Elisa Abela - Un grosso affare. Fotoromanzi usati

Elisa Abela – Un grosso affare. Fotoromanzi usati

La prima volta non si scorda mai, e la seconda? Elisa Abela, caleidoscopica artista siciliana, non teme l’insidia latente in questa domanda, e dal 27 febbraio al 31 marzo 2012 torna ad esporre i suoi collage nella mostra Un grosso affare. Fotoromanzi usati presso s.t. foto libreria galleria di Roma, negli stessi spazi che due anni fa ospitarono la sua prima personale. A giudicare dalla vastità e varietà del materiale creato nel tempo intercorso, si può avere la tentazione di pensare che Elisa Abela ne abbia impiegato ogni ritaglio -espressione più che felice, nel suo caso- per strappare volti da riviste sbiadite e fare a pezzetti bobine di nastri isolanti policromi, con una metodicità che ricorda quella dei serial killer dei film noir anni ’50 e allo stesso tempo con una premura da mamma d’epoca. Suggestioni antitetiche ma entrambe dal sapore vintage, immaginario da cui partiamo per esplorare il mondo creativo dell’artista, nell’intervista effettuata per Artnoise dalla curatrice della mostra Paola Paleari.

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Elisa, la tua produzione artistica prende avvio da materiale fotografico ed editoriale del secolo scorso, che tu rielabori in forma di collage. Qual è il movente che ti spinge verso questo mondo? E’ una questione maggiormente estetica o di contenuto?

E’ innanzitutto una questione di processo. Trovo che sia estremamente gustoso andare alla ricerca di vecchie riviste, album fotografici di famiglia, libri dimenticati, e incrociare l’elemento che ti dice “mi hai trovato, ora portami con te”. Dalla scintilla che scocca in quel momento – che è sempre un attimo molto veloce, un riconoscersi istintivo – scaturisce la mia rielaborazione successiva, a volte guidata dalla matrice grafica e visiva di ciò che ho sotto gli occhi, a volte dall’informazione che mi trasmette, più spesso dalla concomitanza di entrambi.

Entriamo in dettaglio in merito al materiale di natura divulgativa che ricerchi e utilizzi per la tua produzione. Nelle pubblicazioni del passato riscontri più spesso spirito naive o intento moralizzante? Da quale aspetto la tua attenzione è più stimolata?

Gran parte della produzione editoriale con cui ho a che fare, letta con lo sguardo di oggi, assume una velatura semplicistica e ingenua che può essere a tratti molto buffa e a tratti agghiacciante. Sono molto divertita dai toni formali e moralistici che si possono riscontrare in alcune tipologie di volumi, come tutta la manualistica di natura domestica della prima metà del Novecento: la serie basata su Il mio sistema per le donne insiste su una visione della figura femminile talmente stereotipata e inquadrata da risultarci oggi assurda. I fotoromanzi, poi, sono una fonte meravigliosa di spunti e situazioni che si prestano in maniera ottimale ai miei intenti comunicativi.

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Infatti: nel tuo lavoro effettui frequentemente un’azione perturbante, per trasmettere un messaggio che si pone agli antipodi rispetto al senso originario delle immagini e dei testi da te utilizzati. Ma sei tu ad usare questi soggetti come tramite per esprimere il tuo punto di vista, o sono loro a sfruttare la tua mano per esplicitare finalmente ciò che avrebbero sempre voluto dire?

Questa domanda mi costringe a riflettere sull’autonomia comunicativa dei materiali che utilizzo. In effetti, spesso li ricevo in regalo, oppure giungono fino a me dopo una serie di passaggi o tramite percorsi assolutamente slegati dalla mia intenzionalità. Però, anche se non li ho cercati in prima persona, non è un caso che finiscano tra le mie mani; evidentemente, hanno già in potenza qualcosa da dire. Forse la chiave sta nel messaggio stesso: ciò che conta veramente è il tema, l’oggetto, e io e i miei “personaggi” collaboriamo per portarlo alla luce. In questo è fondamentale la presenza del nastro isolante.

Perché?

E’ l’elemento di collegamento tra me, loro e il lettore. A volte mi imbatto in immagini che mi chiedono di essere messe in relazione tra loro, e il nastro è il mio mezzo per unirle; oppure di essere allontanate, e il nastro è il mio mezzo per separarle. La disposizione del nastro segue un linguaggio ben preciso: inserendolo nella lettura complessiva si entra nello spazio di incontro e commistione tra il passato di quelle immagini e il mio presente.

Esiste quindi la possibilità di una fruizione molto intimista della tua produzione.

Assolutamente sì. Ogni collage è caratterizzato da un grado di confidenzialità diverso, ma nessuno è ermetico e inaccessibile.

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E riguardo alla vita dell’opera? Il tuo lavoro rimette in circolo materiale vecchio, in qualche modo già destinato all’oblio. Che sensazione ti provoca pensare che anche il materiale da te creato potrebbe subire la stessa sorte?

E’ un dato di fatto. Io assemblo e rielaboro elementi preesistenti, e all’interno della loro vita il mio intervento ricopre il peso di una fase, che non è necessariamente quella finale. Trovo del tutto naturale pensare che chi entra in possesso di un mio collage poi possa decidere di farne qualcosa d’altro. Per esempio, in alcuni dei miei lavori più recenti ho utilizzato delle buste trasparenti per sigillare, insieme a delle foto ritrovate, delle vecchie lettere: chi volesse leggerle dovrebbe disassemblare l’opera, ma non per questo commetterebbe un’azione inaudita. Io non creo, ma trasformo ciò che è già stato creato. Tutto il resto fa parte del gioco. O meglio, dell’affare…

Intervista a cura di Paola Paleari


Elisa Abela
Un grosso affare. Fotoromanzi usati
a cura di Paola Palear
i
dal 27 febbraio al 31 marzo 2012
opening 27 febbraio, ore 19:00
dj set Fred Montgomery-Piccolino

s.t. foto libreria galleria
via degli ombrellari 25, Roma (Borgo Pio)
www.stsenzatitolo.it