi in modo armonico. Armonico vuol dire effemminato e quindi deviato, per un bambino maschio. Questo è un problema culturale perché in Italia il mondo della danza è estremamente limitato, gli spettacoli che arrivano sono pochissimi  e altrettanto poche sono le persone che li seguono. Ci sono tanti stereotipi: la danza è la ballerina televisiva sexy oppure l’eterea romantica fanciulla in tutù, non andiamo molto oltre a questo.

[L. S] Considerando tutti questi aspetti cosa ti spinge ad investire ancora in un settore così poco valorizzato nel contesto culturale italiano?

[S. O] Una grande passione e la consapevolezza delle potenzialità di questo linguaggio. Il senso estetico è importantissimo perché è ciò che ci rende umani. Il fatto di praticare e vivere un’arte come la danza che ci permette di apprezzare questo sentire estetico attraverso il corpo, poter interagire con altri esseri umani, senza ricorrere al linguaggio verbale, è una cosa che mi appassiona moltissimo. Ed è socialmente utile perché porta con sé valori secondo me centrali per l’evoluzione dell’uomo. La danza è una pratica che permette di esercitare delle funzioni fondamentali per la comunicazione tra esseri umani, la capacità di essere connessi, ma per davvero, non in rete! Non è l’assenza di corpo che ci permetterà di evolverci ma un’altra qualità di presenza nel corpo e al corpo dell’altro.

[L. S] A quali conseguenze può portare l’ignorare l’aspetto ludico/corporeo nell’educazione dei bambini all’interno del contesto scolastico?

[S. O] C’è un problema di motricità generale, al di là della danza. L’apprendimento nella prima infanzia è corporeo.  I bambini oggi fanno poca attività motoria libera, che è invece fondamentale per il sistema nervoso che è plastico e si sviluppa dalle esperienze. Più queste sono ricche ed articolate più le abilità psicomotorie si sviluppano facilmente. Quindi da un lato c’è una mancanza di movimento in generale, dall’altra ci sono delle attività sportive già molto strutturate, che danno subito un orientamento alla fisicità e non prevedono l’aspetto simbolico ed espressivo del linguaggio corporeo. Soprattutto nei primi anni la motricità libera e spontanea è quella più formativa, perché permette ai bambini di organizzarsi autonomamente. Vediamo spesso bambini impacciati o con problemi di coordinazione perché si tende a fare tutto al posto loro.

[L. S] Quali sono gli aspetti che ti auguri possano caratterizzare un adulto di domani e quali quelli che non vorresti lo caratterizzassero?

[S. O] La consapevolezza. Mi piace pensare ad un adulto cosciente dello spazio breve che occupa in questa vita, un adulto responsabile verso se stesso e verso tutti che impiega questo tempo nella trasmissione di valori che aiutano la specie umana ad evolversi. Danzare insieme genera l’esperienza dell’ascolto e della presenza. La danza è senso di libertà, capacità di interpretare e fare delle scelte personali. Quando si improvvisa insieme, o si crea una danza,   si impara a prendere delle iniziative a modulare il proprio agire  riconoscendo lo stesso diritto nell’altro. Sono cose da coltivare molto presto ogni bambino deve avere fiducia nelle proprie potenzialità, avere il coraggio di affermare la propria scelta, anche se non è quella di tutti. I bambini sono essere sensibili che amano la vita e ne sono pervasi… quale migliore adulto di un bambino che ha imparato ad espanderla e farla danzare?!

…non ci accorgiamo che il bar sta chiudendo, e con la mente ancora proiettata in queste questioni veniamo sollecitate dal barista, paghiamo la nostra consumazione e salutandoci la ringrazio per questo tempo lento rubato.

Chiara Ossicini

Chiara Ossicini

Qualche giorno dopo incontro Chiara presso la sede di via Orvinio della Casa Montessori dei Bambini IRAFI, una piccola oasi a dimensione di bambino. Vengo accolta da una bimba che mi dice “tu di quale bambino sei mamma?”, poi Chiara arriva e ci accomodiamo nel suo studio colmo di libri sulla pedagogia infantile. Il vociare dei bambini fa piacevolmente da sfondo alla nostra conversazione…ual è l’aspettQual

[L. S] Chiara, mi spieghi in cosa consiste la tua ricerca di movimento qui nella Casa Montessori dei Bambini?

[Chiara Ossicini] Sono entrata in contatto con la realtà montessoriana nel ’74. La mia ricerca consisteva nel riuscire a conciliare la mia formazione pedagogica e di danza con la possibilità di portare ai bambini un’esperienza di movimento all’interno di un percorso che, insieme al rispetto delle tappe del loro sviluppo, avesse anche un approccio legato all’espressione, alla comunicazione e alla relazione. Nella filosofia montessoriana ho ritrovato come in uno specchio tutti quegli elementi che già facevano parte del mio modo di lavorare come il rispetto del tempo dell’individuo, il lavoro senso-percettivo del singolo e del gruppo. Sono quindi arrivata al lavoro psicopedagogico con i bambini da un’esperienza artistica. La mia formazione in danza contemporanea è avvenuta in Francia, nell’istituto di Francois e Dominique Dupuy, dove c’era una grande attenzione alla pedagogia della danza. A Roma non c’era niente di tutto ciò.

[L. S] In che modo la tua formazione artistica nel campo della danza ha influenzato il lavoro con i bambini?

