Di tutto quel che amo, Paolo Conte.

Di tutto quel che amo, Paolo Conte.

E pensavamo alle donne, che un giorno sarebbero state calde e feline, elettriche strette in pelliccia, con tacchi come compassi e calze d’antan – passione per la musica di ruggine, magnifica, per ogni ricordo circondato di fumo e vecchi rumori di ferro che scotta, di colline, di salite verso il sole o la neve. Pensavamo alla maschera di un volto, ai solchi lungo cui si arrampicano scimmie irresistibili e voli d’uccelli vaganti attorno ai capelli; il contrabbasso della Milonga, che è il fruscio di un ventre, lo schiudersi d’una gonna pelosa, di un altro rum, s’il vous plait. Bartali risale lungo le Alpi, è il ricordo di una stagione, il muscolo contratto in bacio, Bartali è un piccolo tango d’orchestrina, è il campo al mattino dopo che è piovuto, l’uovo sbattuto e una grappa bianca.
È quel suono che assomiglia al confine fra la nostra casa e il mare.
La responsabilità è una voce collettiva, che non racconta il proprio minuscolo percorso, ma che è l’indagine serrata e dolce di tutta un’umanità, di un ricordo tramandato, di un sentimento, di una donna amata da milioni di uomini, ancor prima che milioni di uomini nascessero. È la scarpa di nostro nonno che guardiamo di tanto in tanto, a far capolino sotto al letto. Nella responsabilità, ci sentiamo un po’ cani dispersi nella pioggia. Sarà che alla ricerca di un dolore ci restituiamo una preferenza, una scelta non occasionale. Sarà che in fondo siamo cresciuti, e cambiati.
Paolo Conte non è una vita disperata. È la sensazione di un secolo intero tradotta in uno scalpiccìo di cavalli al cinematografo; è l’ala di tela che emerge dalla polvere, inseguita da un ragazzo in bicicletta. È la ballerina di Parigi, dalla pelle color mogano, che sorride e profuma, che ulula su dai piedi, lungo le gambe, gettando in pasto ai borghesi la solenne bellezza di un disordine. È la notte di pioggia in cui mi ritrovo a scrivere, in cui ci ritroviamo io e te, nonostante tutto, uniti in questo pianoforte acciaccato, pachidermico, nato per rovesciarsi la polvere sui tasti, per stridere nelle case accasciato accanto ad un camino spento, al respiro esausto del fumo di una pipa. Siamo nella campana di un sassofono, si scivola da una parte all’altra; attorno la città è invasa dalle portinaie, dai caffè al mattino, dal calore dei giornali, dai tori lungo la strada in un pomeriggio afoso; magari è solamente l’agosto in Provenza, magari sono soltanto i vecchi che giocano a belote, là in fondo, o sono i nostri sogni. Oppure è Biarritz, e questo è solo un altro Calvà.
In Francia, di solito, sanno riconoscerli bene, gli italiani. Lo sanno a memoria, che siamo capaci di vivere lungo le vette più inaccessibili all’umanità, mantenendo il profilo collinare e marino d’una serena penombra. I francesi li conoscono, i nomi su cui porre l’accento: Paolò, Faustò, Piero Litalianò. Mandano a memoria fisarmoniche e sassofoni, arene e vecchie bevute, Hemingway era lì, sottinteso come il più grande scrittore del secolo, con quell’enorme carico di dolore, eppure non lo hanno mai cantato così. Hanno pazientemente atteso che arrivasse da qualche parte, là fra le montagne o dal porto, un italiano a raccontare gli uomini. Brassens, Ferre, Léotard, Reggiani, figli comuni di quell’immenso abbandono che è il Mediterraneo, e che in Francia conoscono solo a Marsiglia. Tu lo sai cos’è, il Mediterraneo.
Il dramma di questa musica, è che mano a mano non si riesce più a poggiarla, sta prendendo il volo ormai, siamo talmente annichiliti, e la poesia non è più eterna. Questa memoria, che ci ostiniamo ad amare, è un abito vecchio e logoro, a disagio in ogni occasione; questa memoria è il bacio d’un amore che non abbiamo neppure avuto.
Paolo Conte si muove immenso fregandosene altamente di questa malora. Il Novecento farà forse parte di un’epica, e noi dovremmo riprendere la strada. Donarci nuovamente a un patto franco con la vita, senza giudicare gli anni, senza presunzione, ritrovandoci ancora scalzi sotto al sole, con le camicie aperte, allenandoci in vista dei cerchi della notte – che è ormai soltanto alba, per noi.
Quel che muovono queste immense donne, è il velluto dei locali e il buio, la vibrazione degli ottoni, dei talloni e – ah! – delle sigarette fuori in strada. La musica è lì, pugilata da Duke Ellington, carezzata da Gershwin – vicolo di notte con fontana nel fondo. Da bere là, fino a non aver più sete.
Da bere fino a quando questo pianoforte non avrà smesso di suonare, rincorrendo ogni tasto, ora bianco, ora nero, a grandi balzi, mai stufi di quel che capita da camminare.
