Elio Petri: Non è tenebra e non è luce, non è errore e non è verità

Elio Petri: Non è tenebra e non è luce, non è errore e non è verità

L’officina in via dei Giubbonari, al Parione, era umida e buia appena dopo il mezzogiorno.

Il fuoco della piccola fucina, scoppiettando rumorosamente, scaldava solo gli spazi antistanti alla forgia. Il piccolo Elio ci andava di rado, ma ne era profondamente affascinato, amava quella atmosfera. Nei giorni assolati, preferiva però girovagare tra le bancarelle di Campo de’ Fiori o arrivare sul lungo Tevere dal Vicolo delle Grotte. Era un bambino tendenzialmente solitario. Amava passeggiare con il padre e fare il bagno nel Tevere con lui in uno slargo vicino al circolo canottieri. La sua famiglia era di umili origini. Il nonno aveva aperto trent’anni prima, in una Roma completamente diversa, una officina per la lavorazione di rame e di zinco. Erano caldearai di antica origine, facevano cucine, stufe in rame e stagnavano pentole e altri accessori. La madre lavorava in una latteria non distante dall’officina del marito. Il piccolo Elio passava però la maggior parte del tempo a casa con la nonna materna: una donna severa e molto cattolica; gli impose una educazione ferrea e piena di principi morali. Dal nonno e dal padre, che erano d’idee socialiste e profondamente antifascisti, aveva appreso l’etica, l’importanza del lavoro e dell’uguaglianza sociale. Dalla madre, donna solida ma affettuosa, l’importanza dei sentimenti.

Con l’adolescenza sviluppa una attenzione ai temi politico sociali e comincia a militare in piccole cellule del Partito Comunista. Proprio in quegli anni, dopo un processo di democratizzazione, il partito era uscito faticosamente dalla clandestinità; si stava sviluppando una rete fittissima di sezioni e punti di aggregazione sociali e culturali; è proprio in quegli ambienti, che comincia a formarsi intellettualmente e politicamente.
Studia e fa piccoli lavori per quotidiani e giornali a distribuzione locale.
Ha una passione sfrenata per il cinema americano e per il genere “noir” francese.
Nella rinascita del cinema italiano del post conflitto, in quel clima di rivalsa, troverà i primi stimoli e un campo fertile per la sua voglia di raccontare una società ferita nel profondo.
Comincia a scrivere di cinema sulle colonne de L’Unità sotto la guida sapiente di Ugo Casiraghi, su riviste come Città Aperta e Gioventù nuova.
Frequenta la storica Osteria dei Pittori, non distante da Piazza del Popolo, autentica fucina e punto di raccolta d’idee della brulicante scena intellettuale capitolina di quegli anni.
Avrà modo di conoscere personaggi del calibro di Giuseppe De Santis, Guido Brignone, Carlo Lizzani.
Sarà proprio Giuseppe De Santis a offrire la prima grande occasione di lavorare nel cinema.
Il regista affida al giovane Elio il compito di fare una inchiesta su di un fatto di cronaca, che tanto impressionò la società di allora. Il crollo di una palazzina in Via Savoia che coinvolse settanta giovani donne che avevano risposto a un annuncio di lavoro, apparso pochi giorni prima su Il Messaggero.
Un solo posto disponibile per un numero impressionante di candidate. Il cedimento di una scala e un solaio provocò una vittima e decine di feriti gravi. Questa terribile storia, emblematica per il contesto in cui si verificò, diventerà il soggetto per un lungometraggio: Roma ore 11.
Comincia proprio con quel film, anche se non è accreditato come tale, la sua carriera da sceneggiatore, che lo porterà a collaborare con molti registi. Firmerà sceneggiature per Gianni Puccini, Giuseppe Amato e Leopoldo Savona, oltre allo stesso De Santis, veri e propri maestri di pellicole di genere popolare.
Dopo una lunga e serrata frequentazione dei set cinematografici, decide di passare dietro la macchina da presa.

