"Di tutto conosciamo il prezzo, di niente il valore" F.N.

"Di tutto conosciamo il prezzo, di niente il valore" F.N.

E volevo essere famoso. Volevo essere un artista famoso. L’arte è più importante dei soldi. Però ci serve molto più potere di quello che abbiamo grazie ai soldi” Damien Hirst

    Mossa da un impalpabile sentore di insoddisfazione che aleggia dentro me da diverso tempo mi accingo a riflettere sulle impressioni negative nate in seguito ad alcuni piccoli aneddoti che hanno colmato alcuni momenti delle mie giornate lavorative e che ritengo a distanza di tempo abbastanza significativi. Probabilmente trarrò semplice spunto da questi episodi accidentali, finendo con lo scontrarmi in argomentazioni più o meno futili o interrogativi di non facile risposta; ma penso che in un tale stato d’animo l’argomento a seguire possa per lo meno aiutarmi a definire uno scenario che fino ad oggi avevo sinceramente messo fin troppo in secondo piano.

Credo che la mia concezione piuttosto aulica e ancora un po’ romantica dell’arte, percepita unicamente nella sua trama estetico-concettuale, non abbia aiutato in questo e ha conseguentemente acceso in me ulteriore turbamento di fronte allo scenario svelatomi per esempio anche in un contesto quale quello offerto dal “mercato fieristico”.

Gallerie che pensano a cifre per compratori in cerca dell’offerta migliore, clienti che entrano in “spazi pensati per l’arte” avendo il coraggio di esordire (anche con fare compiaciuto e con l’aria che tu possa comprenderlo) “devo arredare casa” o “io non ne capisco niente di arte, ma vorrei investire”: in sostanza un’arte vista e pensata come vera merce di scambio, soggetta a un puro interesse economico e sospetto elemento di autoreferenzialità….d’altronde di che lamentarsi, così è sempre stato, altrimenti non sarebbe stato possibile nemmeno garantirne una certa sopravvivenza, ma rimane difficile restarne indifferenti.

   Il mercato dirige da dietro le quinte l’orchestra dell’arte, la produzione; più che seguirne i “movimenti” ne diviene emanazione. Il fenomeno dell’arte contemporanea è senza dubbio il frutto di innumerevoli interazioni tra le diverse componenti del mercato e non. Esistono diversi e autorevoli attori che compongono questo sistema come gli artisti più quotati, i potenti galleristi (…e i loro collezionisti), i direttori di musei prestigiosi, organizzatori di fiere e biennali, i più apprezzati critici e curatori, editori, fondazioni etc: tutti questi ruoli professionali svolgono specifiche e differenti attività al fine sì di cooperare per sostenere la valorizzazione e la diffusione dell’arte e della cultura, ma al contempo detengono il potere e le capacità di dettar legge nel mondo dell’arte e impostare così le regole, precise ma inflessibili, del mercato.

   Del resto l’arte e l’economia sono apparati che solo apparentemente discordano. Rivelano difatti molti aspetti in comune, come ad esempio il fatto che in entrambe esistono figure o regole più o meno concordate (e più o meno sovvertibili); di fronte a queste due realtà che scontrandosi non fanno che attrarsi vicendevolmente è ormai appurata l’influenza che si crea (e si subisce) tra loro.

   Ma con quali meccanismi e con quali criteri si attribuiscono valori (economici) davvero così elevati a un’opera d’arte? Il valore emozionale o semantico prima di tutto, di certo in misura ridotta la forza lavoro, per non parlare del mero lato funzionale. Dal momento che non credo esistano criteri oggettivi e realmente universali per valutare un’opera o l’arte in generale, penso che in questo contesto giochi molto la predisposizione che vige a far incarnare sempre più agli artisti il ruolo di miti assoluti; questi ultimi (ma non tutti, ovvio) si sanno inserire come protagonisti privilegiati nel mercato dell’arte contemporanea e si dimostrano sempre più in grado di sfruttare le nuove leve del marketing e l’enorme potenzialità della pubblicità; l’artista contemporaneo prende consapevolezza delle dinamiche che dominano il mondo dell’arte, come il fenomeno del branding (originariamente associato ai beni di consumo), e a ciò si sa adeguare. Accanto a questo esiste la variabilità del mercato, così scarsamente prevedibile e in grado di far sì che le opere d’arte vengano sempre più considerate come beni di investimento, registrando in certi casi rendimenti superiori di quelli ottenuti investendo in titoli azionari.

Il mio unico timore è che l’uso esasperato di modalità di pensiero provenienti dalla pura economia stia trasformando sempre più l’arte, massificando il gusto e conformando la fruizione delle opere a quelle di qualunque altro prodotto di largo consumo (“sempre più opere e meno concetti per designarle”?). Le nuove metodologie del mercato stanno sempre più invadendo e influenzando l’arte, intromettendosi in ciò che dovrebbe rimanere distinto da ogni variabile speculativa: il valore estetico e intrinseco dell’opera. Bisogna capire, partendo da qui, quanto questo sistema stia o abbia già compromesso la veridicità o l’onestà dell’arte stessa e la sua reale fruizione, perché sembra di essere entrati in una logica in cui è il business a detenere il comando, a dare giustificazione dell’arte, e non la critica.

Giulia Zamperini