Della mano al fuoco, e viceversa. Sull'arte di Mariano Prosperi

Della mano al fuoco, e viceversa. Sull’arte di Mariano Prosperi

 Mariano Prosperi

“Mariano è una piccola storia dell’Arte che arriva e rimane”, scrive il poeta Giovanni Prosperi: non mi è possibile altrettanta leggerezza. Solo qualche appunto, allora, partendo dalla nota che con rara tenerezza Felice Prosperi ha inserito nell’introduzione alla mostra Bellezza e Misericordia:

“Mariano Prosperi è nato a Castelfidardo, in provincia di Ancona, il 26 luglio 1951, fratello di Felice, ora Sacerdote, con il quale ha condiviso i primi anni della fanciullezza, nello speciale rapporto che lega i fratelli gemelli, distanziati poi, ma non divisi, per differenti interessi e amicizie, quali furono la musica e la band dei Cougars per Mariano, che suonava alla perfezione la batteria.

 Questo particolare legame gemellare si è riallacciato a venti anni circa, quando Felice ha intrapreso la via del Seminario, e Mariano volle seguirlo, entrando in Convento con i Frati Francescani Conventuali. 

 (…) Forse è qui la genesi della malattia mentale, diagnosticata come schizofrenia, che infine è stata la vera causa della sua morte, nel togliersi la vita, a 44 anni, il giorno 20 aprile 1995.”

Mariano Prosperi

Mariano Prosperi

L’arte di Mariano (5000 pezzi, fra schizzi, opere minute, centinaia di disegni e pitture, sparsi ovunque, molti in Argentina, dove Mariano passò un anno con i parenti e con il fratello gemello Don Felice, missionario nella periferia di Buenos Aires) è  la rosa senza perché: fiorisce perché fiorisce. Il suo vaso di fiori, del resto, è un sunto di arie e di stupori implosi, un’offerta della mano al fuoco, e viceversa.

Le mani di Mariano mi sembrano, almeno per quanto ho potuto vedere dalle sue foto, un compendio del disarmo, e ancora più sono le sue Madonne, di una bellezza ignota a se stessa, precipitata in voto di sospensione aerea, concentrata, votiva adunanza di asimmetrie e colori, pittura pluviale e senza appartenenza : noi non amammo una singola cosa, ma l’immenso fermento, come al margine di una elegia di Rilke. E sembra che non ci sia verso di spiegarsi che la pittura qui vada intesa come pensiero sulle mani nella stessa maniera in cui andrebbe inteso il pensiero ai piedi del funambolo: è tutto lì, nella piccola veglia reciproca degli strati, delle superfici visitate una ad una: leggerissima manovalanza dell’idea che sa della carta come terra spirituale, e disegna un volto o un  paesaggio come fatto di soli ictus e cadute, isole screpolate di colore.

Mariano Prosperi

Mariano Prosperi

Non c’era, forse, altra maniera di dipingere se non quella di organizzare i resti (“poesia è ciò che si lascia assolutamente fuori”), scompigliare cioè la rete dei nascondimenti,  mettere da parte, via via,  la materia prima di un abbecedario della costruzione: il calendario fatto di chiese dove si ritrova, ed è un miracolo senza concetto, il peso e  la dimensione della pietra.

Mariano Prosperi è, allora, una vertigine legata al mondo, così, senza destinazione, come se avesse da rivoltarne la fodera, come fuoco indispensabile: l’inutile che salva se stesso.

Mariano Prosperi

In con conclusione, trascrivo qui sotto un altro frammento del poeta Giovanni Prosperi come contributo all’opera di Mariano:

 ”Mariano aveva un segno a matita leggero come la sua scrittura che sembrava non toccare la carta. Riusciva a fare una mano senza staccare la bic, in pochi secondi, perfetta e proporzionata in tutte le posizioni: mi incantava la sua facilità e maestria. Poi la sua passione per la batteria, aveva l’orecchio assoluto per la musica tanto da trascrivere su di un quaderno tutte le battute di una canzone senza conoscerne una nota. Stava spesso solo, parlava poco, aveva pochi amici che lo stimavano per la sua bontà e raffinatezza. Poi, improvvisa o meditata la svolta nella teologia e l’entrata prima al Santo di Padova, più tardi a San Francesco di Assisi deciso a diventare frate. (…) Sono riuscito a fargli solo due mostre, una a Castelfidardo (curata anche da Tarcisio Lancioni), in una piccola chiesa sconsacrata, l’altra a Numana.

Tenterò un profilo artistico sul concetto di astrazione e di ricerca del colore: centinaia e centinaia di prove di colore con metodologia scientifica su carta tipografica di scarto, con annotazioni algoritmiche; poi i suoi quadri ad olio fatti con le mani tanto per evitare il medio fastidioso del pennello, e da preferirgli la spatola. Non erano niente altro che paesaggi e passaggi infiniti della sua anima dentro un mondo che voleva aprire per vederne il di dentro come Hölderline. Segni a cera, acquerello e nelle quattro varianti delle penna bic alla vana ricerca della leggerezza del cuore. 

 

Mariano Prosperi

Colori gettati sopra fogli come piccoli coriandoli o stelle filmati in un tentativo di festa inutile o andata a male, diciamole: lacrime colorate. Ho dimenticato i suoi lavori a spatola come tentativo di organizzare il caos e il carnale. I suoi origami su foglietti 6×6 che dentro una scatola stavano come pulcinella dell’arte, scatola di scarpe, del basamento della purezza: erano immettibili alla vista, incommerciabili: pieni del leggerissimo nulla che il genio offre in poesia. 

No! Non era un artista concettuale, era “solo” nella storia dell’Arte, troppo complicato e troppo semplice, troppo per sopportale la mondanità e la metafisica.” 

 Roma, 19 Marzo 2016 

 

Mariano Prosperi

 Mariano Prosperi

 

 

Giorgio Cornelio