[C. O] Venendo da un’esperienza di danza contemporanea, dove la ricerca, la dimensione laboratoriale, il rapporto tra tecnica, improvvisazione e composizione sono elementi sempre più approfonditi, e avendo esplorato tutto questo con il mio corpo ho potuto affinare la mia soglia di ascolto. Maria Montessori parla tantissimo di ascolto e credo che questo sia stato veramente importante nella relazione con i bambini, perché mi ha permesso di accogliere quello che loro dicevano con il corpo e trovare delle risonanze. Credo sia molto importante costruire delle relazioni, prima di tutto. In fondo non si tratta tanto di insegnare il movimento ma costruire delle relazioni che possano poi dare al bambino la possibilità di fare delle esperienze in cui il suo mondo viene accolto, rielaborato e restituito.

[L. S] Come ci si sente ad essere osservatrice speciale e testimone delle piccole e grandi conquiste quotidiane dei bambini con cui lavori?

[C. O] E’ una situazione delicatissima. Ci sono bambini che per lungo tempo osservano, si trovano in una situazione di non coinvolgimento o investimento forte, poi all’improvviso qualcosa esce. A quest’età lo sviluppo non avviene solo per meccanismi di accumulazione di materiali ed esperienze ma in un modo per cui all’improvviso qualcosa accade. Bisogna avere un atteggiamento molto attento e molto delicato perché si rischia di non vedere, di non cogliere.

[L. S] Ho notato che nelle tue classi usi spesso con i bambini la parola “cercare”. Vorrei chiederti, in una società improntata sull’ansia del risultato immediato quanto è importante tornare a questa dimensione di ricerca?

[C. O] Credo che nella scuola il lavoro più grosso da fare sia proprio quello di fermarsi un attimo e pensare che il tempo e lo spazio del bambino non sono identici a quelli degli adulti. Il concetto montessoriano di “casa dei bambini” è molto importante in questo senso, soprattutto in quest’epoca, perché si basa proprio sul principio che tutte le proposte fatte al bambino siano operate in relazione ai suoi tempi individuali. Spesso il bambino riceve troppe informazioni, quindi la nostra prima operazione è quella di semplificare. Qui si inserisce il discorso del “cercare”, perché accogliendo il tempo del bambino, il suo modo di stare nelle cose, allora creiamo le condizioni generali affinchè il bambino possa cercare. Direi che è quasi più importante questo che la proposta stessa.

[L. S] Oltre al rispetto dei tempi individuali, qual è un altro aspetto della filosofia Montessori che reputi più illuminante?

[C. O] L’ingresso senso-percettivo alla conoscenza e quindi l’idea della mano, attraverso cui il bambino conosce. Maria Montessori ha parlato tanto della mano, io allargo questo discorso al corpo. il bambino fa con il mondo esterno un vero e proprio corpo a corpo. Quando nasce la sua prima relazione è il corpo a corpo con la mamma, non ha possibilità di parlare o di esprimersi, se non attraverso le relazioni tonico emozionali: attraverso l’ipertono chiede qualcosa e attraverso l’ipotono dice che è soddisfatto. Il suo primo modo di essere al mondo come comunicazione è dunque la variazione del tono muscolare. Allora mi chiedo come fare a dimenticarsi che nasce tutto lì? Quando i bambini vengono da noi intorno ai 2 anni, oltre alla dimensione verbale che iniziano ad acquisire, continuano ad usare il corpo come principale fonte di comunicazione. Spesso la scuola opera una cesura forte rispetto a questo processo e di fatto chiude un canale. In fondo noi siamo nelle scuole a fare attività di movimento perché non si chiuda questo canale.

 [L. S] Viviamo in tempi afflitti da una continua violenza e mortificazione dei valori sociali. Qual è la nostra responsabilità come adulti nel creare le condizioni affinchè i bambini di oggi possano trovare la gioia di vivere, la speranza nel futuro?

[C. O] Credo che una responsabilità grossa ce l’abbia la scuola in termini di socializzazione. Nella fascia d’età tra i 2 e i 5 anni è importante che la scuola possa favorire, insieme ad una dimensione cognitiva, anche quella relazionale e affettiva. Spesso la scuola tende a premere l’acceleratore sull’aspetto cognitivo, di conseguenza la cura della sfera relazionale passa in secondo piano. Credo quindi che qualcosa a cui bisogna sempre più dedicarsi è proprio la scuola dei sentimenti, dell’affettività e delle relazioni. Favorire lo stare insieme nel rispetto dell’individuo come unico e irripetibile. Questo, nella situazione globale critica, difficile e per certi aspetti drammatica che stiamo vivendo, penso possa portare dei frutti molto importanti ed è sicuramente un nostro compito. La proposta di Maria Montessori opera in questa direzione. Un bambino che si ferma con i suoi tempi non si arresta, va avanti. Se il bambino invece è proiettato in un mondo che è fuori dal suo tempo corre senza una direzione.

…mi viene voglia di andare a ballare un po’ con quei bambini, e comunque rimarrei in quello studio a parlare per ore, ma l’orologio del tran-tran quotidiano ci riporta alla realtà. Congedandomi da Chiara mi accorgo però che dentro si è accesso un piccolo sorriso.

Sperando di aprire una riflessione che possa diffondersi concretamente nelle scelte di ognuno, ringrazio di cuore Susanna Odevaine e Chiara Ossicini per aver condiviso con me le loro idee.

Intervista a cura di Lucia Sauro

 

Crediti:

Susanna Odevaine, danzatrice ed esperta in pedagogia del movimento in età evolutiva, è Presidente dell’Associazione Choronde Progetto Educativo e direttrice del Corso di Formazione in Pedagogia del Movimento La Danza va a Scuola.

Chiara Ossicini, insegnante di danza e pedagoga, Presidente dell’Associazione Choronde movimento e danza e direttrice della Scuola dell’Infanzia Montessori IRAFI

Per maggiori informazioni circa l’attività nelle scuole potete consultare il sito di Choronde Progetto Educativo https://www.chorondeprogettoeducativo.it/