1-lassassinoLa sua prima esperienza è un documentario prodotto dalla Minerva e sceneggiato con Tonino Guerra: Nasce un campione.
Girato a Sant’Arcangelo di Romagna e dintorni, racconta poeticamente la passione popolare per la bicicletta e per i campioni di allora, attraverso la piccola storia di un garzone, promessa del ciclismo dilettantistico.
Continua il suo lavoro di critico e di sceneggiatore, firmando diversi copioni in un momento difficile per il cinema italiano.
Lascia la redazione de L’Unità in seguito alla posizione ufficiale del partito, sui tragici fatti in Ungheria.

In quel travagliato periodo gira il secondo cortometraggio, I sette contadini, con la collaborazione illustre di Cesare Zavattini, Luigi Chiarini e Renato Nicolai alla sceneggiatura.
E’ il racconto dell’eccidio dei Fratelli Cervi, fucilati dai fascisti per rappresaglia dopo una breve detenzione, il 28 Dicembre del 1943.
Il documentario era impreziosito dalla testimonianza e dal racconto lucido dei fatti narrati dal padre Alcide, che allora aveva 83 anni compiuti.
Durante la lavorazione del film di Giuseppe De Santis , La garçonnière, conosce Ugo Pirro, con cui avrà una lunga e proficua collaborazione.

Il primo lungometraggio ha per titolo L’assassino.

Per la parte da protagonista, un cinico e disincantato antiquario, indagato per l’omicidio di una ex amante, scelse Marcello Mastroianni. I due si erano conosciuti sul set del film, Giorni d’amore. Il film è un thriller psicologico, in anticipo sui tempi sia come tematiche, che per la pungente sceneggiatura scritta con Tonino Guerra, Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa.
Colpì molto la critica, un po meno il pubblico che gli riservò una tiepida accoglienza. Il film fu sottoposto a censura da parte delle autorità, per la descrizione paradossale delle poco ortodosse metodologie d’indagine da parte delle forze dell’ordine.

2-i-giorni-contatiPer il suo secondo film, I giorni contati, offre una occasione importante a un bravissimo attore di prosa e di teatro: Salvo Randone. Ne aveva già apprezzato le doti sul set del film precedente, affidandogli il ruolo delicato del commissario Palumbo.
Nel cast figurano anche Lando Buzzanca, Regina Bianchi, Paolo Ferrari e Vittorio Caprioli.
Cesare, un umile stagnino, vedovo e sostanzialmente solo, si ritrova a fare i conti con l’ipotesi di morire, dopo aver assistito alla morte di uno sconosciuto su di un tram. Comincia un viaggio esistenziale alla ricerca della felicità e della vita. Le cose non si metteranno bene e il destino lo aspetterà inesorabilmente al varco.
Il film sembra debitore di un certo cinema che metteva i travagli umani nelle strutture narrative e nell’azione.

Godard, Antonioni, Bergman sono sicuramente state tra le poco celate influenze.
Il film ottene un buon successo di pubblico e di critica, vincendo un Nastro d’argento per il soggetto, scritto con Tonino Guerra e il primo premio al Festival di Mar de Plata.

Per il terzo lungometraggio, acquisisce i diritti di un romanzo di successo scritto da Lucio Mastronardi: Il maestro di Vigevano.
Come protagonista scelse Alberto Sordi, di cui apprezzava molto la comicità, l’attitudine al grottesco e quel cinismo irriverente, che lo aveva contraddistinto in molti dei suoi personaggi precedenti.
Per il ruolo della moglie infedele e arrivista, volle una attrice di caratura come Claire Bloom.
L’attrice inglese aveva lavorato per Charlie Chaplin, George Cukor, Laurence Oliver, e in moltissime produzioni internazionali.
L’ascesa sociale del maestro elementare Antonio Mombelli è irta e piena di difficoltà.
Per assecondare l’ambiziosa moglie, lascerà l’amato insegnamento e si butterà in una impresa industriale che lo porterà rapidamente alla rovina. Tradito e umiliato, si ritroverà senza più dignità e amor proprio. La tragica dipartita della consorte e del suo amante, periti in un incidente automobilistico, lo costringerà a ricominciare tutto da capo, vedovo e con un figlio a carico.
Il film fu un ottimo successo al botteghino.

