Erik Kessels: artista e curatore, oppure eroe contemporaneo?

Erik Kessels: artista e curatore, oppure eroe contemporaneo?

La fotografia è fin dalla sua origine inevitabilmente e indissolubilmente connessa all’idea di fermare il tempo, e il suo ruolo principale è da sempre quello di uno “straordinario oggetto concettuale” (per usare una definizione di Claudio Marra) in grado di ricordarci esperienze passate e persone non più presenti. Oggi, in un periodo storico in cui il momento della registrazione e successiva condivisione delle esperienze vissute sta diventando sempre più importante delle esperienze stesse, le cose non stanno più esattamente così. Le fotografie sono infatti sempre più oggetti effimeri, utili solo per affermare la propria presenza al mondo in un momento ben preciso, piuttosto che oggetti da custodire gelosamente per il futuro.
Questo cambiamento epocale nell’utilizzo pratico della fotografia ha già da tempo suscitato (come era scontato) l’interesse di molti teorici, artisti e professionisti del settore, ma uno più di altri sembra essere riuscito a cogliere e illustrare il fenomeno in maniera efficace e immediata, senza tanti giri di parole. Si tratta di Erik Kessels, designer, artista, critico e curatore olandese.
Appassionato di fotografia vernacolare, egli si dedica da anni a collezionare immagini anonime e amatoriali, affascinato da tutti gli errori e le imperfezioni che, proibiti nel mondo glossy e artefatto della pubblicità (suo principale campo professionale), abbondano invece in questo genere di immagini. Una volta raccolte queste fotografie “usate” nei mercatini delle pulci o sul web, Kessels le ripropone, mutate di contesto e significato, in libri ed esposizioni, caratterizzati sempre da un approccio ironico e provocatorio. La sua attività può essere perciò collocata su quella linea di ricerca iniziata all’inizio del secolo scorso con ready-made e objet trouvé, basata sulla pratica del “riciclo” piuttosto che sulla produzione ex-novo, atteggiamento sempre più in voga anche in campo fotografico e concretizzato in un diffuso interesse per la cosiddetta “fotografia trovata” (o “found photography”), di cui Erik Kessels può essere considerato a pieno titolo uno dei precursori.

The many lives of Erik Kessels, vista dell'esposizione (foto dell'autrice)

The many lives of Erik Kessels, vista dell’esposizione (foto dell’autrice)

Esempi di tutta la produzione di Kessels, sia in campo artistico che editoriale, sono attualmente visibili a Torino all’interno della sua prima retrospettiva, ospitata da Camera Centro Italiano per la Fotografia fino al 30 luglio 2017. Qui, immagini nate nei più disparati luoghi del mondo, per ragioni totalmente estranee al mondo dell’arte e prive di una qualsiasi ambizione estetica si ritrovano a condividere le stesse sale di museo, riunite dalla geniale mente di un uomo capace di catturare l’aspetto interessante e spesso addirittura comico anche delle cose comunemente ritenute più banali e insignificanti. Le fotografie protagoniste delle sue opere sono infatti selezionate per il loro carattere anonimo, banale, imperfetto e dissonante. Intere sale sono dedicate ad esempio agli errori fotografici, come il classico dito sull’obiettivo o le sovra e sottoesposizioni, tanto amati già dai surrealisti (e da Man Ray in particolare, il “fautographe” per eccellenza), ma divenuti rarissimi con l’avvento del digitale e della conseguente possibilità di visionare ed eventualmente cancellare l’immagine appena scattata. Lo stesso vale per le foto da album di famiglia, oggetti ormai fuori dall’uso quotidiano, che affollano la mostra conferendole quasi il carattere di un viaggio nel tempo, in un’epoca così vicina ma ormai distante da quella attuale.
Con le loro macchie, la muffa, i vuoti lasciati dal ritaglio di persone non più gradite, queste immagini sono infatti testimonianze dell’epoca non tanto remota in cui le fotografie si mostravano ancora ad amici e parenti attraverso album da sfogliare insieme, e venivano conservate in scatole e cassetti appositi. Al giorno d’oggi, invece, il consumo delle foto avviene quasi totalmente su Internet, e dura da tre a cinque secondi, dopo i quali le foto si disperdono in un nuovo spazio, pubblico ed espanso: lo spazio virtuale.

