È quel che è – Le «poesie d’amore di paura di collera» di Erich Fried

È quel che è – Le «poesie d’amore di paura di collera» di Erich Fried

Che cosa sei per me?
Che cosa sono per te?
Che cosa sono?

Ogni definizione di noi stessi parte dagli interrogativi che ci poniamo. Interrogativi capaci di scavarci dentro per anni, irremovibili ed implacabili, fermi lì in attesa di una risposta soddisfacente. Ed Erich Fried lo sapeva bene. Un poeta austriaco ebreo, scampato a soli 17 anni alla follia nazista al caro prezzo dell’esilio forzato dal suo paese d’origine, lo sa quanto schiacciante può essere il peso a cui è votato chiunque non riuscirà mai più a riconoscersi in un’identità precisa, in una comunità ed un popolo di cui sentirsi partecipi, in una patria. Ma la definizione di sé stessi, di fronte ad un destino che sembra fatto apposta per essere subìto, si nasconde anche nella volontà di non lasciarsi piegare, nella disperata ricerca dell’arma più congeniale per non arrendersi. Fried, come ci racconta questa raccolta di poesie, ha riconosciuto la sua nella parola.

Ecco che di queste poesie «d’amore di paura di collera» non stupisce tanto il disincanto, o il consolidarsi di un senso imperituro di sradicamento – tutto ciò, insomma, che ci si potrebbe aspettare da «una coscienza ubiqua», così come la definisce Luigi Forte nella prefazione, privata per sempre di un suo centro dal momento in cui è stata scaraventata fuori dall’involucro protettivo della sua patria. A sorprendere, qui, è piuttosto la mancanza di qualsiasi traccia di scoramento, sormontata dalla ben più radicata eco di un’anima combattiva che, pagina dopo pagina, riecheggia schietta, e fiera, e vitale.

C’è grande rabbia, nelle parole di Fried. Un’ira funesta che si scaglia contro ogni tipo di ingiustizia, che trascende qualsiasi schieramento politico e si fa indignazione etica universale. Anche nei confronti di Israele e del sogno che rappresenta, quello di una possibile patria ritrovata dopo anni di esilio: «Quando fummo perseguitati / io ero uno di voi / Come posso rimaner tale / se voi diventate persecutori?». C’è un coraggio estremo, anche, nell’attitudine a sacrificare sull’altare degli ideali i propri stessi sogni. E una purezza d’animo nella capacità di stupirsi ancora, in maniera quasi infantile, delle brutture del mondo. Tutti elementi che non di rado hanno reso Fried, agli occhi dei suoi contemporanei, uno sdegnoso moralista da criticare perché privo di una posizione politica precisa. Ad una lettura meno snobistica, le sue poesie sono mine vaganti, scomode radiografie di come siamo. Perché l’ingiustizia siamo noi, sono i nostri errori, le nostre distrazioni. Come Fried sottolinea nella poesia Debito di riconoscenza (50 anni dopo la presa del potere da parte di Hitler), in cui uno dei primi ad aver subìto il delirio nazista ha la capacità di trascendere quel dolore per mettere in guardia le future generazioni sui possibili mali futuri:

Troppo abituati
a fremere di sdegno
per i delitti
dei tempi della croce uncinata
dimentichiamo
di essere grati almeno un poco
ai nostri predecessori
perché le loro azioni
possono pur sempre aiutarci
a riconoscere per tempo
il misfatto incomparabilmente più grande
che noi oggi stiamo preparando

C’è anche amore, infine, nelle poesie di Fried. Un amore che, per sua stessa ammissione, si è fatto sentire negli anni vicini alla morte più vivido, tenero, erotico e profondo che mai. Quasi una ricompensa a tanta pungente percezione delle ingiustizie e della paura, della vacuità e della stasi del mondo circostante. L’amore che finalmente lo vivifica diventa quella patria tanto agognata verso cui Fried ha cercato di avvicinarsi con la poesia e la visione razionale, lucida e ironica della realtà.
Un funambolo della vita ha saputo trasformare la sua attività letteraria in un porto sicuro, con uno stile diretto e incisivo, tragicomico e versatile. «Restare vulnerabile è, in qualche modo, più difficile ma anche più vitale», ha confessato Fried. La sua poesia, ma soprattutto la sua esistenza, ne rimangono la prova concreta.

La vita
sarebbe
forse più semplice
se io
non ti avessi mai incontrata
Meno sconforto
ogni volta
che dobbiamo separarci
meno paura
della prossima separazione
e di quella che ancora verrà
E anche meno
di quella nostalgia impotente
che quando non ci sei
pretende l’impossibile
e subito
fra un istante
e che poi
giacché non è possibile
si sgomenta
e respira a fatica
La vita
sarebbe forse
più semplice
se io
non ti avessi incontrata
Soltanto non sarebbe
la mia vita

Simona Di Michele

Erich Fried è quel che è EinaudiAUTORE: Erich Fried

TITOLO: È quel che è. Poesie d’amore di paura di collera

CASA EDITRICE: Einaudi

PAGINE: 220

ANNO: 1988

PREZZO: 15.00 €