Errichetta Festival 2016. L'ambra di epoche lontane

Errichetta Festival 2016. L’ambra di epoche lontane

Sono quasi le undici e quaranta della sera del 9 gennaio 2016 quando un micetto che rovista pigramente nel cassonetto dell’immondizia di via Giuseppe Mirri n. 35, Roma, sente la terra tremare e, senza stare troppo a pensarci, fugge via spaventato. Prima c’era stato un boato. Poi suoni confusi. Infine uno smottamento della terra, come se nei dintorni fosse improvvisamente cascato un meteorite provocando un’onda anomala sotterranea.
Se anche aveva una mezza intenzione di fermarsi, il povero micetto una volta venutosi a trovare, a pochi metri di distanza dal cassonetto in cui rovistava, davanti all’ingresso del Monk, non ci pensa nemmeno un secondo di più e sgattaiola lontano.
Lui, il gattino, non poteva sapere quello che stava succedendo. Non poteva immaginare quale fosse la genesi di quelle corpose vibrazioni che facevano sobbalzare il suolo, che facevano tremare la terra e le mura del Monk. Lui no, ma chi era dentro sì. Sul palcoscenico del Monk una fanfara di nove elementi provenienti da Macedonia e Serbia aveva appena aperto le danze. Danze scatenate, febbrili, sregolate. Appena poche note e via col baccanale sfrenato della danza. E poco importava se eri sul palco o tra il pubblico, poco importava se eri italiano, slavo o iraniano, poco importava se eri musicista ospite, curioso profano o intenditore interessato.

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È inutile: se vieni colpito dalle note infiammate della Sercuk Orkestar, non hai possibilità di scampo. E infatti il composito pubblico del Monk balla come tarantolato insieme agli organizzatori del festival e ai musicisti ospiti.
Perfino l’enorme peluche di maiale che, verso mezzanotte, comincia ad essere sballottato da una parte all’altra della platea pare muoversi a tempo e saltellare sulle note velocissime del violino e i ritmi frenetici della batteria.

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Ma proviamo a contestualizzare. È il 9 gennaio, dicevamo, e siamo al Monk, a Roma, in questo posto irreale che, a pochi passi soltanto dalla Stazione Tiburtina, sembra uscire dal contesto urbano e immergersi in una immaginaria dimensione al confine tra campagna e periferia industriale. È il 9 gennaio, il secondo giorno dell’Errichetta Festival. Della sesta edizione dell’Errichetta Festival. La Sercuk Orkestar è soltanto l’ultimo, frenetico, ospite della seconda di tre serate ricche di suggestione.
Seduta a cavallo di una voragine la Pizia trasformava le vibrazioni profonde della Terra in misteriosi messaggi per gli uomini.
Oggi Delphi è un museo, e di tutti gli alberi che con radici profonde nei misteri del sottosuolo crescevano una volta sulle stesse pianure dove costruiamo oggi le nostre case di cemento, ci è pervenuto solo un po’ di ambra.
Errichetta è un luogo dove il calore di una comunità scioglie quest’ambra (la Musica), affinché il suo odore ci ricordi di questi tempi, (o modi di essere/vivere che forse esistono tuttora, nascosti dietro un velo invisibile), per provare a creare una vita diversa
– scrivono gli organizzatori del festival.

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Dunque, la musica come medium, come strumento per instaurare un contatto, un collegamento, un dialogo tra epoche diverse, vicine e lontane, tra comunità distinte.
- La caratteristica dell’Errichetta, che lottiamo per mantenere, è che sia un festival organizzato da musicisti. La prima spinta dev’essere quella nostra a essere incuriositi da altri musicisti, a volte anche per esperienza di studio – mi dice tre ore prima che la Sercuk Orkestar cominci a far tremare la terra, Carlo Hintermann, uno degli organizzatori del festival, nonché membro dell’Errichetta Underground.

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- Lo spirito è sempre stato quello di cercare di portare nel festival quello che altrimenti non avremmo visto se non nei viaggi di studio o lavoro, perché molte delle esperienze sono nate principalmente in viaggi di studio in vari paesi come Macedonia e Grecia, in cui eravamo andati a suonare o a seguire workshop. E così abbiamo conosciuto musicisti straordinari che era difficile seguire non solo in Italia ma anche in Europa. E da allora ci siamo detti “perché non proviamo a portarli qui?”.
Il festival è cresciuto nel tempo, all’inizio ruotava intorno a un nostro concerto in cui proponevamo quello che avevamo metabolizzato nei nostri viaggi, ognuno portando le sue esperienze, perché Errichetta Underground è un gruppo in cui ogni musicista ha un bagaglio diverso, chi ha una formazione più jazzistica, chi più classica, chi più d’improvvisazione, chi viene da entrambe le esperienze. Dunque, il festival ruotava intorno a questo: il repertorio che portavamo era il sunto delle nostre esperienze maturate nel corso degli anni, più uno o due musicisti invitati coi quali suonavamo insieme o proponevamo un loro concerto. Col tempo è aumentato il numero di musicisti che invitavamo, ma soprattutto abbiamo cercato di fare in modo che accadesse qualcosa di specifico nel festival: che i musicisti si incontrassero, suonassero insieme, a volte per la prima volta. Che ci fosse uno scambio.