Con uno pseudonimo gira, insieme agli amici Giuliano Montaldo e Giulio Questi, un documentario sulla crescente industria dell’erotismo esotico dal titolo Nudi per vivere.

Gira un episodio del film a più mani, Alta infedeltà.
L’episodio s’intitola Peccato nel pomeriggio e ha come protagonisti Charles Aznavour e di nuovo Claire Bloom.

4-la-decima-vittimaUn famoso romanzo di fantascienza, La settima vittima di Robert Sheckley, diventa il soggetto del suo nuovo film, prodotto da Carlo Ponti e con un cast internazionale che comprendeva anche Ursula Andress e Jacques Herlin.
Come protagonista principale scelse di nuovo Mastroianni, nella parte di un cacciatore, presto tramutato in preda.
Elsa Martinelli nella parte di Olga, giovane fidanzata in attesa di diventarne sposa, e Salvo Randone nel ruolo del “Professore”.
La decima vittima, sceneggiato con Tonino Guerra, Ennio Flaiano e Giorgio Salvioni è un film atipico.
Girato in una Roma industriale e avveniristica, il film è una divertente critica alla società capitalistica che ha nel consumismo l’arma più feroce. La violenza è controllata, l’assenza di guerre e di conflitti spinge l’uomo a cercarla in una competizione che prevede una vittima e un carnefice. Il tutto sotto un rigido controllo del potere e di un pubblico televisivo. Lo scopo finale è paradossalmente la ricerca dell’amore.
Il lieto fine se così si può definire, in antitesi con il finale del romanzo a cui si ispirò, fu una imposizione della produzione che dimostrò sin dall’inizio di credere poco nel progetto.
Il film ebbe una accoglienza certamente deludente. Fu riscoperto da un certo filone della critica, che inizialmente l’aveva quantomeno ignorato, ridandogli lustro e i giusti meriti, qualche anno dopo.

Un altro romanzo di successo è il soggetto del nuovo progetto.
A ciascuno il suo, scritto da Leonardo Sciascia, è un dramma poliziesco di ambiente siciliano. Il film contiene più di una critica alla società a vocazione omertosa, pronta ad avallare metodi mafiosi, pur di mantenere una facciata di onorabilità.
Un intrigo che parte da un doppio omicidio, subito annoverato come “delitto d’onore”, allo scopo di celarne le trame oscure di corruzione e connivenza con il potere mafioso.
Il cast è di prim’ordine, e spiccano su tutti, Gian Maria Volonté, Irene Papas, Gabriele Ferzetti, Mario Scaccia e Leopoldo Trieste.
Scritto insieme a Ugo Pirro, il film ottene un buon successo di critica e di pubblico, vincendo ben tre Nastri d’Argento, per la regia, per il protagonista maschile (Volonté) e per l’attore non protagonista (Ferzetti).

5-un-tranquillo-posto-in-campagnaPassano pochi mesi e realizza un nuovo progetto.
Con Un tranquillo posto di campagna, ritorna alle atmosfere cupe da thriller psicologico, come fu per il suo esordio nel lungometraggio.
La discesa agli inferi di un artista, in crisi creativa, ossessionato dai propri incubi e suggestionato da un ambiente infestato da presenze paranormali. La paranoia, alimentata dalla sua giovane e cinica amante, lo condurrà alla pazzia. Solo, rinchiuso in un istituto psichiatrico, troverà nuove idee da imprimere su tela.
Interpretato da Franco Nero, da Vanessa Redgrave e scritto con Tonino Guerra e Luciano Vincenzoni, il film è un interessante esperimento d’improvvisazione, e una critica severa a una certa tipologia d’intellettuale militante.
Anche le musiche scritte da Ennio Morricone, eseguite dal Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, sono sperimentali e disturbanti, al limite della cacofonia, ma perfettamente calzanti con le suggestioni della intricata trama.
Il film ebbe un tiepido riscontro in Italia, ma un buon successo oltre confine.