Io ricordo la Liguria, e ricordo come la si intuiva da lontano, Genova. Senza necessariamente venire da quella fascia di terra in cui piove sempre, e il sole è raro e ingenoroso. Ricordo come a cavallo fra il Piemonte e la Liguria crescesse il Rossese a Dolceacqua, selvatico e impertinente, armato e sensuale, dalle caviglie fine delle isolane, dal nerbo dei polsi che hanno le donne che son cresciute guardando le onde. C’è tutta la fatica degli italiani, in questo ricordo approssimato, in questo sapore sulle labbra, in quel che lascia la musica di Paolo Conte; c’è quel che si può scorgere, intravisto appena, nella consistenza dell’aria d’inverno fra i vicoli delle case in cui neppure siamo nati; passiamo tutti da queste parti, ma senza arrestarci, senza riposare. Senza poter dire: siamo noi. Noi eravamo nel fondo di qualsiasi vicolo, tre diventati due.
Ecco, ora sta piovendo più forte – a cos’è che pensavamo? Siamo certi che fossero quelli i pensieri da inseguire? Nella selva di questi errori, di queste indecisioni, di queste prepotenze, forse farebbe bene a entrambi ascoltare ancora un poco di questa musica. Solamente per comprendere di nuovo in noi stessi un ritmo. Per avvicinarci ancora a quel che amiamo – zio, spiega la vita, spiega com’è.
In Italia non esiste alcun cantautore – vivo – che possa permettersi di essere chiamato tale se non Paolo Conte. Esistono, è vero, una marea di buffoni – che non hanno neppure idea di che cosa significhino le parole, e che ci stuprano ogni istante della nostra vita, nell’oscurità, nella battaglia che siamo costretti a vivere in mezzo agli altri. In mezzo a coloro che offendono e fanno del male. Nella fanghiglia in cui un Capossela qualsiasi può rinnegare Paolo Conte, rivendicando Tom Waits, laddove l’orrido Mannarino viene considerato un poeta, e questo è più grave di venti, quaranta, cento anni di Berlusconi e di un milione di eventuali Donato Bilancia sparsi in strada – a meno che essi non facciano fuori, con repentina sagacia, i demoni – e allora viva i serial killer, viva l’antidemocrazia, viva la selezione degli intelletti, se lintelletto è Mastandrea, maledizione! Siamo destinati a spalmarci la merda sulla pancia, aspettando che qualcuno la inghiotta al posto nostro, perché non siamo neppure in grado di arrivarci e porre fine alle nostre miserie. Perché in fondo la merda non la riconosciamo. Siamo convinti di riconoscere la bellezza – e della merda, chi ne sa niente? Ah, la merda, questa compagna fedele, appiccicosa, odorosa, calzabile, comprensiva, capace di accompagnarci in ogni istante, in ciascun momento in cui parliamo di letteratura, di musica, di pittura, persino di fotografia! Guardatevi attorno quando uscite di casa, per quale motivo stiamo parlando di Paolo Conte? Per parlarne con un balordo qualsiasi? O con me? Ma se a me non mi trovate, e neppure all’amico con cui sto parlando, davvero, non ci trovate!
Finché esisterà un’etica del coraggio esisterà Paolo Conte. Ed esisteremo noi. Senza piattaforme, senza compromessi, senza isole felici. Non perché si tratti di commercio, nonostante questa musica fra gli ipocriti venda parecchio. Che ironia! Sognare un avvocato! Di Paolo Conte, tuttavia, neanche a parlarne! Eppure deve essere un ottimo avvocato!
Pensiamo alle donne, stese su letti occasionali. Da qualche parte, al di là delle finestre, ci deve essere il mare. Siamo io e te, amico mio, come sempre. Sempre eternamente belli, mentre attorno gli altri si permettono di appassire senza mai essere stati fiori. Nel fondo della stanza suona questo pianoforte sghimbescio, è aria di festa, è il momento di ricordare tutti coloro che abbiamo perso, quel che abbiamo vissuto e che ancora soltanto capiremo solamente io e te. Perché sai che questa gioia non è concessa a tutti. L’orchestra suona in questa notte semiseria: gli ottoni sono un tantino appesantiti, c’è ferro, c’è scontento. L’orchestra reclama i propri soldi. Fellini, Morricone, la scalinata di Cervara di Roma, Asti, ci sarà pure un buon posto ad Asti in cui mangiare un uovo al tegamino con del tartufo senza spingerci ad Alba. Laddove non ci conoscono. Più vasti dell’alcol, più forti delle lire! Laddove quasi ignorano Paolo Conte, ne sono sicuro, perché in fondo è così grande da non significare niente, come siamo noi due, o no? O significhiamo meno di tutto quello che abbiamo perduto?
Intanto, per prepararmi alla dipartita ormai prossima di questa enorme spada di Damocle dinnanzi alla modernità, penso a uno spazio indefinito in cui due giovani hanno accolto per sempre il bagaglio impegnativo di una vita che non fosse solamente contemporanea e futura, ma anche profondamente, illusoriamente, antica. E sulle note di questa musica, rivedo il contorno di una bicicletta, di un sorriso, di un marciapiede e l’odore in espansione di un paio di gambe – frontiera di un futuro costantemente espanso in una risata, e mai in una nostalgia fittizia, e mai in un’eleganza che non fosse di zebra.
A presto,
Fabrizio (Sabatini).