Elio Pecora ha due talenti

Elio Pecora ha due talenti

Per essere poesia è poesia. Di questo non c’è dubbio quando si parla del primo libro di Elio Pecora, La chiave di vetro.
Il termine “poesia” sembra ormai allontanare, perché richiede partecipazione e profondità. E nessuno ha voglia di guardarsi dentro e tantomeno si ha voglia di partecipare alle profondità altrui. Ma Elio Pecora, uno dei massimi poeti italiani contemporanei – ha scritto opere di poesia e di prosa, per bambini per adulti, per il teatro; profondo conoscitore della poesia da Sandro Penna a Pasolini, da Dario Bellezza a Elsa Morante –, ha due talenti.

In occasione della festa organizzata per l’ottantesimo compleanno di Elio Pecora, l’appuntamento era a via Baccina alle 18.00, nella sede di una piccola e preziosa casa editrice, Empirìa (pubblica opere di poesia, romanzi, racconti e saggi con scelta attenta e ragionata). L’atmosfera era calda sia per l’entusiasmo, sia perché i vani erano talmente angusti da non esserci abbastanza aria per respirare tutti. Sedie ovunque, anche nei passaggi tra una stanza e l’altra, a creare strettoie. I più claustrofobici sono usciti dopo poco dall’inizio della celebrazione, altri hanno resistito fino all’ultimo e non si son fatti distogliere. Altri ancora sono rimasti a metà, un po’ fuori a prender aria, un po’ dentro ad ascoltare rapiti.
Fortunatamente c’era poco da vedere e tanto da ascoltare. Davanti ad amici, familiari, docenti universitari e intenditori il poeta ha letto brani dal suo libro, ha ricordato momenti della sua vita e ha dato spazio alla musica di un duo mandolino e fisarmonica. La musica, la lettura e il ricordo, tre elementi imprescindibili l’uno dall’altro.

Durante le due ore del festeggiamento Elio Pecora ha dedicato alcuni minuti ai motivi per cui non si legge poesia. Ed ecco il primo talento. Pur essendo una forma di espressione in cui tutti primo o dopo si sono cimentati, anche con pochi versi o per mettere in fila poche rime, nessuno la legge, o perlomeno pochi. La poesia appare tanto indigesta alla maggior parte delle persone, probabilmente per colpa degli insegnamenti scolastici, ha sostenuto il poeta. La poesia va recitata ad alta voce, non smembrata per essere analizzata metricamente, sintatticamente, semanticamente, deprivandola così della sua naturale musicalità e armonia, ha continuato.

Elio Pecora ha girato per le scuole, soprattutto elementari e medie, con spirito quasi missionario per parlare del puro piacere della lettura svincolato dall’obbligo dello studio, dal dover ricordare la trama per farne la sintesi, o dall’analisi delle parole del testo per scovare un significato nascosto. La semplicità del leggere, per divertimento, per il piacere di fantasticare. Perché fin da piccoli bisogna imparare a nutrire l’anima oltre che il corpo. E il miglior modo di farlo è la lettura.

“Ho deciso di concludere con l’inizio.” Durante il suo discorso, prima di iniziare la lettura dei brani tratti dal suo libro d’esordio, pubblicato nel 1970, sugli anni passati a Roma a lavorare in una libreria, poi sugli anni dell’infanzia e adolescenza passati a Sant’Arsenio nel Salernitano e poi a Napoli, Elio Pecora ha raccontato dei membri della sua famiglia, suo padre, sua madre, suo fratello, le sue zie. Descrive gli abitanti del paese e gli amici di famiglia. Descrive le case in cui è vissuto a partire da quella di famiglia a Sant’Arsenio, l’unica casa in cui, come confessa lui stesso, riesce ancora oggi a scrivere per se stesso, immerso nel silenzio in ascolto solo dei suoni del giardino. A Roma, dove vive ora per la maggior parte dell’anno, riesce invece a scrivere solo per gli altri, ha confessato rassegnato.

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Il libro è un racconto in poesia, senza rime, un testo perfetto per essere recitato. Ma anche a leggerlo a voce bassa, in completo raccoglimento, non gli si fa torto. I vecchi pregiudizi legati alla cattiva nomea della poesia si dissolvono già dopo i primi versi.
Ed ecco il secondo talento, non meno importante.

La voce è limpida, la storia è chiara, lineare, le emozioni suscitate comprensibili. Con maestria Elio Pecora affronta un tema letto e riletto come il passaggio dall’infanzia alla vita adulta in chiave autobiografica. C’era chi, ha detto lui stesso, ha tentato di dissuadermi dal pubblicare un testo in cui così chiaramente e crudamente espongo le vicende che mi hanno segnato e che ho realmente vissuto.
A volerla recitare ad alta voce l’effetto è diverso rispetto a un testo in prosa. Il ritmo segue fedelmente il significato delle parole. Si fa svelto lì dove si elenca, dove si descrive.

 La sera tardi accompagnavo zia Rosina al suo cancello
verde. Il cane grattava dietro la porta,
ombre di foglie s’affacciavano al loggiato.
Al cantone, aspettando che spegnesse la prima
lampada, che accendesse l’altra della seconda
scala, mi raccontavo la sua casa.
La scala di cemento, la ringhiera col pomo d’ottone,
la coppa incollata sullo stelo di bronzo,
il divano a fiori,
il camino con cenere e immondizie, il ritratto di lui,
l’erba cedra.

Si fa rarefattolì dove c’è la solitudine(“Tornavo tardi la notte.”p.36) con versi sparsi e solitari sulla pagina o anche a fondo pagina, per essere letti isolati. L’intensità giustifica l’esclusione dal corpo compatto del testo.
Nei momenti della narrazione lo stile si fa piano e regolare, rispettoso di ciò che si sta narrando per scegliere la giusta parola, la giusta sfumatura.

 A volte, quelle sere, nella casa in collina
zio Michele suonava l’armonica. Nei vecchi motivi
tremolava uno strazio più antico di quello
aveva preso alla morte del figlio, un bimbo rosso di capelli dal cuore debole.
Quel piccolo fu lasciato tra i fiori, con le finestre
aperte. In cucina le zie evocarono gli abitatori
di quella casa ventosa. Per gli orti aperti di marzo
il padre vagò a segnar rossi i tronchi degli innesti.
Io cercai parole fragili, non apprendendo il morire.
Quel mio zio ha ora un telescopio; ci guarda
dentro la notte le stelle che camminano.

A leggere Elio Pecora la voglia di dedicare alcuni muniti al giorno alla lettura della poesia, in ogni sua forma dal romanzo in versi all’haiku, si fa risentire. Se non è talento questo.

Giulia Priore
foto di copertina: Alessandro Licata