La consacrazione a livello internazionale arrivò dopo il suo settimo film.

6-indagine-su-un-cittadino-al-di-sopraIndagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, scritto e sceneggiato a quattro mani con Ugo Pirro.
La storia è una potente allegoria sul potere e sulla capacità di chi lo detiene di decidere il bene e il male, il giudizio o la pena, la condanna o l’assoluzione.
Il protagonista, un oscuro funzionario di pubblica sicurezza che uccide spietatamente la sua amante, ne è, di quel potere, soldato ed esecutore materiale .
La sua lucida follia, lo porterà a cercare in ogni modo di essere smascherato e punito per quel delitto. Otterrà invece dai suoi superiori, una assoluzione con formula piena.
Gian Maria Volonté, in uno dei momenti più alti della sua carriera, interpreta il funzionario, mentre Florinda Bolkan recita la parte di Augusta.
Ottimi anche gli attori comprimari, tra cui spiccano, Orazio Orlando, Salvo Randone e Aldo Rendine.
Il film, uscito all’indomani della strage di Piazza Fontana e della tragica morte di Giuseppe Pinelli, risente di quel clima.
La pellicola ebbe diverse traversie e alcune richieste di sequestro. Nessuno riuscì a fermarlo di fatto. Molte invece le critiche piovute, provenienti soprattutto dalla stampa di destra e da quella vicina al governo di allora. Ottenne un insperato successo al botteghino.
Il successo divenne internazionale. Fu premiato con un Oscar per il miglior film straniero, il Grand prix speciale al Fesival di Cannes e moltissimi altri premi, in Italia e nel mondo.