The many lives of Erik Kessels, vista dell'esposizione (foto dell'autrice)

The many lives of Erik Kessels, vista dell’esposizione (foto dell’autrice)

Cosa accadrebbe se ci trovassimo ancora al tempo della condivisione analogica delle immagini, Kessels ce lo mostra in un’opera entusiasmante ma inquietante allo stesso tempo. Si tratta di 24 hours in photos (2011), installazione composta da tutte le foto condivise su Flickr durante l’arco di una giornata qualsiasi, scaricate e stampate dall’artista in formato 10×15 e riversate poi fisicamente negli spazi della galleria. Lo scenario così ottenuto è a dir poco sorprendente: una montagna di fotografie alta fino al soffitto, in grado di rendere tangibile ciò di cui normalmente possiamo avere solo un’idea vaga e astratta, ovvero l’enorme flusso di immagini prodotte quotidianamente nella società contemporanea. Dopo il primo effetto di stupore, però, quello che sopraggiunge, trovandosi a calpestare foto anche molto intime come quelle di bambini appena nati, feste di compleanno, matrimoni e così via, è una sorta di imbarazzo e un certo senso di colpevolezza, sia verso i loro protagonisti, sconosciuti dei quali si sente di violare il privato, sia verso se stessi, per la consapevolezza di aver gettato più o meno le stesse identiche foto alla portata di altrettanti sconosciuti.
L’acquisizione di corporeità da parte di immagini smaterializzate, perciò, rende non più ignorabili alcune problematiche normalmente sottovalutate. Presentandosi infatti in tutta la loro minacciosa e inarrestabile presenza fisica, esse inducono inevitabilmente a riflettere sul fatto che l’insufficienza di spazio fisico necessario a contenerle tutte, in fin dei conti, non è altro che un riflesso della ben più grave insufficienza di spazio mentale in grado di registrarle. Ci si rende così conto non solo che questo eccesso di informazioni potrebbe portare paradossalmente ad una totale disinformazione, ma anche che la stessa funzione primaria della fotografia, trattenere ciò che inevitabilmente sfugge, salvare un momento dall’inesorabile azione dissolvente del tempo, sta già venendo meno, dal momento che la nostra memoria è sepolta da cumuli d’immagini che non abbiamo neanche più il tempo di guardare.

The many lives of Erik Kessels, vista dell'esposizione (foto dell'autrice)

The many lives of Erik Kessels, vista dell’esposizione (foto dell’autrice)

Dobbiamo accettarlo: siamo ormai sepolti, consapevolmente o no, sotto una valanga di fotografie. È lo stesso Erik Kessels, però, si evince visitando il resto della mostra, a mostrarci attraverso le sue altre opere e pubblicazioni che affrontare questa valanga e trovarvici dentro qualcosa di buono, con un po’ di spirito critico, è ancora possibile. La sua attività di selezione e ricontestualizzazione, in quest’ottica, lo fa apparire infatti quasi come una figura eroica, in grado di sfidare questo mare di immagini ed evitare che, come minaccia la sua installazione, esso ci sommerga del tutto.

Camilla Federica Ferrario

The many lives of Erik Kessels
a cura di Francesco Zanot
1 giugno – 30 luglio 2017
Camera Centro Italiano per la Fotografia
Via delle Rosine, 18
Torino

http://camera.to/mostre/the-many-lives-of-erik-kessels

The many lives of Erik Kessels, vista dell'esposizione (foto dell'autrice)

The many lives of Erik Kessels, vista dell’esposizione (foto dell’autrice)