La musica è dunque il terreno d’incontro, quella zona franca in cui instaurare un dialogo, fissare i presupposti per uno scambio, dare vita ad una nuova comunità. Nuova comunità che non è l’azzeramento delle esperienze precedenti di cui ognuno è depositario, ma che di quelle esperienze si compenetra e da quelle esperienze tra linfa.
- Uno degli scopi del festival è fare in modo che questo sia un posto in cui tutti si sentano in un luogo neutro all’interno del quale le cose possano accadere e in cui potersi riconoscere fiducia reciproca.

Perché se anche obiettivo del festival è quello di dare voce a quelle tante tradizioni musicali che vivono dell’oralità, l’anima del festival non è affatto conservativa. Ciò che lo rende davvero stimolante è piuttosto la sua propulsività/propositività. Carlo è assolutamente d’accordo.
- Ben presto è diventata tradizione del festival quella di commissionare nuove composizioni ad hoc, come quella di stasera.
Stiamo parlando della composizione di James Wylie, che è una messa in musica delle poesie del poeta persiano Omar Khayyam, scritta per la voce di Ziad Rajab. Una composizione – e un ensemble che la esegue – al confine tra Grecia, Siria e Nuova Zelanda. Un po’ il manifesto di questo festival.
- Si tratta sempre di uno scambio. C’è un’attenzione nell’entrare in un linguaggio e renderlo condiviso. La cosa fondamentale è affidarsi molto all’eloquenza degli strumenti, nel senso che uno strumento ha una storia. E, di per sé, questi scambi sono scambi che affondano le loro radici proprio in uno strumento specifico. E questo si porta dietro un universo, soprattutto perché molto spesso invitiamo musicisti che sono i massimi esponenti di uno strumento. E quindi lo scambio c’è perché c’è il massimo rispetto. Anche nel musicista, quando riconosce che qualcuno è depositario di uno strumento e di una tradizione a quel livello, scatta un’empatia, la voglia di riconoscere qualcosa.

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Eppure, dico a Carlo, l’aspetto più interessante del festival è che non si limita semplicemente a fare da collante tra tradizioni musicali e culturali diverse e a esibirle in rassegna. È proprio come se durante questi giorni di festival si creasse una nuova comunità in cui ognuno con la sua esperienza pone le basi per un nuovo incontro.
- Questo è fondamentale e avviene innanzitutto grazie al fatto che i musicisti si riconoscono nel festival come in una comunità. E questo è quello che cerchiamo di riportare pure sul pubblico, nel senso che non cerchiamo di mettere un filtro, cerchiamo di far incontrare il pubblico con la musica e con le persone il più possibile. E infatti c’è sempre stato un pubblico molto trasversale e ognuno ha sempre trovato una chiave di accesso diversa. Basterebbe uno dei musicisti invitati per creare intorno un evento con una cornice culturale precisa. Ma a quel punto il contenitore diventerebbe più importante del contenuto. Il che, secondo me, soprattutto in Italia, negli anni passati ha creato un filtro molto forte, una distanza del pubblico che non ha più incontrato molte cose, o meglio non le ha più incontrate spontaneamente. Ad un certo punto si sono creati tanti ghetti nei quali venivano incanalate le proposte. Quello che cerchiamo di fare è di rimuovere questi filtri, cosicché se nasce una curiosità nel pubblico è perché il pubblico ha vissuto un’esperienza e non perché c’è stato qualcuno che gli ha insegnato qualcosa.

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La rimozione di ogni filtro, il contatto diretto come soluzione al problema dell’accessibilità, che mai come in queste occasioni potrebbe risultare d’ostacolo. Anche secondo Carlo, quando vengono avanzate queste proposte musicali, c’è un problema di accessibilità.

- Tutte le volte che le persone non incontrano direttamente qualcosa ma lo fanno attraverso una mediazione culturale che fa sentire il pubblico in una posizione deficitaria, si perde quell’atteggiamento spontaneo che si ha quando le cose si scoprono e non si insegnano. Ed è questo che cerchiamo di portare nel festival, perché la stessa curiosità del pubblico è la nostra: anche per noi ogni edizione, ogni serata è una nuova scoperta.

Infine, un’ultima riflessione. Quest’anno è forte la presenza, nel festival, della Siria. Il festival, come dice Carlo, ha anche una componente geopolitica perché spesso si tratta di nazioni vicine, affini, con delle problematiche storiche che hanno portato un certo repertorio ad essere suonato per un determinato periodo.
- A volte è proprio un confronto tra nazioni limitrofe, nazioni tra le quali un repertorio è transitato passando da gruppi di musicisti ad altri che qui ritrovano una nuova comunità.
Troppo poco si mette in evidenza che i danni principali delle guerre e delle situazioni di criticità, dopo quelli umani, sono quelli culturali: l’annientamento, la devastazione delle statue o l’oblio di un intero repertorio musicale. Parliamo di millenni che vengono cancellati. Qualcosa di dolorosissimo. Non si tratta solo di un repertorio musicale o di una ricchezza culturale, ma di un modo di esistere delle persone. Il danno principale è proprio la sparizione. Perché rinunciare a questo, in virtù della massimizzazione delle cose, della semplificazione? Tutte le volte che c’è una cultura che fa un terrorismo, nel senso di escludere, bandire delle cose, è un danno terribile. A volte manca un luogo in cui tenere insieme questi pezzi. Noi nel nostro piccolo cerchiamo di fare in modo che qui quel luogo ci sia.

Piervito Bonifacio