Filma insieme al poeta e scrittore Nelo Risi, Documenti su Giuseppe Pinelli, un documentario diviso in due parti. Nella prima parte (Tre ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli), un collettivo di autori, tecnici e attori, tra cui Gian Maria Volonté e Renzo Montagnani, ricostruiscono, dai verbali, la misteriosa vicenda dell’anarchico Pinelli.
La sua tragica morte, dalle versioni ufficiali liquidata frettolosamente come un suicidio, è ancora oggi avvolta da una cupa coltre. Nella seconda parte vi sono le testimonianze commoventi della moglie Licia e di molti amici e compagni di lotta.
Sui titoli di coda l’impressionante elenco dei firmatari del manifesto del Comitato cineasti italiani contro la repressione; davvero altri tempi.
Il successo ottenuto dal precedente film diede la forza e il coraggio di affrontare un altro tema scottante.
7-la-classe-operaia-va-in-paradisoLa classe operaia va in Paradiso è un racconto lucido sulla fabbrica e sulla alienazione dell’essere umano, in competizione con la macchina.
Narra la vita di fabbrica, i meccanismi e i rapporti di forza che la regolano; gli esseri umani che la vivono e se la portano dietro sin dentro le proprie mura di casa.
Lulù Massa, il protagonista, è l’emblema di una categoria di lavoratori in stato di perenne confusione. Oppressi e condizionati dalla produttività e dalle regole ferree del vivere quotidiano. Schiacciati da un sistema produttivo esigente, ma al contempo, alla ricerca di una via d’uscita. Solo la lotta unitaria potrebbe garantire il miglioramento della condizione umana, ma è difficile trovare la via giusta per ottenerla.
Petri, quando lo girò, non poteva immaginare che quel mondo si sarebbe ridimensionato da lì a pochi anni.
I processi di dismissione d’intere aree produttive, le delocalizzazioni, le acquisizioni selvagge, le crisi che si susseguirono, ridussero ai minimi termini il potere contrattuale della classe operaia. L’annientamento della scala mobile fu il colpo di grazia.
Considerato il secondo dei film della “trilogia della nevrosi” anticipava solo i tempi.
Scritto e sceneggiato con Pirro, interpretato di nuovo da Gian Maria Volonté, con Mariangela Melato al primo ruolo davvero importante, scatenò moltissime polemiche. Gli intellettuali e i critici vicini al Partito Comunista, accusarono Petri di aver fornito un quadro poco lusinghiero dei sindacati: troppo poco determinati nelle vertenze, e molto meno battaglieri nel trattare gli accordi. Quelli più militanti e vicini alla sinistra extra parlamentare, invece, lo accusarono di rappresentare in maniera grottesca e canzonatoria il movimento operaio, “Motore e fucina della Rivoluzione”.
Durante la prima proiezione , nella cornice del Festival di Porretta Terme, il regista Jean-Marie Straub esortò il pubblico presente a bruciare la pellicola.
In qualche modo, aveva messo tutti d’accordo.
Nonostante il polverone il film nelle sale fu un successo.
Vinse la Palma d’oro a Cannes in ex equo con il Caso Mattei dell’amico Francesco Rosi, e moltissimi altri premi.
L’anno successivo girò il terzo capitolo della trilogia: La proprietà non è più un furto.
Il primo film si focalizzava sulla natura nevrotica del potere, il secondo, invece, sulla nevrosi per il lavoro, il terzo puntava la luce sulla nevrosi per il denaro.
Attraverso la maschera di Flavio Bucci e il suo opposto, Ugo Tognazzi, porta in scena un meccanismo perfetto.
Mettere a nudo, l’unica vera e indiscutibile ossessione dell’uomo moderno: il denaro.
La tesi del film è tanto semplice, quanto sovversiva.
Il denaro porta alla ricchezza e dunque al potere: il furto come rivalsa sociale e la rivoluzione come soluzione finale.
Il finale tragico e pessimista riporterà tutto all’ordine delle cose.
Il film fu accolto freddamente dalla critica, ottenendo un riscontro modesto anche al botteghino.
Si prese un periodo di tempo per riordinare le idee.

9-la-proprieta-non-e-un-furtoRimase affascinato da un romanzo di Leonardo Sciascia: Todo Modo.
Uscito da pochi giorni, era diventato subito un caso letterario.
Un noir, con sfumature di grottesco, ambientato in un misterioso rifugio, gestito da un ambiguo prete e meta di ritiri ed esercizi spirituali.
L’eremo è frequentato da persone molto influenti della politica, del clero e della società civile.
Acquisiti faticosamente i diritti, decide di farne un film.
Si mette al lavoro, in collaborazione con Berto Pelosso, per stenderne la sceneggiatura.
Il soggetto originale, viene rimaneggiato, creando qualche piccola divergenza con l’autore, che però ne apprezzò l’intento finale.
I due, del resto si conoscevano e si rispettavano sin dai tempi di A ciascuno il suo.
Il film mantiene l’impianto da thriller psicologico e metafisico. Le situazioni surreali e grottesche, si svolgono in ambienti bui e claustrofobici, con una impronta stilistica espressionista evidente.
Un balletto macabro e paradossale, che metteva in scena, in qualche modo, quel “Processo alla Democrazia Cristiana” tanto auspicato da Pier Paolo Pasolini (come ebbe a notare Sciascia, commentando la sua prima visione del film).
La pellicola risente di un clima politicamente e socialmente pesante.
Volontè, per il suo ruolo, scelse di ricalcare la figura dell’allora presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, in maniera volutamente caricaturale, al limite del parossismo.

La maschera di potente in crisi in costante ascesa, implacabile con i sottoposti e con gli avversari di corrente, ma alla ricerca spasmodica di compromessi, redenzione e di assoluzione, donava alla vicenda un aura di contemporaneità.
Si era del resto, nel bel mezzo di una crisi politica e istituzionale senza precedenti. I tentativi per raggiungere il “compromesso storico”, e quindi una stabilità sociale, sembravano vani. L’’instabilità alimentava il terrorismo; i poteri occulti si insinuavano nelle classi dirigenti e militari del paese; i servizi segreti deviati, coprivano stragi e trame golpiste e interi territori erano controllati militarmente dalla criminalità organizzata.
Petri usa una fantomatica epidemia come efficace metafora di quel clima.
Gian Maria Volonté, Marcello Mastroianni, Mariangela Melato e Michel Piccoli erano gli interpreti principali. Spiccavano nella messa in scena, anche i personaggi riusciti di Ciccio Ingrassia (che vinse un Nastro d’argento, per quel ruolo), Renato Salvadori e un prezioso cameo di Tino Scotti.
La pellicola non ebbe fortuna. La critica ufficiale, quasi unanimemente lo stroncò, e nelle sale fu visto da pochi fortunati.
La produzione tolse il film dai circuiti appena un mese dopo dall’uscita.

In seguito ai fatti tragici di Via Fani, dopo il ritrovamento del cadavere senza vita di Aldo Moro in Via Caetani, il film fu definitivamente tolto dalla circolazione: si disse, allora, per ragioni di opportunità.
Fu un duro colpo, che provò il regista nel profondo.
Si rimise al lavoro, con qualche difficoltà.
Il nuovo progetto è un film per la televisione, prodotto dalla RAI.
Si tratta della trasposizione in tre puntate del dramma teatrale di Jean Paul Sartre: Le mani sporche.
La vicenda è liberamente ispirata all’assassinio politico di Lev Trockij, ucciso per ordine di Stalin da Ramon Mercader, zio di Maria Mercader, madre di Manuel e Christian De Sica.
Nel dramma, l’intricata trama si svolge in una non bene precisata nazione europea.
Nel cast Marcello Mastroianni, Omero Antonutti, Anna Maria Gherardi, Giovanni Visentin e una giovanissima Giuliana De Sio.

11-buone-notizieQualche mese dopo la breve parentesi televisiva, ritorna a progettare un nuovo lavoro per il cinema.
Nasce così, Buone Notizie, prodotto e interpretato da Giancarlo Giannini.
Per la prima volta nella sua lunga carriera, firmerà da solo, sia il soggetto che la sceneggiatura.
Il film viaggia su atmosfere rarefatte. Una commedia dove il grottesco si sposa con una atmosfera tetra e pessimista.
Ad affiancare Giannini, Angela Molina, Paolo Bonacelli e Aurore Clément.
Surrealista nella forma e situazionista negli intenti, il suo ultimo film è senz’altro un oggetto unico e poco classificabile.
Un esperimento che pochi compresero e accettarono.
Subito dopo quella travagliata esperienza comincia a sentire i primi sintomi della malattia.
Gli viene diagnosticato un tumore.
Per reazione si butta a capofitto sulla scrittura.
Scrive di getto un adattamento de L’orologio americano di Arthur Miller, portandolo in scena e curandone la regia. Le scenografie erano curate da Dante Ferretti e le musiche da Piero Piccioni. Nel cast, tra gli altri, Lino Capolicchio ed Eros Pagni.
Rimise in ordine gli appunti di quell’inchiesta che lo lanciò nel mondo del cinema e trasformò Roma ore 11 in una pièce teatrale. In seguito uscì alle stampe per la casa siciliana Sellerio.

Non riuscì a vederla rappresentata, la malattia lo consumò in pochissimo tempo a soli 53 anni.

Troppo pochi quei suoi giorni contati.

Lirio Immordino